Primavera dei Teatri e le tre prime nazionali nel penultimo giorno di festival: De Luca, Quotidiana.com e Capece
“Il Teatro è un modo di amare le cose, il mondo, il nostro prossimo. Attraverso il teatro io penso tutto il resto”: parole di Paolo Grassi che oggi, caduti come siamo in questi nostri tempi oscuri, ci confortano nella pervicace convinzione che, proprio nei momenti storici più incerti e inquietanti, la scena possa e debba ritrovare la sua matrice originaria di “tribuna”; farsi luogo di resistenza contro la barbarie culturale, trincea pacifica dove produrre poesia e bellezza, senza mai smarrire, però, lo sguardo sul reale.
È proprio alla luce di questa consapevolezza che anche quest’anno il festival Primavera dei Teatri, fondato nel ‘99 a Castrovillari da Dario De Luca e Saverio La Ruina (anime di Scena Verticale) e giunto alla sua ventiseiesima edizione, ha messo insieme un corposo bouquet di titoli: oltre trentacinque gli eventi in scaletta che dal 26 al 31 maggio si sono svolti in diversi spazi cittadini, con proposte che hanno esplorato generi e linguaggi diversi, accostato compagnie consolidate a realtà più giovani, rincorso percorsi creativi nuovi, talvolta anche incappando in fragilità espressive ed esiti scenici ancora provvisori. Un laboratorio di idee, insomma, capace di creare un dialogo fruttuoso con il territorio ma anche e soprattutto di rappresentare una palestra di allenamenti artistici a vocazione tutt’altro che provinciale. È stato così, d’altronde, sin dalle prime edizioni della vetrina, una tra le più consolidate e vive del panorama nazionale, dentro il cui alveo sono nati, negli anni scorsi, progetti emblematici e nomi di spicco della nostra scena. Non per niente, la significativa dedicatoria di quest’anno suona come un omaggio che vuole farsi memoria e che, al contempo, ci parla di incontri importanti, di permanenza, di eredità: “Questa edizione – si legge in apertura del progamma di sala – è dedicata a Laura Palmieri, Giancarlo Cauteruccio e Goffredo Fofi: tre figure che, in modi diversi e profondi, hanno intrecciato il proprio percorso umano e intellettuale con quello di Primavera dei Teatri”.
Abbiamo seguito il festival per PAC nelle sue due giornate conclusive, caratterizzate da una fitta programmazione di creazioni teatrali strictu sensu: drammaturgie originali, rielaborazioni di opere letterarie e saggistiche, un’incursione coraggiosa nella scrittura di Ibsen hanno delineato la geografia dei temi e dei linguaggi scesi in campo per raccontare paure, fragilità e conflittualità dell’oggi.
Il nostro resoconto, scandito in due diversi contributi, prende dunque le mosse da quanto visto sabato 30 maggio.
Ad aprire la serata al Teatro San Girolamo è stata la prima nazionale dell’ultimo lavoro di Dario De Luca, Le Tre Cicoriane, drammaturgia originale ispirata all’omonima fiaba popolare calabrese e terzo movimento di un trittico composto anche dai precedenti Re Pipuzzu fattu a manu del 2019 e I 4 desideri di Santu Martino del 2023: tutte opere rintracciabili nell’importante raccolta curata da Letterio Di Francia alla fine degli anni Venti del Novecento (l’ha ripubblicata Donzelli nel 2015 con testo italiano a fronte), dove l’ossatura dialettale della lingua diventa materia concreta, fisica, imprenscindibile. Nel buio della scena affiora una porta girevole che, posta al centro, nasconde un trono ed evoca, nella sua semplicità, un mondo che è diversi mondi: casa dell’Orco, inferno ctonio e nascosto, cimitero di innocenti in attesa di salvezza. In questo precipizio dell’orrore finiscono, una dopo l’altra, tre sorelle povere e affamate che, con la loro madre, vivono raccogliendo cicoria. Le prime due, Teresina e Mariuccia, cadono vittime del Mostro e ne vengono uccise; la terza, invece, la scaltra e astuta Mariuccia, non solo riuscirà a ingannare il suo aguzzino e a carpire i misteriosi meccanismi di quel luogo oscuro, ma arriverà addirittura a liberare le sorelle dal macabro incantesimo che le imprigiona e a garantire che tutte e tre tornino dalla madre.
Trucco molto vistoso, movimenti lenti e studiati, giacca secentesa con tanto di gorgiera bianca attorno al collo e gilet fetish in pelle nera, il bravissimo interprete (anche autore del testo, regista, curatore del dispositivo scenico e del disegno luci) sembra un Pierrot luciferino e sadico che, con il suo dire antico, ostico, aspro, sebbene assolutamente comprensibile, ricostruisce l’atmosfera fosca della fiaba rendendola una materia palpabile, fortemente teatrale. La mimica del volto è minuziosa, la voce attraversa con estrema fluidità i diversi passaggi della storia e detta un ritmo serrato, cui si connette lo straordinario tappeto musicale eseguito dal vivo da Gianfranco De Franco, assiduo collaboratore di Scena Verticale. È proprio dentro questo ritmo compassato ma energico che lo spettacolo (atteso il 27 giugno a Curinga, in provincia di Catanzaro) trova, a nostro avviso, il suo apprezzabile equilibrio: da un lato, risuonano echi de Lo Cunto de li Cunti di Giambattista Basile e risaltano certi classici topoi della tradizione fiabesca quali la ciclicità, il cannibalismo, le prove iniziatiche, la rinascita; dall’altro, però, il tema portante della violenza contro le donne, sottolineato in special modo dal lavoro di riscrittura e ampliamento del testo (si veda proprio l’epilogo), non può che suggerire i tratti di una modernità inesorabilmente legata alla cronaca, ai tanti – troppi – Barbablù dei nostri giorni.
