Rassegna Stampa Via del Popolo

Controscena.net – Enrico Fiore – 08/12/2022

MILANO – Mentre assistevo alla «prima» nazionale dell’allestimento del nuovo testo di Saverio La Ruina, «Via del Popolo», presentato da Scena Verticale al Teatro Menotti, mi è tornato in mente «Co’Stell’Azioni», uno dei più belli e significanti fra i copioni di Enzo Moscato. Vi s’immagina che, nella magica notte di fine d’anno, i Morti vengano tra i Vivi: «[…] per farvi sapitori ‘e sta ferita, / per chiedervene scusa, / scusa e perdono di una differenza, / dello stare nel diverso di un altrove».

Ebbene, la caratteristica pregnante e il pregio straordinario di «Via del Popolo» stanno nell’annullamento di quella «differenza» e di quella «diversità» e, dunque, nella trasformazione dell’«altrove» nel qui. E tanto a cominciare dalla sequenza d’apertura: La Ruina dice che, quando torna al paese, insieme con l’amico Tonino fa sempre una passeggiata nel cimitero; e aggiunge che davanti alla lapide del padre «ci sono sempre fiori freschi, anche quando mamma non può. Sono per le lapidi più in alto, ma siccome quella di papà è la prima in basso, pare che i fiori li portino apposta per lui».

In breve, «Via del Popolo» mette in moto un’inarrestabile (e ad un tempo virtuosistica e commovente) girandola di slittamenti e dislocamenti di senso, che nascono e si susseguono nello spazio fra il desiderio delle cose e il loro effettivo essere. Lo spazio, appunto, tra il fatto che i fiori davanti alla lapide del padre di Saverio sono stati portati ai morti le cui lapidi stanno più in alto e l’impressione che siano stati portati a lui, la cui lapide sta in basso. In altri termini, al testo di La Ruina si potrebbe apporre come epigrafe l’avvertimento decisivo che riguardo a se stesso diede Carmelo Bene: «Io sono là dove manco».

La strada richiamata nel titolo è quella di Castrovillari in cui Saverio ha trascorso in pratica tutta la vita e tuttora abita. E lui dichiara che a percorrerla sono due uomini, uno del presente e uno del passato: il primo impiega a percorrerla due minuti, il secondo trenta. Sicché scopriamo subito che il tema centrale di «Via del Popolo» è il tempo, che poi, ovviamente, configura proprio lo spazio fra il nostro desiderio delle cose e la constatazione dell’autonoma consistenza delle stesse.

La battuta-chiave, allora, è quella che pronuncia zio Nicola quando regala a Saverio un orologio, un cronometro Omega degli anni ’70: «Tè, Savè, cu quistu si patronu d’u tìampu, u poi firmà, u poi fa jì annanti e u poi fa jì arrìatu, insomma ci poi fa quiddu chi vùai».

Sarebbe inutile precisare che l’uomo del presente e l’uomo del passato sono la stessa persona vista in età diverse e che quella persona è Saverio La Ruina. Ma la precisazione serve ad indicare che qui si tratta non solo del predetto spazio fra il desiderio delle cose e le cose in sé, bensì (ed è questo l’approdo alto del testo) soprattutto del rapporto strettissimo che si stabilisce fra il desiderio delle cose, le cose in sé e colui che di quel desiderio e di quelle cose scrive.

Ripenso, nel merito, alla profondissima osservazione di Charles Singleton circa il capolavoro dantesco: nella «Commedia» ha luogo la rappresentazione di un «doppio viaggio», «un duplice “itinerarium ad Deum”»: un «viaggio letterale», in cui «il protagonista è determinato», è Dante, e un viaggio allegorico, in cui «il viandante è qualsiasi cristiano: l’”homo viator”… Che tale viaggio “hic et nunc” sia una possibilità aperta a tutti, resta il postulato fondamentale e, per Dante, la dottrina su cui egli può costruire l’allegoria della “Commedia”… In nessun punto dell’opera queste cose ultraterrene vengono presentate come visione o come sogno. Queste cose accaddero, e il poeta che fece quel cammino in carne e ossa e le sperimentò, è, ora che è tornato, uno scriba che le registra come avvennero».

Per la cronaca, Saverio La Ruina rievoca puntigliosamente tutti i personaggi più in vista che un tempo animarono Via del Popolo: Pino del Ristorante Pino, che beveva un bicchierino di Kambusa dietro l’altro, De Simone, il bigliettaio del cinema Ariston, Giannino l’elettricista che aggiustava gli elettrodomestici con un semplice colpetto, il sarto zoppo Mastu Giuvannu che si vestì per sempre a lutto dopo la morte della signora Ida, la proprietaria della merceria della quale era stato segretamente innamorato, Tonino il macellaio, che somigliava spiccicato a James Caan de «Il Padrino», zu Franciscu e mastu Ninu, che avevano praticamente attaccati, non più di 20, 30 centimetri fra l’uno e l’altro, i negozi di alimentari e falegnameria, il dottor Schwarz, capace di fare ingessature che sembravano il ponte di Calatrava…

 

Ma, mi affretto a sottolinearlo, il testo di La Ruina non si arena nelle sabbie mobili di una sterile nostalgia da «amarcord». A parte il fatto che la rievocazione di quei personaggi, delle loro attività e persino dei loro vizi obbedisce allo scopo di richiamare l’attenzione sulla perdita di valore umano e di posti di lavoro prodotta dal passaggio alla società globalizzata, con la sostituzione dei supermercati ai negozi, una salutare e leggera (leggera come un’affettuosa carezza) ironia interviene a «straniare» l’esercizio della memoria.

Quando l’uomo che impiega trenta minuti a percorrere Via del Popolo chiede a De Simone: «U putimu vidi stu filmu o è mìagghiu ca ni stamu a la casa?», il bigliettaio del cinema Ariston risponde: «Vidi tu, tantu sti bell’attrici un è c’aspettinu a tija, u film u fanu u stessu». E accade che, data la vicinanza dei negozi di zu Franciscu e mastu Ninu, il panino con la mortadella del primo ha il sapore del legno e gli infissi del secondo hanno l’odore della mortadella: sicché, se ti distrai un attimo, addenti il legno e inchiodi il panino.

In un contesto del genere, a poco a poco lo sguardo di La Ruina si allarga fino a toccare dimensioni e circostanze assai più rilevanti rispetto al piccolo mondo di quella strada. E avviene che, tanto per fare un esempio, si dia luogo a una rievocazione dell’epoca dei movimenti extraparlamentari che si fonda, insieme, sulla precisione e sulla partecipazione emotiva.

Si parla del luogo di ritrovo dei giovani attivisti di Lotta Continua, del Collettivo Carlo Marx e di Avanguardia Operaia: «Erano gli anni ’70. Li trovavi appoggiati tutti in fila sul muro del Bar ‘900, con eskimo, capelli lunghi e jeans a zampa d’elefante. Io me ne stavo sul gradino del bar e li guardavo estasiato. Per la prima volta si vedevano ragazzi e ragazze passeggiare insieme. Per la prima volta si vedeva qualcuno che si baciava per strada. Per la prima volta si vedeva la passione, l’allegria. Era una situazione esaltante, che io mangiavo con gli occhi, anche se un po’ in disparte, anche se dai gradini del Bar Rio (il bar gestito dal padre di Saverio, (corsivo)n.d.r.). Una libertà che non s’era mai vista in paese».

Ma, ancora una volta, ecco, ad evitare il rischio della retorica, il ricorso all’ironia demitizzante. La maggior parte della gente di Castrovillari non li capiva, quei giovani, e li guardava con disgusto: «S’i guardisi a rìatu, un si capisci mancu si su masculi o fiammini». E l’uso del dialetto calabrese, che, come si sarà capito, attraversa la gran parte del testo, rende ancora più eclatante, per contrasto, l’apertura al mondo costituita, poniamo, dall’arrivo in quella landa dimenticata del Living Theatre di Julian Beck, con l’annesso muro opposto dagli attivisti politici ai carabinieri che volevano interrompere lo spettacolo di un uomo nudo e legato al quale un altro uomo infliggeva scariche elettriche.

Adesso, per chiudere, dovrei dire della bravura che Saverio La Ruina dispiega in quanto attore, avendo alle spalle uno degli orologi molli di Dalì sotto specie, ovviamente, di simbolo dell’elasticità del tempo. Ma, dopo quanto ho scritto, direi parole scontate e inutili. E allora lascio che commenti la prova d’attore di Saverio il Pasquale Lojacono che, in «Questi fantasmi!» di Eduardo De Filippo, dialoga con l’invisibile professor Santanna: «Neh, scusate?… Chi mai potrebbe prepararmi un caffè come me lo preparo io, con lo stesso zelo… con la stessa cura?… Capirete che, dovendo servire me stesso, seguo le vere esperienze e non trascuro niente…».

Corriere della Sera – Franco Cordelli – 19/01/2023

Un orologio surrealista per i labirinti del tempo 

 

Via del Popolo è una via di Castrovillari (Cosenza), dove è ambientato il monologo in cui Saverio La Ruina ricorda la sua gioventù. Si dà il caso che io l’abbia visto al Teatro Basilica che, come il nome stesso annuncia, si trova di fronte a San Giovanni: proprio là dove ho avuto l’opportunità (la fortuna) di essere in mezzo al popolo — ad un popolo innumerevole, folto, lì ad ascoltare Sergio Cofferati, alla direzione della Cgil. È un ricordo indimenticabile, non solo perché ero accompagnato da amici che non ci sono più, ma per il punctum di quell’evento: fu l’ultima volta che accadde a me e, credo, una delle ultime, per un così numeroso gruppo di persone riunite in uno stesso luogo, che si potesse parlare di «popolo».

 

Questo punctum è lo stesso di La Ruina, del suo racconto. Sì, Saverio ci parla dei suoi otto anni, e dei suoi tredici, ma arriva dove vuole arrivare: alla fine di via del Popolo, ovvero alla sua trasformazione. Di tutte le persone che la percorrevano, di tutti quei negozi e negozietti che incantavano il bambino, ora non c’è più nulla e nessuno. Non a caso Saverio entra in scena tra quei lumini disposti a terra, sono i lumini del cimitero; e non a caso l’amico Tonino passa sputazzando, o non ricordando i matrimoni dove incontravano tanti di quelli di cui ora vedono le lapidi, compresa la lapide del padre di Saverio, uno dei personaggi della sua storia. Questi personaggi sono tanti, sono rievocati al volo: un nome, un suono, un numero. I numeri vengono dall’orologio, un Omega: scandiva il tempo che una volta occorreva per percorrere tutta via del Popolo e il tanto che ne occorre oggi.

 

I nomi sono Rita e i suoi Alimentari, zu Franciscu e i suoi altri Alimentari, Ninu il falegname, Mastu Giovannu, il sarto — egli fu fedele tutta la vita a Ida, la vedova che mai avvicinò, poi divenendo il padre della figlia quando lei non ci fu più. In quanto ai suoni: come dimenticare la scansione dei tacchi delle due Giannetto, su e giù per via del Popolo? La Ruina fa l’impossibile per animare la sua voce, ha uno sgabello che sposta di qua e di là, si siede, si alza, si mette per terra, si sposta da destra a sinistra — percorrendo, tra i lumini, piccoli labirinti. Sono i labirinti del tempo — quello che vediamo prima immobile, poi un po’ meno, appeso lassù — sgualcito come un orologio da fiera o, se si vuole, come un orologio surrealista. Ma non è esso, forse, l’orologio segreto del padre? Quel padre sempre puntuale e che per ben due volte non lo è, sparisce e ricompare, sparisce e viene ritrovato disteso nel fango: fu quando Saverio vide il viso della madre illuminarsi come mai prima era accaduto.

Illuminato da ben diversa luce di quella che ora brilla in via del Popolo: la luce del parcheggio, la luce della sede di Banda Intesa, la luce dei supermercati. Fu proprio là, in quel quadrato in cui il popolo è diventato pubblico che Saverio dette il primo bacio ad Annarosa, che fu poi «il primo bacio che ho dato a una ragazza».

 

Voto: 7.5

Liminateatri.it – Katia Ippaso – 29/01/2023

“Via del Popolo”, la “Spoon River” di Saverio La Ruina

 

«Papà, cumi ti sèntisi?». «Cumi a na frunna ncapu a l’albiru». «Allura, m’agghia mitti d’accordo c’u vìantu» («Papà, come ti senti?». «Come una foglia sull’albero». «Allora mi devo mettere d’accordo con il vento»). Questo frammento di dialogo contenuto in Via del Popolo ci consegna il paesaggio intimo su cui si modula l’ultimo lavoro teatrale di Saverio La Ruina, capace di rivoluzionare il diktat imperante su quello che deve essere o non essere “performance”. «Allora mi devo mettere d’accordo con il vento»: Saverio La Ruina, da solo in scena, rivive uno degli ultimi incontri con il padre, nel momento in cui il vecchio genitore cerca di spiegare al figlio che ormai è venuto il suo tempo. Il vento, i paesaggi naturali e quelli del volto umano, le espressioni plastiche conservate dal dialetto, la paura della morte, l’avvento della morte, il trascolorare di tutte le cose del mondo, sono i motivi dominanti di questa tenera, umanissima, opera teatrale, risolta sul palcoscenico del TeatroBasilica di Roma (ormai inequivocabile calamita delle più sincere e rilevanti espressioni dell’arte teatrale italiana, a prescindere dalle generazioni) come un gesto netto e solitario che sembra far rivivere le atmosfere poetiche del romanticismo tedesco.

Dal dialogo tra un figlio che vuole tenere in vita il padre e un padre che vuole andarsene, parte un requiem che è anche un atto di rigenerazione, in cui il tempo si allarga e si restringe attorno ai quadri interiori e fotografici che compongono la partitura scenica. Un’autobiografia in levare e mai in battere (il monologo si chiude non a caso su un punto di domanda) che prende la forma di una passeggiata tra le rovine, una specie di Spoon River mediterranea (l’opera di Edgar Lee Masters viene esplicitamente citata nello spettacolo) che assume i volti, i nomi e la lingua di un paesino calabrese. Per noi che abbiamo sempre frequentato Castrovillari come uno degli epicentri della scena contemporanea – per via del Festival Primavera dei Teatri che negli anni ha saputo farsi, pur con mille difficoltà, calamita di tanti pensieri e invenzioni sceniche -, quest’ultima opera monologante di Saverio La Ruina (uno dei direttori del festival, assieme a Dario De Luca e Settimio Pisano, nonché fondatore della compagnia Scena Verticale) svela il segreto dell’atmosfera calorosa, vigile e umanissima, che si è sempre respirata da quelle parti. Dopo aver indagato fenomeni antropologici lontani e vicini, La Ruina sceglie di narrare con il proprio corpo e la propria voce, senza nessuna forzatura in senso “performante”, la storia della sua famiglia. C’è, in luce, un romanzo (o almeno un racconto) e, se solo l’autore lo volesse, anche un film, in Via del Popolo, che tiene lo sguardo fermo su un’unica strada, una via del centro che si anima e si spopola, si illumina e si spegne, solo con l’azione illusionistica della parola.

Emigrati da un paesino di montagna, il padre e lo zio di Saverio creano, a Castrovillari, una delle realtà vitali della cittadina calabrese, il bar Rio. Etichettati all’inizio come “scemi” (perché montanari) i La Ruina si conquistano, con sacrifici, giochi di prestigio e piccole grandi battaglie per la sopravvivenza, quella rispettabilità tanto agognata che diventa immediatamente assicurazione di futuro per i loro figli. Ma Saverio cambia rotta, non diventa barista né proprietario di bar, come la famiglia desiderava. Per “colpa” di quella sua infallibile capacità di osservazione grazie alla quale oggi, a distanza di tanti anni dagli eventi trascorsi, ci viene restituita la storia di una famiglia, che è anche storia d’Italia, mitologia della vita quotidiana e trattato filosofico sul tempo. Tra riferimenti cinematografici, siparietti comici e indagine antropologica, Via del Popolo tesse, attraverso movimenti minimi e una narrazione autentica, fatta di vita veramente vissuta, la storia di una famiglia che, sottotraccia, rivela anche la natura di una vocazione artistica.

 

L’elemento più sorprendente è la tessitura drammaturgica, che si avvolge come una spirale attorno all’azione del tempo (bellissimo il dipinto di Riccardo Di Leo, che cita Gli orologi molli di Dalì), tenendo come metro di misura un cronometro che lo zio Nicola aveva regalato al piccolo Saverio. Le scene di allargano e si contraggono attorno all’atto immaginario della penna che scrive, e pare di sentire il rumore della carta, ascoltando le storie di Via del Popolo, vissute e rievocate da un autentico scrittore, oltre che da un delicato, solitario artista della nostra scena.

Per un’operazione analoga, Steven Spielberg è stata candidato all’Oscar. Ebbene, Via del Popolo rappresenta, per il teatro italiano, ciò che The Fabelmans simboleggia per il cinema: la storia (mai sottolineata) di una vocazione, l’origine di una favola con i suoi riti di passaggio e le prove di iniziazione, l’incantamento di uno sguardo bambino capace di trasformare di segno ogni evento della vita quotidiana. E tutto grazie a quell’istinto mitopoietico che, in un mondo di consumo macabro e spettacolare, sa elevarsi al di sopra delle trappole seriali della narrazione. Per restituirci con naturalezza i nostri morti e rendere più umani i non ancora morti.

Hystrio – Fausto Malcovati – Gennaio 2023

Saverio La Ruina non è bravo. È unico. Non c’è in Italia nessuno che fa teatro come lui. Che tiene per un’ora e mezzo inchiodato il pubblico raccontando il suo mondo, il suo territorio, le sue radici, i suoi affetti, le sue storie, i suoi fantasmi. E lo fa con una naturalezza, una spontaneità, un calore, una freschezza che ogni volta commuove. Ci si riconosce nelle sue parole, ci si abbandona i suoi ricordi, si è contagiati dalla sua tenerezza, dal suo brio, dalla sua sottile arguzia. Già, è vero, era così, anch’io come lui… Questa volta parla di una via del suo paese, via del Popolo, appunto. Duecento metri, non di più: eppure in quei duecento metri c’era tutta un’epoca, una società che oggi non c’è più, un sistema che è cambiato, un ordine che è scomparso. La Ruina comincia con una visita al cimitero: sulle tombe vecchie fotografie, volti noti, e dietro i volti storie, vite. Vite della gente che un tempo popolava la via centrale del paese: due bar, tre negozi di generi alimentari, un fabbro, un falegname, un ristorante, un cinema. Intorno a loro vita, consuetudini, amicizie, usi e costumi centenari. Ci si conosceva, ci si frequentava, si intrecciavano amori, nascevano figli, crescevano insieme. Uno dopo l’altro i negozi sono scomparsi, la gente si è allontanata. Oggi centri commerciali, boutiques, telefonia, computer. Non solo: la gente non è più quella, cammina veloce, non saluta, non conosce, non condivide, ha altro a cui pensare. Via del Popolo come tante altre vie di tanti altri paesi. La gente del paese come tanta altra gente di tanti altri paesi. Requiem per una via.

Paneacquaculture.net – Laura Novelli – 14/02/2023

La poetica levità dei ricordi in Via del Popolo di Saverio La Ruina

 

Maglia e pantaloni neri, giacca bianca, i passi sommessi di sempre, la voce naturale ma incisiva, lo sguardo luminoso, a tratti vagamente malinconico. Saverio La Ruina arriva in scena, nella sua scena, con la levità di un fabulatore antico. Al bando maschere, artifici, travestimenti. Di fronte al commovente racconto autobiografico messo insieme nel monologo Via del Popolo, l’attore e autore calabrese (diversi premi prestigiosi in curriculum per lavori memorabili quali, tra gli altri, Dissonorata – Delitto d’onore in Calabria, La Borto, Italianesi, Masculi e Fiàmmina) è semplicemente sé stesso. Sua è d’altronde la storia evocata qui. Suoi i ricordi, i legami affettivi, gli aneddoti, le emozioni, le parole che compongono le maglie di una scrittura viva, in costante bilico tra dialetto e italiano, dialogo e narrazione, pathos e ironia, vicenda personale e sguardo collettivo.

E non potrebbe essere diversamente visto che la Via del titolo è una strada reale, concreta, quella dove La Ruina è cresciuto, ha giocato, studiato, lavorato, vissuto. E dove vive tutt’ora. Un luogo intimo dunque. Che al contempo si impone come il cuore pulsante di una cittadina del Sud, Castrovillari, che dagli anni ’60 ad oggi ha visto la sua fisionomia trasformarsi, cambiare, morire e rinascere profondamente mutata: un’intera comunità vibra dunque in questo affondo sociale dove tutti possiamo ritrovare qualcosa di noi.

 

Non è un caso, d’altronde, che la pièce (vista al TeatroBasilica di Roma e ora in tournée) si apra con una passeggiata nel cimitero locale: «Con un amico d’infanzia, quando torno al paese, facciamo sempre una passeggiata al cimitero. Ci piace prendere un viottolo senza sapere chi ci trovi. Tanto, dove vai vai, in un cimitero trovi sempre qualcosa di interessante. Passando davanti alle fotografie dei morti, Tonino, ch’è una persona spiritosa, comincia: – “Guà guà, Savè, t’u ricòrdisi a quistu?”. Appena vediamo la foto di uno che conosciamo, vummm… si apre un pezzo del nostro passato. Dopo una serie di t’u ricòrdisi a quistu, Tonino si ferma davanti a una foto e senza dire niente, prende la rincorsa e puuuu, ci sputa sopra, ma una sputazzata enorme, che la foto manco si vede più. – “Ma chi cazzu fai, Tonì?”, gli dico».

 

Ed ecco che, come in un viaggio di foscoliana memoria, i “sepolcri” dei compaesani defunti diventano trampolini rivolti verso il passato; pretesti affettivi per ricordare e, ancor più, per raccontare. Ma il racconto, muovendo da una drammaturgia di magistrale raffinatezza tecnica, slitta continuamente da un piano all’altro, dall’allora all’oggi, dall’udito alla vista: ciò che l’attore dice – con quel suo stile semplice, persino scivoloso, eppure cadenzato e ritmico; stile che qui sembra trovare una dolcezza nuova rispetto a precedenti prove, complici la frequente “traduzione” dei dialoghi scritti in dialetto calabrese e i sorrisi che regalano levità all’ordito dell’interpretazione – diventa immagine, scena nella scena, visione quasi cinematografica capace di costruire mondi nei diversi mondi degli spettatori.

 

Ogni slittamento torna poi al suo punto di partenza, intercetta la coerenza di una scrittura che dal biografico – difficile, d’altronde, non immaginare questo lavoro essenzialmente come un viaggio di formazione e di riappropriazione identitaria – curva verso una più ampia riflessione sui cambiamenti sociali di un’Italia (e di un Meridione) forse lontana ormai dallo spirito di sacrificio postbellico e dalla matrice “umanistica” del successivo boom economico ma ancora capace di tenersi strenuamente in bilico tra passato e presente.

Motivo per cui le lapidi dell’incipit, alluse scenicamente in modo molto lineare attraverso una geometrica disposizione di lumicini poggiati a terra (allestimento a cura di Giovanni Spina), segnano e demarcano questo passaggio trasformandosi esse stesse in memoria attiva, presente. La prossimità con la morte finisce così col caricarsi di suggestioni personali, ora allegre, ora dolorose, ora nostalgiche, declinate sempre con compostezza e rispetto, che trovano la loro acme emotiva nel ricordo dell’anziano padre Vincenzo, splendida figura centrale dell’intero lavoro: «Passando da un morto all’altro arriviamo… a papà. Davanti alla sua lapide ci sono sempre fiori freschi, anche quando mamma non può. Sono per le lapidi più in alto, ma siccome quella di papà è la prima in basso, pare che i fiori li abbiano portati apposta per lui. E mi ricordo il momento ch’è venuto a mancare. Qualche giorno prima gli avevo chiesto: – “Papà, cumi ti sèntisi?” E lui m’ha risposto: – “Cumi a na frunna ncapu a l’albiru”. “Come una foglia sull’albero”. – “Allura, m’agghia mitti d’accordo c’u vìantu”, gli ho detto».