Di tutt’altro segno l’interessante lavoro Vorrei morire non so come fare di e con Roberto Scappin e Paola Vannoni (compagnia quotidianacom) presentato anch’esso in prima nazionale al Teatro Vittoria. Siamo qui in un’astrazione linguistica e scenica sulfurea, concava, lineare, persino geometrica, che alleggerisce le battute, allunga i silenzi, rende simmetrici i piccoli movimenti concessi ai due personaggi in gioco: un Lui, Tira, e una Lei, Molla, seduti ai lati di un tavolo che parlano del più e del meno sbriciolando, in questo dire all’apparenza sghembo e surreale, riflessioni enormi sull’amore, la malattia, la morte. Il tutto viene poi controbilanciato da continue inversioni ironiche e refrain pacati, atti a creare una circolarità espressiva assimilabile, per alcuni versi e con le dovute differenze, alla scrittura di Beckett, Ionesco o del nostro Spiro Scimone.
Dentro il tempo lento di questa storia a due, iniziata con un concerto di Vasco e una dichiarazione lapidaria – “Molla, c’è un problema: mi piaci”, dice l’uomo – e proseguita con il matrimonio, la diagnosi di sclerosi per la donna – “quella bastarda la chiamavamo”, confessa lei – la cura e l’approdo estremo alla più dure delle decisioni, vi è una desolazione estrema e, insieme, un’estrema leggerezza. I due interpreti martellano all’unisono il tavolo con le dita, stanno seduti, si alzano solo due o tre volte per scambiarsi di posto, recitano quasi sussurrando (soprattutto Paola Vannoni) eppure, nell’esile disegno della loro presenza scenica, sanno mordere con incisività e intelligenza le contraddizioni più cocenti della vita, nel tentativo – forse – di coglierne il senso, anche laddove essa un senso proprio non ce l’ha. Si tratta, in definitiva, di uno spettacolo sorretto da un’originale capacità di rielaborazione del reale e da una spiccata sensibilità espressiva. Già lo studio scenico preliminare a questo allestimento mostrava in nuce indubbie potenzialità teatrali, tanto da vincere il Premio Tuttoteatro.com “Dante Cappelletti” 2025 con la seguente motivazione: “Per la qualità della scrittura scenica, sempre tesa a rovesciare le attese e ad aprire prospettive inedite, per l’acuminato trattamento di una tematica, quella della malattia e della morte, che ci coinvolge tutti, sviluppata con algida, nichilistica potenza”.
A concludere la programmazione di sabato 30 è stato un libero adattamento di Casa di bambola di Henrik Ibsen proposto da Elsinor Centro di Produzione Teatrale su regia di Ivonne Capece. Il palcoscenico del Teatro Sybaris si tinge di rosso: un albero di Natale spicca sullo sfondo e poi sedie, oggetti, fari di scena. Il rosso marcherà l’atmosfera e l’impianto visivo del lavoro – costumi compresi – fino all’epilogo, come un ossessivo campo simbolico di passioni perturbanti e scelte libertarie. Sì, perché qui il capolavoro ibseniano viene quasi rovesciato, riscritto dal punto di vista di Torvald, il marito abbandonato: “cosa rimane di un uomo – si legge nella nota introduttiva al lavoro – quando perde il ruolo su cui ha costruito tutto?”. Ebbene, c’è innanzitutto da dire che proprio l’adattamento drammaturgico di Mattia Favaro risulta, secondo noi, confuso, ridondante, in alcuni passaggi poco chiaro e nel complesso eccessivamente verboso.
La soggettiva di Torvald, affidato a un Massimo di Michele non del tutto convincente, proietta sulla scena un mondo onirico in cui passato e presente si confondono e nel quale la presenza di Nora trova in Maria Laura Palmeri un’interprete talentuosa e incisiva, che affianca alla sua bella prova recitativa sensuali inserti danzati. D’altronde, nell’impianto registico di Capece, questo grande personaggio della drammaturgia ottocentesca diventa proprio una femme fatale attraversata da sentimenti contrastanti: ora riaffiora il suo affettuoso spirito materno, qui distillato nella poetica trasfigurazione dei figli visti come sagome bianche incartate sotto l’abete natalizio; ora, al contrario, ecco muoversi davanti ai nostri occhi una donna sinuosa, perturbante, persino luciferina, che attrae e abbandona, irretisce e fugge. È un immagine mentale, viva nel ricordo dell’uomo, ormai rimasto solo a fare i conti con la sua fragilità. Ma non sempre, nel corpo dello spettacolo, le relazioni tra i personaggi – cui si aggiunge Krogstad/Stefano Braschi – e i piani temporali della vicenda sono ben interpretabili, limpidi, complice anche un marcato gusto barocco per l’affastellamento di codici, linguaggi, oggetti (concept visivo di Micol Vighi, anche scenografo insieme alla regista) che non giova all’insieme. Nell’intento cioè di voler raccontare lo spaesamento dell’uomo abbandonato si finisce, purtroppo, con lo snaturare la bellezza e la semplicità rivoluzionaria di quel Casa di bambola originale che non ha certo bisogno di troppi orpelli per parlarci di noi. Ancora, e tanto più, oggi.