 

Nella relazione con questo uomo dai modi severi ma dall’animo dolce e sapiente, Saverio/attore è ancora più tenero. Qualcosa di antico, di rituale, una sorta di reminiscenza verghiana lo attraversa mentre il suo amore filiale si appunta a quel dialetto vigoroso e mitologico con cui racconta episodi quali la rasatura della barba, la ricerca notturna del genitore smarritosi in campagna.

Questo padre/albero è il cuore drammaturgico del testo. Fu lui, d’altronde, a far trasferire la famiglia, su profetica insistenza del fratello Nicola, da un piccolo centro montano del Pollino a Castrovillari, una “città” – così sembrò agli occhi di Saverio bambino – animata da negozi, bar, scuole, ristoranti, botteghe artigiane e persino un cinema. Fu lui a scegliere Via del Popolo come la strada di casa e fu sempre lui ad aprire il Bar Rio su Via Roma, a cento metri di distanza dalla loro abitazione. In quel bar – il cui nome, per un paradosso del destino, richiama alla mente la Rio brasiliana dove gran parte dei La Ruina stessi erano emigrati tempo prima – l’attore ha imparato a guardare gli altri, ad osservare la vita della gente, a registrare su un quadernetto le abitudini di alcuni compaesani e, in modo quasi ossessivo, i nomi e i film dei grandi attori hollywoodiani. «Per noi montanari, Castrovillari era l’America, c’erano scuole, uffici, ospedale, tribunale, servizi, tutto. E poi dovevamo solo scendere dalla montagna. Prima sono arrivati mio padre e mio zio Nicola, e hanno comprato il Bar Rio, in via Roma, una delle due strade principali. Che poi un nome un destino, perché proprio a Rio sono emigrati tutti i fratelli di mio padre. Erano undici. Otto sono partiti e tre sono rimasti, il venti per cento. Secondo il calcolo delle probabilità, io avrei dovuto essere più a Rio de Janeiro che a Castrovillari, più sul Pan di Zucchero che sul Monte Pollino, più in Rua Marechal Hermes che in via del Popolo. Bastava che uno dei fratelli insistesse. O che zio Nicola dicesse andiamo a Rio invece che al Bar Rio. Ironia della sorte, il destino li ha avvicinati col nome, ma ci ha messo in mezzo l’oceano».

 

In quel bar Saverio ha conosciuto le canzoni, fil rouge sonoro dello spettacolo, premendo i tasti colorati di un juke box: «Studiavo su un tavolino attaccato al juke box. Let it be dei Beatles, Sognando la California e Io mi fermo qui dei Dik Dik e poi i New Trolls, Santo e California, Creedence Clearwater. Ma quella che mi emozionava di più era A whiter Shade of Pale dei Procol Harum, perché con quella ci ho ballato i primi lenti abbracciato alle ragazze. Che poi abbracciati tanto per dire […]». Ha confuso il gioco con il dovere, nutrito i suoi sogni più profondi, formato la sua focosa indole politica.

Sempre in quel bar ha tentato più volte di fermare il tempo, complice un cronometro regalatogli proprio da zio Nicola: «Tè, Savè”, m’ha detto, “cu quistu si patronu d’u tìampu, u poi firmà, u poi fa jì annanti e u poi fa jì arrìatu, insomma ci poi fa quiddu chi vùai».

Ma il tempo, altro tema portante del testo, non si può fermare. Tutto cambia, deperisce, cambia forma. I genitori invecchiano, avvertono che il loro, di tempo, è arrivato, e poi se ne vanno via per sempre. Le strade che abitiamo abitano esse stesse un continuo altro tempo: i vecchi negozi di alimentari ormai chiusi spariscono per lasciare spazio a centri commerciali e supermercati privi di identità.

 

Saverio/cantore abbraccia tuttavia tali trasformazioni, le osserva, le studia e le “canta” senza enfasi né giudizi. A tratti con un sano rammarico. A tratti, persino, con benevola ironia. Rispensando ad uno degli spettacoli più emblematici e toccanti del repertorio di La Ruina, Dissonorata (Premio Ubu nel 2007), ci tornano in mente le mani sul volto della prima scena: mani impegnate ad accarezzare incessantemente le gote come fossero angeli capaci di lenire qualsiasi dolore. Anche quello pietrificato e ancestrale che, in quello struggente monologo, muoveva dall’utero di un Sud quanto mai feroce. In Via del Popolo sembra, invece, che proprio il tempo, gli anni trascorsi e vissuti, l’esperienza umana e professionale sedimentata spingano l’attore ad un perdono pietoso; ad una comprensione più consapevole delle contraddizioni e dei cambiamenti propri di una realtà che il suo teatro ha sempre saputo raccontare con trasporto e lirismo.

 

Il tempo uccide e insieme cura, accompagna le nostre vite e insieme corre spietato. E allora è il caso di sorridergli in faccia. Non per niente, il Tempo stesso campeggia in scena nella riproduzione volutamente naïf che Riccardo De Leo firma del celebre dipinto La persistenza della memoria di Salvator Dalì: una sorta di distorsione ottica dove un grande orologio tondo, celeste chiaro, scivola fuori dal suo perimetro per dirci che il tempo fa il suo corso e non ascolta i nostri desideri. È un’immagine quasi infantile, ingenua, eppure puntale. Che si ricorda con estrema semplicità che quell’orologio abita dentro di noi e dentro la nostra storia. Una storia intima, solo nostra, e una storia sociale, condivisa, che è poi la storia delle nostre radici, dei luoghi – appunto – e delle persone da cui proveniamo. Una storia in cui riconoscerci come esseri umani in relazione.

 

Nel tenue gioco luci di Dario De Luca (con cui La Ruina ha fondato nel ‘94 la compagnia Scena Verticale e con il quale dal ‘99 dirige l’accreditato festival Primavera dei teatri) e nella sobria, lieve, regia firmata dall’interprete, questo piccolo/grande marchingegno drammaturgico riluce, insomma, di quell’onestà intellettuale e di quella straordinaria capacità che il bel teatro ha di parlarci.

Proprio a noi. E proprio di noi.

WordPress.com – Graziano Graziani – 20/01/2023

In alcuni casi (spesso nei migliori) il palcoscenico è un luogo di fantasmi. Un luogo che si popola delle ombre del passato, delle ossessioni e del senso profondo delle relazioni – umane, sociali, individuali, collettive – che siamo riusciti a costruire e che sono la trama che sorreggono la nostra porzione di mondo. Il rischio che comporta addentrarsi tra i fantasmi non è una shakespeariana perdita del sonno, e nemmeno quello di restare terrorizzati, quanto – più prosaicamente – quello di finire in un ingorgo di nostalgia, malta insidiosa con cui i racconti finiscono per essere scivolosi, personalistici, rassicuranti. È con la consueta grazia della sua recitazione e un gusto garbato dell’ironia che Saverio La Ruina riesce a evitare l’insidia dei ricordi personali e ad allestirli poeticamente sulla scena di “Via del Popolo”, ad uso e consumo di un pubblico (come quello delle repliche romane a cui ho assistito) che forse non ha mai visto Castrovillari, la città dove si dipana il racconto e dove si trova la via evocata nel titolo, e sicuramente non l’ha mai vista negli anni Sessanta e Settanta, l’epoca in cui la vicenda è ambientata.

 

Lo sfondo è quello di una Calabria che oscilla tra l’antico di un mondo rurale, montano – dove la promessa di ricchezza si staglia nell’alveo della città, sia pure una cittadina come Castrovillari che non è neppure capoluogo – e il moderno di un’Italia in fermento politico e sociale. L’abbandono del paese per aprire un bar in via del Popolo ha il sapore dell’epica, per il protagonista bambino, non meno che se la famiglia avesse attraversato l’oceano.

 

Lo sfondo, dunque, è un contesto concreto, ma il paesaggio che ci propone La Ruina è un paesaggio onirico, che si apre tra i moccoli di un cimitero – le luci disposte sul palco – dove l’amico Tonino si aggira sputando allegramente sui morti. Un gesto irriverente che ci porta dentro una dimensione dal sapore picaresco che non abbandona il racconto nel corso dello spettacolo, perché andando più avanti nel tempo ci ritroveremo invischiati in una ricerca accorata dell’anziano padre scomparso che finisce con il gusto tipico della battuta di paese, in grado di condensare il bene e il male e sciogliere i nodi che creano con una scrollata di spalle (come stai papà?, chiede il figlio al padre rimasto in vallone per un giorno e mezzo, anche di notte, al freddo – e quello risponde “abbastanza bene”…).

 

È chiaro che oggi dei negozi e delle vetrine che stimolavano la fantasia del giovane Saverio è rimasto ben poco – non solo a Castrovillari, verrebbe da dire, ma un po’ ovunque il tempo continui a scorrere. Ed è chiaro che, procedendo tra i ricordi personale, il racconto si tinge di note sentimentali; eppure ciò che maggiormente ci racconta la storia di “Via del popolo” è un grande richiamo poetico alla leggerezza. Gli entusiasmi – come quelli del giovane Saverio di fronte alle vetrine e alla varia umanità del corso castrovillarese – fanno parte della vita, cambiano colore con l’avvicendarsi delle stagioni; ma è il fatto stesso che le stagioni si avvicendino a dare senso al fatto di averle vissute. Non rimpianto, quindi, ma consapevolezza, da affrontare col più leggero dei registri.

 

Nella vicenda di un bambino di otto anni, poi adolescente che scende in piazza a manifestare e si vergogna del fatto che i genitori affittino un negozio alla sezione locale dei missini, poi giovane teatrante che incontra i propri sodalizi artistici (Dario De Luca con cui fonderà la compagnia Scena Verticale e che qui firma il disegno luci), e infine uomo che raccoglie le fila della memoria familiare e intrattiene un tenero rapporto coi propri genitori anziani, non c’è semplicemente il diario personale di una vita e di una città. C’è un addio al padre che è un ricongiungimento con la propria infanzia; c’è uno sguardo ai fantasmi della città che sono vivi sotto le facce, le vetrine e le insegne del presente; c’è la consapevolezza che farsi donne e uomini è un lavoro complicato e mai solitario, che si compie solo grazie alla rete delle proprie relazioni umane.

 

È solo così che la “persistenza della memoria” – alle spalle dell’attore campeggia uno degli orologi molli di Dalí – cessa di essere ingombro per diventare sguardo sul mondo.

Glistatigenerali.com – Walter Porcedda – 11/06/2023

Parla del territorio, unendo popolareggiante a teatralità, rispetto per le tradizioni ma anche disincanto “Via del popolo” , opera di uno degli artefici della “Primavera”, l’attore Saverio La Ruina: un racconto da seguire fino all’ultimo. Un pezzo di bravura autobiografico costruito da tessere che si incastrano come parti diverse di uno stesso mosaico in cui La Ruina, mette insieme romanzo generazionale, saga familiare e storie di quartiere: il tutto esposto in modo fluido davanti ad un pubblico complice che lo conosce e lo abbraccia come figlio e concittadino.

 

L’inizio è da antologia. La Ruina si aggira in notturna con un amico tra i marmi e le lapidi del cimitero scoprendo e commentando nomi ed episodi. Una piccola Spoon River fatta di umanità e raffinata comicità. Così si passa senza soluzione di continuità alla fotografia del nucleo familiare che un giorno carica le proprie cose, lasciando il villaggio nei monti per approdare nella città dalle luci colorate. Il cambio di vita è l’apertura di un bar nella via centrale di Castrovillari. Tutto attorno un ricco repertorio umano fatto di artigiani, commercianti e piccole storie. C’è il proiezionista, Tonino il macellaio, Giovannino l’antennista… gli amori mai nati e dichiarati. E poi ci sono i ragazzi dei Settanta, ballando il lento “A Wither Shade of a pale” dei Procol Harum, ascoltando il rock e andando alle manifestazioni fino al 1978 “l’anno in cui il movimento finì”.

 

La Ruina alterna e intreccia i pezzi del racconto come si infilano gli steli di giunco nel costruire i cestini. Ci sono gli amici e le figurine di una cittadina che poi è come il nido. La madre, chiesa e casa e il padre che una sera incredibilmente non torna. La ricerca disperata, l’ultima rasatura… C’è davvero tanto in “Via del Popolo”, ritratto di molta Italia del Sud quanto del Nord. La scoperta del mondo, il dolore, la vita. Uno spettacolo che si ama subito senza tentennamenti.

Bebeez.it – Mario Cervio Gualersi – 18/06/2023

(…) Di Via del Popolo, scritto, diretto e interpretato da Saverio La Ruina abbiamo dato ampio conto in queste pagine lo scorso gennaio in occasione del debutto milanese, ma è stata una bellissima emozione rivederlo nel luogo in cui è ambientata la storia, proprio la Castrovillari sede del Festival, a cui Saverio è approdato a sei anni con la famiglia, traferitasi dal paesino di montagna dal quale è originaria e dove il babbo aveva aperto un bar. In una sorta di Alla ricerca del tempo perduto l’autore ci conduce per mano a conoscere i tanti personaggi che hanno accompagnato la sua infanzia, adolescenza e maturità, un’indimenticabile galleria di caratteri alcuni dei quali sono effigiati nelle lapidi del cimitero. Un altro protagonista della pièce è infatti il tempo (simboleggiato in scena da uno degli orologi sciolti di Salvador Dalì) che ha radicalmente mutato l’aspetto della strada del titolo, dove sono scomparsi tanti negozi al pari dei loro titolari, ognuno con una sua caratteristica fisica o caratteriale, tanto che per percorrerne i 200 metri prima ci si impiegavano 20 minuti mentre ora ne bastano due. Teneri e nostalgici sono i ricordi che riguardano i suoi genitori, il padre che se n’è andato e la mamma severa e protettiva. Un piccolo gioello che ha giustamente meritato una lunga tournée che ancora continua con immutato successo.

Il Sole 24 Ore – Antonio Audino – 29/01/2023

Le radici dialettali di una via spazzata dal tempo

 

In quanti modi si può misurare il tempo? Sull’arco lungo della nostra storia? Su quello più breve di una vita? Sui frammenti esigui delle nostre esperienze quotidiane? Semmai, sembra suggerirci Saverio La Ruina, bisogna tenere conto contemporaneamente di cronometri che procedono con velocità differenti. Non a caso al centro della scenografia del suo ultimo lavoro, Via del popolo, c’è un orologio molle di Dalí un oggetto arresosi alla sua inutilità. Proprio quel corso cittadino, arteria principale di Castrovillari, la località calabrese in cui questo attore e autore vive sin dal giorno della sua nascita, è stato ed è un attento indicatore delle varie modalità di scorrimento del tempo. Tant’è che i minuti per percorrerlo sono calcolabili in maniera diversa, variando a seconda del passo, ma anche a seconda delle epoche. E, se una volta c’erano molte botteghe presso cui fermarsi e tante persone da salutare, oggi quel viale, pressoché deserto, si attraversa in pochi istanti, perché il ritmo dei nostri giorni fluisce altrove, nei centri commerciali, secondo i nuovi riti della civiltà contemporanea.

 

Nello spettacolo, passato a Roma al TeatroBasilica, La Ruina snocciola i racconti delle tante figure che hanno animato quei marciapiedi, lo fa indossando una giacca bianca da cameriere, perché suo padre aveva un bar proprio su quella strada. Ecco allora i tanti negozianti vicini, le tante esistenze riunite per un casuale disegno su quella traiettoria, le signorine di buona famiglia, l’uomo sentimentalmente legato ad una donna sposata con la quale non ha mai avuto una relazione, il malavitoso con un senso della giustizia tutto suo. E ci sono poi i luoghi significativi, il cinema con le pellicole spezzettate di film spesso incomprensibili, o la sezione politica del Msi quando negli anni Settanta anche lì arriverà la contestazione e sarà possibile vedere persino un ragazzo e una ragazza baciarsi in pubblico. Sembra esserci una sotterranea traccia pasoliniana in queste narrazioni, perché a generarle non è la nostalgia di un passato considerato migliore del presente, ma il desiderio di indagare sulle radici profonde del nostro essere, come individui e come collettività nazionale. Quindi, recuperare nella memoria quel tempo (appunto) apparentemente così lontano, vuol dire, semmai, vivere con maggiore consapevolezza la nostra accelerata e confusa realtà attuale. Per questo, e perché ci sta parlando di se stesso, La Ruina si rivolge al pubblico con un tono semplice e quotidiano, colorato con le tinte del suo dialetto, e forse in un modo più diretto rispetto ad altri suoi lavori, ma anche questa volta la linea portante è la sensibilità e la delicatezza, tipica di questo autore e interprete, nell’osservare e nel raccontarci vite piccole e grandi, comuni e straordinarie.

Nonsolocinema.com – Leonardo Mello – 26/06/2023

È sempre un’emozione vedere un nuovo spettacolo di Saverio La Ruina. L’autore/regista/interprete riesce a smuovere, nel suo raccontare, le pieghe più nascoste dei ricordi. Così è successo a Castrovillari con Via del popolo, che solo superficialmente potrebbe essere accostato agli ormai celebri e celebrati lavori del passato, da Dissonorata a La borto, da Italianesi a Masculu e fiammina, senza contare i peli d’oca provati con Polvere, per citarne solo alcuni. In questo ritratto della Calabria più profonda Saverio si mette del tutto a nudo, parla di sé in prima persona, narra il posto dov’è cresciuto senza infingimenti ma con la consueta (e anzi arricchita) poesia.

 

È una pièce fondamentalmente basata sugli esterni: la strada in cui è andato a vivere giovanissimo, il bar del padre, aperto con lo zio poi finito in ospedale psichiatrico, il meridione italiano fatto di persone reali e allo stesso tempo personaggi di una commedia che può essere lieta o può esserlo molto meno. Quella che tutti chiamano gente del paese, magari un po’ malavitosa, a volte, un po’ accidiosa, altre, ma sempre e comunque ricordata come in una fotografia analogica. La cosa più sbalorditiva, infatti, non riguarda la storia, come negli spettacoli precedenti. Protagonista, almeno per chi scrive, è il tempo, anzi il tempo passato. Ci troviamo tutti a dover fare i conti con quello che resta della nostra infanzia. Della giovinezza, forse sarebbe meglio dire. I ritratti che Saverio costruisce sono intimi e paradigmatici, dicono di una famiglia meridionale ma richiamano i sentimenti che ci hanno accompagnato, le distanze, le assenze, gli errori. L’autobiografia dichiarata diventa simbolo universale di ciò che è stato, di ciò che si è stati finora. E quella Via del Popolo, ormai desertificata, si dipinge dei colori di ogni persona che ci passava, rimangono impresse le belle sorelle ammirate da tutti, perfino dal prete, o la disastrosa scomparsa del papà dell’autore, per fortuna risolta dopo affannose e rocambolesche ricerche. Ma il senso della poesia, il suo motore, porta lo spettatore lontano. È anche pericoloso, in realtà, perché il valore schiettamente autobiografico di cui si accennava si rivela uno specchio. E restando immagati dalle parole si scivola irrimediabilmente dentro la propria solitudine, si enumerano uno a uno i volti di chi ci ha lasciato. Tanti tipi diversi di morte, fragilità mai del tutto sopite e superate. Ma la straordinarietà di Via del popolo sta tutta qua, nella benevolenza che ti porge.

 

Non è un caso che l’inizio, divertente e rituale, si svolga in un cimitero. Si ride anche di qualcuno che lì è sepolto, ma l’orologio storto come quelli di Dalì ci indica il tema: il tempo, il passaggio, la permanenza e anche, ovviamente, la dipartita. C‘è un affetto così profondo nel delineare le tracce di ogni persona che viene evocata che deve essere costata un bel po’ di fatica emotiva a chi l’ha scritta. Perché, lo sanno tutti, non è facile parlare di sé. Costa dolore e si cerca di evitarlo, se si può. Saverio è stato molto coraggioso nel far entrare folle di estranei nel suo mondo più intimo.

 

Lo spettacolo è un capolavoro nell’alternare riso e commozione. Lo dimostrano i dieci minuti di applausi, un tributo a questa nuova prova d’artista. Poi certo si esce dal teatro. E necessariamente ci si guarda indietro. Ma in fondo il teatro serve a questo, a consolarti. A strapparti il cuore e rimetterlo a posto.

Sipario.it – Gigi Giacobbe – 22/12/2022

I nomi delle vie hanno qualcosa di epico, di tragico, di poetico. Ti ricorderai sempre la Via Merulana a Roma dove accadde un brutto pasticciaccio ad opera di Emilio Gadda, la Via Pal di Ferenc Molnar a Budapest che denunciò la mancanza di spazi per il gioco dei più giovani, la stretta Via Castellana Bandiera di Palermo, romanzo e film di Emma Dante, costituì un campo di battaglia per due donne testarde rimaste bloccate con la propria auto sino a tarda notte, una sorta di duello silenzioso fatto di rabbiosi sguardi e rabbia repressa finito tragicamente con la morte di una delle due. A Messina la Via Cicerone, per tanto tempo sterrata, fu il regno dei giochi dei ragazzini del quartiere (compreso chi scrive) a due passi dal Duomo e soltanto da qualche mese è stata bellamente restaurata con eleganti mattoni grigi di pietra lavica. Non dimentico la genovese Via del Campo di Fabrizio De Andrè dove risiede una graziosa puttana dagli occhi grandi color di foglia, né la milanese Via Gluck di Adriano Celentano dove un tempo c’era l’erba e poi fu eretta una città. Adesso sale alla ribalta la Via del popolo di Castrovillari dove vi abitava e continua a farlo Saverio La Ruina, diventata una pièce teatrale autobiografica, interpretata e diretta magnificamente da lui stesso tutto da solo, come sempre con toni garbati, (espressi già in Dissonorata, La Borto, Italianesi e altre, note pure all’estero), ruotante attorno ai suoi anni infantili e adolescenziali, da quando la propria famiglia dal monte Pollino si trasferisce a Castrovillari col suo bel Castello Aragonese. Lo spettacolo, in dialetto e in lingua, inizia con La Ruina che cammina al ralenti sulla scena del Teatro dei Tre Mestieri, puntellata da piccoli lumi accesi che indicano tombe e nomi di chi vi è sepolto. Sui pantaloni e maglietta neri La Ruina indossa una giacca bianca, che terrà sino alla fine, ad indicare il suo primo lavoro da cameriere nel bar Rio acquistato dal padre Vincenzo e dallo zio Nicola, firmando al vecchio proprietario un’infinità di cambiali da poterci tappezzare l’intero locale. Il racconto procede come un amarcord felliniano con molti flashback: carezze o sputi dell’amico Tonino sulle severe foto di chi in vita s’era comportato bene o male nei loro confronti: confessione sulla tomba del padre che scriverà un lavoro su di lui e Castrovillari, sapendo già che avrebbe dissentito, giacché per lui avrebbe preferito un lavoro meno effimero: l’arrivo di notte in città su un camion con madre e fratello al seguito ha il sapore viscontiano di Rocco e i suoi fratelli quando giungono in una Milano imbiancata di neve: i palazzi pieni di gente, le macchine lungo le vie popolate da negozi d’ogni tipo illuminati a giorno, fanno sentire il piccolo La Ruina d’essere entrato in un paese delle meraviglie, rimanendo ipnotizzato davanti alle lucette mobili d’un flipper o a delle macchinette in cui infilandoci una moneta fuoriescono per incanto noccioline e pistacchi. Erano gli anni ’60 e la vita scorreva lentamente, quasi come quell’orologio molle in fondo alla scena, che ricorda il dipinto La persistenza della memoria di Dalì (ripreso qui da Riccardo De Leo), simbolo dell’elasticità del tempo, quando la gente si conosceva di persona e per nome e ci si fermava a chiacchierare non solo del tempo e della salute, in quella Via del Popolo ricca di voci e di rumori, di botteghe di generi alimentari e di officine artigianali di fabbri e falegnami, pure l’affollatissimo Cinema Astor col suo proiezionista Giannino, quasi un Alfredo di Philippe Noiret di Nuovo Cinema Paradiso e le cui pellicole venivano catalogate con i rispettivi interpreti dal piccolo La Ruina. Il quale ricorda le musiche e le canzoni di quegli anni dei Beatles e dei New Trolls e le feste da ballo nei saloni delle case o nelle terrazze durante le quali bisognava stare distanti dalle fanciulle almeno trenta centimetri. Sono tanti i personaggi che vengono alla luce nello spettacolo, ma su tutti domina il racconto sul padre Vincenzo che ad un tratto scompare da casa per sedici ore, mettendo in ansia moglie, parenti e amici, la stessa polizia che la cerca e che si prenderà il merito del ritrovamento, quando invece sarà lo stesso Saverio La Ruina che lo raccoglierà infreddolito alle luci dell’alba e per niente impaurito. Adesso Castrovillari è una piccola città globalizzata, senza più il Bar Rio; i negozi al dettaglio hanno lasciato il posto ai centri commerciali, la gente non s’incontra più, sono scomparse le relazioni personali, ma fortunatamente da 22 anni viene allestito un Festival teatrale denominato Primavera dei Teatri, diventato importante non solo in Italia ma in tutto il mondo, affollato da giovani e da compagnie affermate e meno note. Lo spettacolo, applauditissimo alla fine, girerà per l’Italia e certamente avrà dei ritmi ancora più intensi ed esaltanti.

Recensito.net – Tommaso Chimenti – 23/12/2022

“Via del Popolo” di Saverio La Ruina: la vita non è una lotta contro il tempo

 

“Dicono che c’è un tempo per seminare e uno più lungo per aspettare, Io dico che c’era un tempo sognato che bisognava sognare” (Ivano Fossati, “C’è tempo”).

 

Nel doppio binario di un tempo interiore e di un altro oggettivo si svolge la vicenda portata alla luce da Saverio la Ruina che, con la grazia e l’eleganza di sempre, ci fa entrare dentro la propria vita, il proprio vissuto, la propria città e famiglia. E lo fa aprendoci la porta su uno dei dolori più grandi per ogni essere umano: la perdita di un genitore, la scomparsa del padre, pilastro saggio, uomo di poche parole ma di grande tempra, senza fronzoli, senza grilli per la testa. “Via del Popolo” è una camminata che facciamo insieme a lui nella quale ci accompagna e ci mostra quel che era e quel che è della sua cittadina, quella Castrovillari famosa teatralmente per il festival “Primavera dei Teatri” organizzato dalla compagnia Scena Verticale che ha fatto conoscere a tutta Italia questo comune sotto al Monte Pollino e a trenta chilometri dal Mar Tirreno come dallo Ionio. Una strada come pretesto per raccontare una città, e una società e una socialità, cambiata, mutata nel tempo, forse peggiorata, sicuramente modificata e diversa. Attraverso questa passeggiata conosciamo la perdita e questo tempo (il vero protagonista della pièce, simboleggiato dalla scena con la riproduzione dell’orologio fuso e sciolto di Dalì) che passa e trasforma e travolge le persone come le cose e cancella mondi costruendone di nuovi. C’è nostalgia e ricordo ma è un racconto non chiuso nella sua Calabria ma aperto e universale perché ognuno di noi potrebbe apporvi le proprie origini, strade e piazze e provare quel senso di inadeguatezza rispetto ai tempi moderni e un biascicare tra i denti un “ai miei tempi” oppure “quando ero piccolo”.

 

Il padre e la città, il padre è la città, il padre è la solidità delle pietre, dei muri, delle case, la protezione, il lavoro, quell’intorno costruito e difeso con i denti e le unghie con il sudore e la fatica, la dignità dello sgobbare, la pulizia e l’onestà di farcela con le proprie forze nel rispetto degli altri. Il padre Vincenzo è venuto a mancare qualche anno fa ad 84 anni e c’è commozione nelle parole di Saverio che lo ricorda con il giusto distacco del teatro ma tra le righe l’emozione è, giustamente, forte e con questa lieve fragilità ci rende e dona tutta la sua incredibile umanità, quel suo tocco leggero sulle cose che racconta, quella carezza affabile della sera, quella vicinanza, quell’abbraccio. La città è il padre, è la sua protezione, è il sentirsi al riparo sotto la sua ala di regole salde e principi solidi. La Ruina, con la giacca bianca da cameriere visto che i suoi avevano un bar, ci fa immaginare volti e piazze, incontri e sorrisi, caratteri e vicende con una autobiografia tenace e robusta ma al tempo stesso commovente e toccante nei trascorsi della sua famiglia che è cresciuta, si è consolidata fino alla vecchiaia, fino a quel passaggio naturale delle generazioni, il testimone che scivola di mano in mano con rettitudine, gratitudine, giustizia. Ci si immerge in questo romanzo di formazione e ci si immagina il grande attore e drammaturgo piccolo, poi a giocare a calcio nei campetti polverosi di periferia, a scuola o intento a dare il primo bacio che è ancora stampato nella sua memoria.

 

Ma il tempo non lo puoi fermare né governare, certo si può dilatare o restringere come l’universo e i buchi neri: “Il tempo non si può misurare: non vorrai dirmi che un’ora di piacere, un’ora di dolore, una di gioia, una di paura, hanno tutte sessanta minuti?”, diceva il filosofo Raimon Panikkar. Il tempo è strettamente personale e qui La Ruina ci fa partecipi e condivide il suo intimo con tutta la platea, donandosi generoso, aprendo i cassetti della sua esistenza, mettendosi a nudo, senza paure, regalandoci i sorrisi elargiti come il dolore sofferto e patito. Ma è la tenerezza che non lo abbandona mai, verso la sua infanzia e adolescenza, verso il suo comune di residenza, verso i genitori, verso il padre tratteggiato mai come padrone ma come caposaldo, colonna, fondamenta alle quali appoggiarsi. E’ un viaggio dagli anni ’60 ad oggi e che in questi decenni vede parallelamente cambiare la sua famiglia, prima crescere poi invecchiare, e cambiare la sua città, prima modernizzarsi e poi perdere per strada un po’ di magia e folclore globalizzandosi come ogni angolo del mondo. Impossibile non riconoscersi non tanto nei luoghi quanto nelle sensazioni e nelle atmosfere degli aneddoti, dei mestieri spariti, i soprannomi, gli amori dimenticati fino a toccare la politica e la malavita della zona. E’ un quadro, un affresco dipinto con i colori tenui dell’anima, questa pasta inconsistente che non riesci a stringere ma della quale cogli benissimo l’essenza, come dice da testo “la collina di Spoon River”. Brividi sparsi.

 

“Mi basta il tempo di morire fra le tue braccia così”  (Lucio Battisti, “Il tempo di morire”).

ilmanifesto.it – Mariateresa Surianello – 14/01/2023

Sotto un orologio deformato alla Dalì percorsi di vite tra passato e presente

 

Un racconto gentile e acuminato che restituisce il tessuto antropologico e la memoria di un luogo preciso. Il nuovo spettacolo di Saverio La Ruina è un amoroso scavo autobiografico nei particolari di un contesto sociale mutato, emblematico della perdita di identità e gentrificazioni di rioni e quartieri delle nostre città. Con Via del Popolo(in scena al Teatro Basilica fino a domani) l’autore-attore calabrese torna alla Castrovillari della sua infanzia, negli anni 60, alla migrazione della famiglia dal silenzio della montagna del Pollino verso quel paesone chiassoso e pullulante di luci, meraviglioso e sconcertante. Sembra una parentesi introspettiva – un respiro profondo sullo scorrere del tempo – nella sua produzione drammaturgica, comunque rivolta sempre alla ricerca antropologica e sociale, fin dalle prime prove di Scena Verticale con Dario De Luca.

Il tono sommesso e colloquiale della narrazione è venato di sottile ironia che spesso dilaga in un’irresistibile comicità

 

UN OROLOGIO deformato alla Dalì pende al centro della scena, segnata da lumi come fossero i viottoli del cimitero ma anche le strade del paese, che confluiscono tutte nella strada del cuore, dove tutto accadeva e la vita di ognuno scorreva tra bar e alimentari, negozi di artigiani e addirittura il cinema.

Tanta gente per la via, sulle porte e alle finestre, a creare una comunità partecipante nel vissuto di ciascun componente. Il tono sommesso e colloquiale della narrazione è venato di sottile ironia che spesso dilaga in un’irresistibile comicità, cifra sperimentata forse per la prima volta nella scrittura di La Ruina, in un continuo altalenare tra passato e presente (Saverio vive ancora in via del Popolo, dove c’era anche il bar di famiglia), tra personaggi morti e ancora vivi ma vecchi, tra lingua dialettale e italiana. Una presa d’atto del proprio percorso esistenziale, corroborato dalla vita di tanti e da una in particolare. Un addio al padre.

Doppiozero.com – Massimo Marino – 09/06/2023

La città è la protagonista di altri due lavori particolarmente lancinanti. (…) Differente è la città di Via del Popolo di Saverio La Ruina, uno dei padroni di casa di Scena Verticale. Lo spettacolo si apre come finiva Masculo e fiammina, un suo precedente spettacolo del 2016: al cimitero. Una passeggiata tra le tombe della cittadina calabrese, con commenti in dialetto, riapre il tempo, raffigurato sullo sfondo della scena da un orologio di cartone, sciolto, come una riproduzione fatta in casa di quello di Dalì. È il tempo liquido di quella via di Castrovillari (siamo nell’autofiction dichiarata) dove la famiglia dell’autore arrivò dalla montagna: dove si accesero le illusioni, la vita, le economie degli anni del boom; dove si svolsero le lotte politiche degli anni settanta, dove una generazione è cresciuta e maturata e un’altra è invecchiata.

 

Il racconto di tipi, macchiette, momenti seri e ridicoli della vita di quel micromondo meridionale e provinciale che rispecchia il macromondo nazionale a suo modo, si innesta, a un certo punto, sul ricordo di una sera in cui il padre, quello che aveva aperto il bar negli anni sessanta riempendosi di cambiali, ormai anziano, non torna a casa. La madre si preoccupa pochi minuti dopo l’ora solita di rientro. Passa il tempo, sempre lui, quella ghigliottina sulla scena, e a poco a poco anche il figlio e la polizia si mettono in agitazione. Inizia la ricerca, che si intreccia, con abile sospensione, ad altri avvenimenti del paese, come nei racconti epici, come nei canti di Ariosto. I fatti si susseguono e deviano, fino al felice scioglimento, al ritrovamento molte e molte ore dopo dell’uomo sperso, addormentato nei campi, steso nel grano alto.

Quella che cresce, sempre, come negli altri spettacoli di La Ruina, è la visione di un mondo: siamo condotti dalla voce placida, cullante del narratore, che prima ci fa vedere, poi ci fa entrare nel mondo intravisto, infine ci fa sprofondare in una metafora dei nostri spazi, ma soprattutto del tempo della vita, dei cicli, partendo da quella passeggiata nel cimitero, con il dolce sussurro che passioni, paure, sviluppo e crisi siano tutti, sempre, passeggere vanitates di una vita che di quelle domestiche vanità, illusioni, tensioni, solitudini ha sempre bisogno. Narra, quasi cantilenando, di una vita antica che forse non era migliore rispetto al vuoto delle metropoli, anche se appariva più calda. Che nel presente sembra comunque lontana, un sogno svanito dietro le serrande abbassate dei tanti mestieri, della tanta vita che popolavano via del Popolo.

klpteatro.it – Elisabetta Reale – 16/01/2023

Via del Popolo. Saverio La Ruina tra i luoghi che hanno costruito ricordi

Il passo è rilassato, elegante, per non disturbare troppo la quiete di un piccolo cimitero, caratterizzato da alcuni lumini sparsi qui e là.

Parola dopo parola, la memoria del passato viene vivificata grazie a gesti, suoni, frasi a comporre ricordi di un tempo rimasto indelebilmente scolpito nel cuore e nella mente.

Ruota attorno al concetto di tempo – esplicitato anche dalla scena, dove campeggia un orologio da taschino che scivola molle sulla superficie su cui è adagiato, forse ispirandosi nelle forme al dipinto “La persistenza della memoria” di Dalì, rielaborato da Riccardo De Leo – “Via del Popolo”, il nuovo lavoro scritto, diretto e interpretato da Saverio La Ruina, che torna alla forma monologante di cui padroneggia stilemi e tecniche, con leggerezza e ironia, delicatezza e garbo. E torna alla sua terra, il monte Pollino, a metà fra il mare dello Ionio e del Tirreno, da cui la famiglia si mosse per raggiungere poi Castrovillari, provincia di Cosenza, casa e dimora anche della compagnia Scena Verticale a cui La Ruina, insieme a Dario De Luca – che dello spettacolo cura il disegno luci – e Settimio Pisano ha dato vita ormai 30 anni fa.

Ma la storia che La Ruina racconta e compone sulla scena con maestria e rigore va ancora più indietro nel tempo, da recuperare, da custodire con prezioso riguardo: è un viaggio dagli anni ‘60 ai nostri giorni. La via del Popolo, di cui La Ruina tratteggia storie e volti, quasi fossero i protagonisti di una laica Via Crucis del ricordo, è un tratto di strada che, come molti, un tempo brulicava di attività: due bar, tre negozi di generi alimentari, un fabbro, un falegname, un ristorante, un cinema… luoghi oggi inghiottiti dal tempo, trasformati in altro oppure desolatamente chiusi. Ma basta poco per ri-vedere le vicende del passato, ricordarne le storie, le persone, rievocate con dovizia di particolari, leggerezza, ironia e un pizzico nostalgia da La Ruina che, alla sua, alterna altre voci e altre vite sulla scena, come un mosaico dai mille colori.

Due uomini percorrono quella via del Popolo, un uomo del presente e un uomo del passato. Il primo impiega due minuti per percorrere 200 metri, il secondo 30 minuti. Ed è in quel lasso di tempo che si consuma e vivifica il ricordo: lacerti di storie emergono dalle parole di La Ruina che, come di consueto, accompagna la narrazione con gesti delle mani quasi a disegnarli nell’aria i protagonisti evocati dalla parola, come ad accarezzarli nel percorso della vita fatta insieme.

Un racconto sì autobiografico, quello imbastito con una narrazione leggera e poetica, densa e ricca di sfumature, dal quale emergono, attraverso flash back prima i genitori, poi gli abitanti di quella Castrovillari che accoglie la famiglia La Ruina. Ma anche una porta verso il passato, l’occasione preziosa per osservarne cambiamenti e direzioni. E il fulcro della narrazione è quella via del Popolo crocevia di storie e di vite: ci sono il bar Rio dei La Ruina, il padre Vincenzo e lo zio Nicola, avamposto di libertà e di voglia di trasformazione, dove Saverio ha iniziato a lavorare, le botteghe di generi alimentari, le officine artigianali di fabbri e falegnami, la merceria, il frequentato Cinema Astor col suo proiezionista Giannino, che hanno colorato la vita della strada, sulle note delle canzoni di quegli anni, dai Beatles ai New Trolls.

Ricordi e aneddoti a volte troppo affollati nella narrazione, ma che toccano momenti di grande poesia e condivisione: dal centro alla periferia, Castrovillari diventa epicentro di quelle lotte che negli anni ’60 hanno animato generazioni di giovani, manifestazioni, incontri, occasioni per sperimentare. E a fare da fil rouge al racconto la famiglia, quei genitori tanto preziosi nell’esempio di vita, le cui vicende e in particolare quelle del padre, puntellano la narrazione.

Uno spettacolo intimo, come lo sono i ricordi, impreziosito da una lingua densa, che all’italiano mescola quel dialetto capace di conferire intimità e immediatezza al racconto e che trova la sua perfetta collocazione in spazi raccolti, come fossero cortili in cui radunare amici e conoscenti per dare vita al racconto, così come è stato per la replica ospitata dal Teatro dei 3 Mestieri di Messina, nell’ambito della interessante rassegna EPIC (Esperienze Performative di Impegno Civile), progetto di promozione del teatro nelle periferie realizzato a Messina da Mana Chuma Teatro in partenariato con Rete Latitudini e Teatro dei 3 Mestieri.

Gazzettadelsud.it – Vincenzo Bonaventura – 13/12/2022

“Il nuovo, magistrale spettacolo del geniale autore e attore calabrese”

 

Il crinale è sottilissimo, fra testimonianza e nostalgia, tra racconto e rimpianto. Saverio La Ruina, entertainer della parola che si fa teatro di narrazione, lo percorre con sicurezza, consapevole spavalderia e capacità magistrale, tutte qualità che, da “Dissonorata” in poi, compongono le sue riconosciute e premiate capacità di attore-autore. Lui con la parola e con un perfetto uso, misurato e costante, dei gesti (un racconto nel racconto), riesce a ricostruire sia il protagonista (in questo caso se stesso) sia gli altri personaggi (stavolta quasi una moltitudine) fino a portare lo spettatore dentro tutto quello di cui parla.

Crinale sottilissimo, perché “Via del Popolo”, prodotto da Scena Verticale, al debutto nazionale nel teatro Menotti di Milano, è il “cuntu” dell’infanzia dell’autore, a Castrovillari (in provincia di Cosenza) e della via in cui abitava da bambino e ancora abita, vicina – basta girare l’angolo – alla centrale via Roma, dove il padre Vincenzo e lo zio Nicola gestivano il Bar Rio.

 

Le emozioni, inevitabili, si trasferiscono dall’attore allo spettatore: per chi ha vissuto gli anni 60 e 70 appare evidente la contestazione della società odierna, in cui si è smarrito il senso di comunità, allargata non solo ai familiari, ma anche ai vicini e ai paesani in generale. Quella dove il senso di solidarietà è innato, frutto di una spontaneità che nasce insieme con le persone, dal contatto diretto, dal sapere tutto di tutti, non per alimentare i pettegolezzi, ma per un reciproco aiuto nel caso di un tacito bisogno.

 

La Ruina supera il rischio di una nostalgica battaglia di retroguardia, mantenendo la sua narrazione in una sorta di evidenza, dove ciascuno evoca dentro sé stesso le differenze e ricostruisce come vuole il tempo. È questa la chiave di accesso allo spettacolo, che potrebbe anche intitolarsi «La persistenza del tempo», come il famoso dipinto fantastico di Salvador Dalì, tanto che è uno degli “orologi molli” del pittore spagnolo a essere il quasi unico elemento scenico di «Via del Popolo». Quando lo zio Nicola regala a Salvatore, piccolo cameriere del bar, un cronometro, gli fa credere che con quello si può fermare il tempo. Il bambino scopre presto che non è possibile, salvo poi riuscire a farlo adesso, da grande, su un palcoscenico.

 

Così intreccia le sue vicende familiari (con il padre che a 84 anni si perde di notte in un campo di grano e la madre che lo cerca) con quelle di un personaggio immaginario, chiamato 30 Minuti, il tempo che gli occorre per percorrere l’intera via del Popolo, a fronte dei due minuti sufficienti oggi. Allora ogni bottega era un’occasione per fermarsi e chiacchierare e quel tempo non era mai perduto. Ogni persona era un mondo: l’elettricista Pino, che aggiustava i televisori con i suoi colpetti magici; Pino del ristorante Pino, che andava avanti a bicchierini di Kambusa; De Simone, bigliettaio del cinema Ariston (dove il proiezionista tagliava e incollava pellicole alla maniera di «Nuovo cinema Paradiso», uno dei momenti più divertenti); Mastu Giuvannu, il sarto zoppo vestito a lutto per la morte della merciaia Ida, di cui era segretamente innamorato; Tonino il macellaio, che poteva essere scambiato per James Caan del «Padrino»; Zu Franciscu e Mastu Ninu, alimentari e falegnameria attaccati, tanto che si rischiava di «addentare il legno e inchiodare il panino»; e altri ancora.

 

La Ruina diventa ognuno di loro rimanendo se stesso, in un gioco di “specchi diversi”, miracoli che possono avvenire su un palcoscenico. Le storie sono tante, compresa l’inaspettata comparsa di Julian Beck e del suo Living Theatre a Castrovillari, forse un segno del destino. Oggi, senza botteghe, via del Popolo è quasi un deserto. La Ruina non rimpiange, piuttosto constata e fa pensare. L’umanità ha fatto impensabili balzi in avanti, ma ha bisogno di ritrovare se stessa. È il senso, anzi la necessità di “Via del Popolo” (titolo perfetto), adesso in tournée, tra l’altro il 20 dicembre al Teatro dei 3 Mestieri a Messina e il 27 al Vittoria nella sua Castrovillari.

Milanoteatri.it – Danilo Caravà – 08/12/2022

 

Le parole di Saverio La Ruina hanno la facoltà di aggiungere qualcosa a quello che raccontano. Non hanno semplicemente un ruolo mercuriale, non sono stanchi messaggeri di ciò che deve essere detto; piuttosto, fanno esistere un po’ di più ciò che raccontano. Hanno, idealmente, in tasca la lezione di Lacan, e, prima ancora di significare qualcosa, significano per qualcuno, per l’attore stesso. L’interprete le mostra fra le mani, come se fossero lucciole, piccole cose gozzaniane che diventano un mondo in cui perdersi. La via del Popolo a Castrovillari, protagonista della narrazione, dimostra che, se Cristo si è fermato a Eboli,  Omero ha proseguito il suo viaggio, facendo della vita di tutti i giorni una piccola, grande mitologia. Mentre l’orologio appeso si squaglia come quello di Dalì, rompendo la geometria regolare di un tempo cronologico – bandito, una volta per tutte, dal reame del racconto teatrale – vive un altro tempo. Questo è un tempo qualitativo, cairologico, fatto di sovraimpressioni, flashback, di ralenti o avanti veloce: una dimostrazione, teatralissima, della relatività del tempo stesso. La durata di un minuto dipende dal lato della via del Popolo su cui ci si trova, o degli anni in cui la si percorre.

 

La Ruina ti prende un singolo istante, più sottile di un granello di sabbia, e te lo fa vedere, anzi, meglio ancora: te lo fa sentire, come si può percepire da dentro una coscienza. Chi l’avrebbe mai detto che nella profonda provincia calabrese, nel sud dei santi di Bene, si potesse incontrare Bergson; e paste ripiene di panna, di crema, nuove madeleine proustiane, con le quali ci si può felicemente imbrattare il bavero dell’anima. Via del Popolo diventa non un luogo, ma il luogo della vita che, nel rammentare se stessa, non può che moltiplicarsi per ogni creatura, ogni fenomeno con cui viene a contatto. Ed è di una dolcezza struggente sentire questa voce farsi piccola, come se implicasse, appena dietro il suono di ogni fonema, il fiat voluntas tua mariano, rivolto al pubblico. Cammina, rispettosa e umile, tra le parole; come fosse tra i lumini di un cimitero, dove prende le mosse questa storia, che si fa beffe del tempo già nella scelta di principiare dalla fine. E’ una storia frattalica, che prende le provinciali più lunghe, perché così, durante il tragitto, ci si può godere il paesaggio. Si apre alle parentesi, che non sono più parentesi, ma parti irrinunciabili della storia. L’attore mostra alla platea il delicato bozzolo del suo racconto, e fila quella seta con una pazienza olimpica, con una calma zen. Da qualche parte, nella sua vocalità, c’è sempre un sorriso, pudico, appena accennato; uno di quei sorrisi tipici di un Sud che fa di un’attesa, di una pausa, di una scelta di parole, tutta una filosofia.

 

Appare, agli spettatori, un diamante purissimo, una luce esistenziale svelata , come il più prezioso dono. Qui si danza con levità fra le parole, ed esse acquistano la medesima leggerezza che può avere la luce. Questa alchimia, questa magia, questa capacità di esprimere, teurgicamente, tutta la grazia divina anche della creatura più piccola, che, nel dipinto, è poco più di un puntino – e immediatamente, senza filtri intellettuali –  è un preziosissimo patrimonio della drammaturgia di La Ruina. Il padre che si perde rinnova la narrazione di Ulisse, e del figlio Telemaco,  che cerca di seguire, di indovinare il bandolo del filo aggrovigliato paterno. E’ un’epica che sa delle cose di tutti i giorni, che profuma dei caffè nei bar di famiglia, che chiede alla Diva di cantare le cose come sono, non come dovrebbero essere. Si avverte quasi una nostalgia di quegli dei che intervenivano nelle vicende del mito, e qui , invece, se ne stanno in religioso silenzio, come la platea tutta. Si vede un taglio cinematografico nella capacità di panoramicaresulla via, di offrire un piano sequenza che costruisce una coreografia perfetta con i vari appuntamenti visivi presenti nella strada. L’elettricista con la faccia e gli occhi tristi di Cazale, che esercita la sua professione più con gesti magici, sciamanici, che applicando la scienza dell’elettrotecnica, e il macellaio che assomiglia all’altro figlio del Padrino, il riccioluto Caan, sono tra i personaggi di questa Baaria di Tornatore traslata in Calabria. Qui si elogia la lentezza, e lo si fa con arte e maestria;  qui si elogia il tempo che matura piano, che proprio non ci sta a farsi schiaffeggiare dagli implacabili tic tac. D’altronde, come ricorda Schopenhauer, tutto ciò che è squisito matura lentamente. Ma La Ruina fa di meglio, travalicando, in un solo passo, il confine tra lento e veloce. Sembra regalare, con questo suo monologo, la versione in fieri, agìta, della frase che Svetonio attribuì ad Augusto: “Festina lente”, ovvero affrettati lentamente. E, su Via del Popolo,  non si può fare che questo: affrettarsi lentamente, prima che l’ultimo buio scateni gli applausi.

foglidarte.it – Susanna Battisti – 24/01/2023

Il Teatro Basilica di Roma ha inaugurato il nuovo anno con Via del Popolo, scritto e magistralmente interpretato da Saverio La Ruina. L’aggraziato affabulatore appare al massimo delle sue qualità attoriali, in uno spettacolo proteiforme, denso di emozioni, polisemico e attraversato da una sottile ironia che, a tratti, rasenta la pura comicità.

Via del Popolo è la stradina di Castrovillari dove l’autore vive attualmente e dove ha trascorso la sua infanzia e gran parte della sua giovinezza. La strada della sua formazione ma anche un mondo affollato di personaggi legati e uniti da un forte senso di appartenenza alla comunità. Un senso di coesione sociale che il mondo globalizzato ha inesorabilmente distrutto, condannando gli umani a solitudini multimediali. Le botteghe dove ci si fermava per scambiare quattro chiacchiere con i titolari sono state chiuse e sostituite da anonimi centri commerciali, non-luoghi tutti uguali dove non si riconosce nessuno.

Il racconto non è soltanto autobiografico e non riguarda soltanto Castrovillari, che ha acquisito una certa fama grazie al festival Primavera dei Teatri, inventato da La Ruina e da Dario De Luca che di questo spettacolo cura le luci. Via del Popolo contiene una riflessione antropologica sui cambiamenti della società occidentale di oggi. Ci riguarda tutti ma non induce a nostalgie per ciò che è stato.

Il tempo e la memoria sono i motori dello spettacolo che mette in disparte il tempo cronologico per far trionfare quello interiore, che destruttura la sequenza stessa degli eventi. Si comincia dalla fine, si procede per flashback e flashforward, alcune storie si interrompono all’improvviso per essere concluse più tardi, alcuni avvenimenti si infilano nel racconto in via parentetica seguendo l’andamento della libera associazione. Un po’ come nel Joyce dei Dubliners o nella Woolf di Mrs Dalloway. Ma il racconto è assolutamente chiaro e fila liscio senza imporre al pubblico alcuno sforzo mentale, grazie al ritmo perfetto della regia e alla maestria dell’attore, al quale basta un rapido cambiamento di tono, un gesto anche minimo per diventare uno dei tanti personaggi della storia. Il suo racconto non riferisce ma ricrea, i suoi occhi luminosi e lucidi e la sua mimica facciale dimostrano che rivive i momenti di cui parla. La memoria, come sosteneva William Wordsworth , è il filtro della immaginazione , che rievocando esperienze passate, le trasforma in poesia. Non sorprende, pertanto, che il racconto sia caratterizzato da un intenso lirismo. La scena catalizza l’attenzione su un orologio che pende dall’alto, simile a quelli deformati di Salvator Dalì nel suo famosissimo quadro La persistenza della memoria. A terra, file parallele di lumini bianchi che rimandano al cimitero, dove ha inizio il racconto, e ai lati dei marciapiedi di via del Popolo. Saverio La Ruina entra in scena con indosso un paio di pantaloni scuri e una giacca bianca, la stessa che portava da ragazzetto per aiutare a servire i clienti del bar che suo padre e suo zio avevano aperto in via Roma , la grande strada dello struscio, dove confluiva via del Popolo. Dice di stare al camposanto con l’amico Tonino per salutare suo padre Vincenzo, venuto a mancare qualche anno fa. Figura centrale della storia e della vita di Saverio, quest’uomo onesto e volitivo era capace di affrontare ogni rischio per il bene della sua famiglia. Era sceso a Castrovillari con il fratello da un paesetto sul Pollino. Quando le cose iniziarono ad andare bene, l’intera famiglia lo raggiunse nella cittadina che ai loro occhi sembrava l’America. Con passo felpato e gesti rispettosi, Saverio si aggira tra le lapidi e commenta i ritratti dei defunti. I commenti benevoli e anche comici sui modi di fare dei morti risvegliano la memoria e la via del Popolo della coscienza riprende a brulicare di gente, di chi non c’è più e di chi sopravvive alla tirannia del Tempo che tutti condanna all’oblio.

Spetta all’arte, in questo caso al teatro narrativo, il compito di resuscitare persone che, altrimenti, sarebbero finite nel dimenticatoio. Lo spettacolo, per alcuni versi, fa pensare all’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, ma i toni e i modi del racconto non sono quelli dell’epitaffio. Qui l’autore rievoca il passato anche per capire e svelare se stesso e lo fa in modo ironico. La sua passione per le paste alla crema che da bambino lo spingevano a imbucarsi alle feste nuziali per accaparrarsi gli amati dolci, rivelano la sua natura intraprendente e la sua tendenza al rischio pur di ottenere ciò che desidera. La foto sulla lapide del cameriere, che non abbassava mai il vassoio di paste ad altezza bambino, si acchiappa uno sputazzo di vendetta da parte di Tonino.

 

Ogni personaggio è un mondo a parte e i racconti dettagliati della vita di ognuno si intrecciano o addirittura si sovrappongono alle storie personali dell’autore. Dalla scoperta dell’amore all’impegno politico, dalla giovanile disubbidienza al padre, che voleva fare di lui un cameriere, alla presa di coscienza delle sue reali attitudini attoriali che ora si dispiegano in scena in tutta la loro unicità.

La Ruina diventa i personaggi di cui parla rimanendo se stesso. Un miracolo scenico sostenuto dall’uso alternato di un comprensibile dialetto calabrese e di un Italiano che non nasconde cadenze meridionali, da una attenta padronanza dei movimenti, sempre contenuti ma sottilmente caratterizzanti, dalle numerose variazioni tonali, dai dolci sorrisi che illuminano il suo volto che appare commosso ed empaticamente legato ai destini di tutta quella gente. L’elettricista sciamano che aggiustava gli elettrodomestici senza servirsi degli attrezzi, ma colpendoli con lievi tocchi delle mani. De Simone , il bigliettaio del cinema Ariston dove il proiezionista aveva il vizio di tagliare le pellicole. Tonino , il macellaio con il camice sempre sporco di sangue che assomigliava a James Caan de Il Padrino. Zu Franciscu del negozio di alimentari così attaccato alla falegnameria di Mastu Ninu che un panino con la mortadella rischiava di sapere di legno. Il romantico sarto zoppo che si veste a lutto subito dopo la morte della merciaia Ida, di cui era segretamente innamorato. Il ristoratore Pino che si beve un bicchierino di Kambusa dietro l’altro e tanti altri ancora. Non sorprende che un uomo del passato impiegasse trenta minuti per percorrere l’intera via del Popolo e che uno del presente ci metta solo due minuti. Perché quella via era una era un piccolo mondo dove tutti interloquivano con tutti e dove il tempo trascorreva lento. Centrali sono ovviamente i genitori e lo zio di Saverio che finisce in manicomio quando lui era ancora troppo piccolo per non spaventarsi all’idea di venire rinchiuso anche lui in quel luogo di pena. La madre Filomena viene solo tratteggiata con riferimenti alla sua fissazione per l’efficacia delle fleboclisi e il suo carattere ansioso. Svetta su tutti la figura del padre, uomo forte e di poche parole, che una sera non torna a casa mettendo madre e figlio in ansia. La polizia lo cerca tutta la notte ma sarà Saverio a trovarlo la mattina seguente in un campo coltivato. Il racconto viene interrotto per essere ripreso verso la fine dello spettacolo che può essere anche inteso come un ultimo, lungo addio a papà Vincenzo e ai tempi inesorabilmente andati.

Un vero capolavoro che scatena interminabili e più che meritati applausi.

Cronacaoggiquotidiano – Maurizio Sesto Giordano – 28/02/2023

 

Il delicato viaggio nella memoria di Saverio La Ruina con la pièce “Via del Popolo” al Centro Zo di Catania, per “AltreScene 2023”

Parlare del tempo, di chi ci ha lasciati, della nostra crescita, della metamorfosi negli anni di luoghi a noi cari, significa parlare di tutti noi, della nostra storia, di come eravamo e di come siamo diventati. Di tempo e di “tempi diversi”, per ognuno di noi, di passato e presente, di luoghi amati, di personaggi e di familiari che hanno accompagnato, guidato e indirizzato il proprio percorso di vita racconta con grande abilità, nel suo ultimo e interessantissimo lavoro, “Via del Popolo”, il pluripremiato attore, autore e regista calabrese Saverio La Ruina, uno dei più attivi esponenti del teatro contemporaneo. La pièce, prodotta da Scena Verticale, è stata proposta sabato scorso al Centro Zo di Catania nell’ambito della rassegna “AltreScene 2023”.

Il monologo, scritto, diretto ed interpretato da un sempre più maturo e convincente Saverio La Ruina, in circa novanta minuti, delicati e toccanti, è un affresco sulla memoria, sulla relatività del tempo che passa, sulla perdita e sul prezioso valore delle nostre radici. Ascoltando la coinvolgente narrazione autobiografica di La Ruina, si rimane incantati, coinvolti, nella potenza e nella magia delle evocazioni, nei brani musicali appena accennati, in quel luccichio di passato e di memoria che emergono in un mirabile testo, carico di grazia, eleganza, commozione e teatro puro. Saverio La Ruina, ancora una volta, dopo i successi con “Dissonorata – Delitto d’onore in Calabria”, “La Borto”, “Italianesi”, “Masculi e Fiàmmina”, colpisce nel segno con una pièce che apre squarci di verità, di ricordi lontani, di parole mai dette, proietta attraverso i luoghi, i personaggi, le storie, le caratteristiche familiari raccontate dal protagonista, nei meandri oscuri delle nostre memorie, nella dolcezza dell’infanzia, confrontando su più livelli, in modo delicato, tra un futuro nebuloso, passato e presente.

La Ruina si presenta al pubblico vestito con maglia e pantaloni neri e una giacca bianca da cameriere (il padre Vincenzo e lo zio Nicola gestivano il Bar Rio a Castrovillari) e tra lo sfondo caratterizzato da un orologio deformato alla Salvator Dalì, disegnato da Riccardo De Leo (riproduzione del celebre dipinto “La persistenza della memoria”) ed una scena, costruita da Giovanni Spina, con a terra file parallele di lumini bianchi che rimandano al cimitero, dove tutto ha inizio e ai lati dei marciapiedi di via del Popolo (cuore pulsante del centro, con bar e alimentari, negozi di artigiani e il cinema) inizia il suo viaggio, il suo intrigante racconto, nella Castrovillari della sua infanzia, negli anni 60, ripercorrendo la migrazione della famiglia dal silenzio della montagna del Pollino verso il centro affollato, brulicante di vitalità, chiassoso e ricco di luci di Castrovillari.

la Repubblica Palermo – Guido Valdini – 29/01/2023

Non è un’operazione nostalgia, rimpianto di un passato scomparso; né uno spleen malinconico d’insoddisfazione del presente; e tanto meno uno sguardo sociologico sul mutamento dei tempi.

 

“Via del Popolo”, l’ultimo lavoro del super premiato Saverio La Ruina, da lui stesso scritto, diretto e splendidamente interpretato – allo Spazio Franco per la rassegna Scena Nostra – è un delicato affresco sulla memoria e sulla relatività del tempo, segnato in scena da una variante degli “orologi molli” di Salvador Dalí dipinta da Riccardo De Leo. Condotto con misura, grazia malinconica ed elegante ironia in uno spettacolo di fresca godibilità.

 

Come in una sorta di disincantata Spoon River, lungo un tragitto do. cimiteriale di lumini, il calabrese La Ruina torna agli anni ’60 e ’70 della sua formazione e ai luoghi dell’adolescenza: Castrovillari, la cittadina del Parco del Pollino oggi sede di due importanti manifesta zioni, Primavera dei teatri e l’I-Fest. E attraverso un centrale tratto di strada – quella del titolo – crea un mondo poetico pieno di colore e calore. Duecento metri che sessant’anni fa occorreva mezz’ora per percorrerli diventano palcoscenico, candido ed esilarante, affollato di fantasmi pulsanti di vita. Botteghe artigiane, il negozio di d alimentari, piccoli luoghi di ritrovo, un ristorante, il cinema, il fioraio, una comunità solidale la cui esistenza scorre tenera e lenta; l’elettricista che aggiusta televisori magicamente, il macellaio sosia di uno dei personaggi del Padrino, il proiezionista che taglia pellicole a piacimento e il sarto zoppo e innamorato. Una curiosa fantasmagoria di anime che ruota attorno al bar di famiglia, dove Saverio aveva cominciato a lavorare da piccolo (e in scena, infatti, indossa una giacca bianca da cameriere); poi le pudiche feste da ballo, il primo bacio, la passione del cinema, la politica e la voglia di spaccare il mondo.

 

Uomo rigido, generoso e saggio, il padre di La Ruina, al quale il figlio dedica un affettuoso tributo: un giorno, già anziano, scompare per sedici ore. E con un diacronico espediente drammaturgico, le vicende di vita quotidiana s’intrecciano con quelle dell’umoristica ricerca, poi risolta a buon fine. Oggi, via del Popolo è un anonimo luogo con banca, garage e centri commerciali, e per attraversarla occorrono due minuti.

Il Fatto Quotidiano – Maddalena Oliva – 14/01/2023

Metti un giorno, in Via del Popolo – Il Premio Ubu La Ruina torna nella sua Calabria per un racconto di un luogo, una famiglia, un’Italia che non c’è più

 

“Veramente vuoi fare uno spettacolo su 200 metri di strada, quelli che portano dalla traversa di casa tua a via Roma?”. È dalla terrazza di casa dei suoi che vediamo affacciarsi Saverio La Ruina per questo ultimo dolcissimo e poetico viaggio nella sua Via del Popolo, una piccola strada a Castrovillari, cittadina dell’alta Calabria dove l’attore e regista – una delle due anime della compagnia Scena Verticale che a Castrovillari organizza da anni il festival “Primavera dei Teatri” – ancora oggi vive. Proprio lì, a cento metri da quel bar Rio che il padre e lo zio di “Savè” si comprarono negli anni Sessanta, firmando così tante cambiali da poter tappezzare l’intero locale: due montanari diventati cittadini, “passando da un lato all’altro della montagna”, e al tempo stesso stranieri. Per loro, “Castrovillari era l’America: c’erano scuole, uffici, ospedale, tribunale, tutto”. E per Saverio che, bambino, aveva raggiunto papà e zio Nicola scendendo da un camion la montagna del Pollino di notte, “Castrovillari pareva un luna park: piena di macchine, luci, negozi, gente. Erano gli anni 60, ma mi pareva di essere arrivato a Little Italy negli anni 30”.

 

“L’adolescenza – scriveva Corrado Alvaro, calabrese – è una riserva per gli anni in cui la fantasia avrà cessato di parlare”. Sono luci che si rincorrono. Come dei flash. Quelle dei flipper del bar Rio in cui Saverio ragazzino impara a fare i primi caffè. Quelle del cinema Ariston, il più grande della città, dove si innamora della settima arte. Quelle del televisore che era solito rompersi quando c’era Rischiatutto, e doveva arrivare Giannino l’elettricista a dare il colpetto magico. La luce della cucina in casa, segno che papà era rientrato. La luce negli occhi di mamma, quando papà lo ritrovarono un giorno e mezzo dopo averlo perso. La luce dei lumini al cimitero: “Savè, t’u ricòrdisi a quistu?”. E che diventano le saracinesche che si abbassano su via del Popolo. Di Zu Ntoniu che vendeva i fichi a paletta, di Pino del Ristorante Pino, di De Simone il bigliettaio del cinema che ha lasciato il posto a un parcheggio, di Rita dell’alimentari, di Mastu Giovannu il sarto, di Tonino della macelleria che stava proprio di fronte a casa: per ognuno di loro il tempo è passato. Ma il teatro, la scena, è il luogo dove tutto vive e il tempo non passa o, meglio, può andare avanti e indietro, può fermarsi e rallentare. Basta far partire il cronometro, quell’omega anni 70 che Saverio aveva ricevuto in dono da zio Nicola: “Tè, Savè, cu quistu si patronu d’u tìampu, u poi firmà, u poi fa jì annanti e u poi fa jì arrìatu, insomma ci poi fa quiddu chi vùai”. Lo stesso con cui l’artista, dalla terrazza di casa, cronometra i due uomini che percorrono quei 200 metri di via del Popolo: un uomo del presente, che impiega due minuti, e uno del passato che, di minuti, ce ne metta trenta. Perché l’uomo “30minuti” appena gira l’angolo si ritrova davanti tutte le voci e le storie che abbiamo imparato a conoscere in questo viaggio che La Ruina fa non solo nella sua adolescenza, ma nell’Italia di una volta oggi divenuta, specie nei suoi piccoli centri, un deserto di solitudini. In un tempo che in una regione come la Calabria anziché andare avanti sembra muoversi all’indietro.

 

“E di cosa tratta l’ultimo spettacolo?”, chiede a Savè il padre, oggi scomparso. “Di te, e di via del Popolo, papà”. “Chi bella via del Popolo, a via nosta. Ne abbiamo consumate di scarpe…”. “E non lo vuoi vedere lo spettacolo?”. “Sarebbe bello, Savè, ma u tìampu un c’è”. “Sì, che c’è”. E Savè tira fuori il suo vecchio Omega, consumato.

Ansa – Paolo Petroni – 05/06/2023

(…) ‘Via del popolo’. È una narrazione sul filo della capacità dei ricordi di ricreare, amplificare e dare un senso al passato, in cui l’attore e autore ci fa vivere la sua crescita, la sua educazione sentimentale proprio a Castrovillari, dove la vita scorreva ancora secondo ritmi più rurali che cittadini e resisteva un senso di comunità. Oggi, la via del titolo, si percorre in cinque minuti, ma allora, di incontro in incontro, ci poteva volere più di mezz’ora. Anni in cui i giovani coglievano lo spirito del nuovo, tra manifestazioni politiche e i capelloni del Bar Novecento, tra i film del cinema Ariston e persino l’improvvisa apparizione in piazza a metà anni ’70 di Julian Beck con una provocatoria performance del suo Leaving Theatre, che il pubblico impedì i carabinieri riuscissero a interrompere.

Il discorso vero allora è quello sul tempo e a ricordarcelo, praticamente unico arredo di scena, è appesa al centro la riproduzione di uno degli orologi che vanno sciogliendosi di Salvator Dalì. Infatti “è sempre questione di tempo”, pur sapendo che “è tutto relativo” come dimostra il cronometro che gli regalò uno zio, perché con quello si poteva letteralmente a piacere fermare il tempo e farlo riprendere a scorrere. La cosa si dimostrò impossibile in realtà, ma è però quello che oggi La Ruina riesce a fare in scena, grazie alla verità sentimentale, al ritmo e l’affabulazione dei ricordi senza retorica o nostalgie, la vivacità evocativa dei personaggi citati, le incertezze, i soprassalti tra una vicenda e un’altra, con al centro quella realistica e poetica di quando suo padre cadde e passò una notte in un campo mentre tutti lo cercavano e sua madre si spegneva o illuminava tutta a ogni notizia.

Paneacquaculture.net – Sofia Bordieri – 08/06/2023

(…) Alle 19, al Teatro Vittoria, è tornato in scena Via del popolo di Saverio La Ruina che ha debuttato al Teatro Menotti di Milano a dicembre 2022. Una narrazione ammaliante ambientata sulla centrale via di Castrovillari, città dell’autore, evocata dettagliatamente con il ricordo di una quotidianità ormai mutata. Il viaggio carismatico inizia tra i lumini del cimitero e subito si ricollega all’infanzia, in un landscape umano e urbano che ha lasciato le proprie tracce, in una memoria cara e solida, nel tempo molle che governa l’umanità. Una performance che rimane nel cuore grazie allo stile recitativo e alle tinte realistiche sempre filtrate dagli occhi di bambini, donne e uomini castrovillaresi insieme allo sguardo di La Ruina rivolto al pubblico con prossimità. (…)

Teatroecritica.net – Andrea Zangari – 31/01/2023

Una sagoma di cartapesta sospesa sul fondale ricorda gli orologi liquefatti di un celebre dipinto di Dalì. “Che brutto”, penso, “sembra fatto da un bambino”. Saverio La Ruina entra in scena al Teatro Basilica passando sotto quel piccolo manufatto naive, poi incede dubbioso fra le candele che tracciano a terra un crocicchio. Il suo passo è quello leggero di sempre, indeciso, imperfetto. È il suo passo, non quello di un personaggio. La storia è una strada: Via del Popolo è l’asse principale di Castrovillari, la via interna di una Calabria interna lontana per antonomasia – lontana quasi per assunzione culturale, forse per segreto autocompiacimento, più irraggiungibile di quanto, di fatto, orografie e infrastrutture consentano. Eppure Castrovillari fu il riflesso di una civiltà metropolitana per la famiglia La Ruina, scesa in città dal Pollino negli anni ‘60. Via del Popolo, coi suoi due bar, il falegname, il dottore, il macellaio, il sarto, è la metonimia di tutto il paese, che è la metonimia della vita del protagonista, che forse è la metonimia di qualcos’altro che intuiamo appena, anche se Castrovillari la conosciamo poco. La Ruina, attraverso la potenza della sua intonazione flautata, antica, ci porta a convegno coi volti della strada, a ogni incontro abbiamo l’impressione rassicurante di affondare l’indice nelle caselle di un calendario dell’Avvento, di performare un rituale che compiendosi nel tempo mira a congelarne lo scorrere solo per fallire e, fallendo, diventare poesia. Ma l’immaginario dello spettacolo nulla concede a vernacolarismi o facili nostalgie: una volta tanto, questo sud non è il Sud, ma un luogo di piccole storie emancipate da stereotipi asfissianti. La realtà squarcia la narrazione pescando nel profondo di figurazioni ancestrali eppure radicate nel proprio esserci, come il padre ottantenne perduto e ritrovato, a distanza di un giorno, appisolato in un fosso. Tutto per capire che quel brutto orologio di cartapesta è il tempo come lo ha sognato un bambino in Via del Popolo.

Dramma.it – Barbara Berardi – Gennaio 2023

Al TeatroBasilica di Roma, nato nel cuore del quartiere San Giovanni tra le fondamenta di una basilica incompiuta, ha preso vita in queste serate uno spettacolo dove le distanze tra racconto, nostalgia e testimonianza sembrano totalmente dissiparsi. “Via del Popolo”, prodotto dalla compagnia “Scena Verticale”, è scritto e interpretato da Saverio La Ruina, che con eleganza e sottile umorismo, partendo dal ricordo commosso della scomparsa del padre, accompagna il pubblico per le strade della sua infanzia;  raccontando della famiglia, di Castrovillari, la città in cui è cresciuto, e di via del Popolo, tacita testimone dei suoi primi amori, delle amicizie, del suo impegno alla lotta politica, delle sue gioie e debolezze. Questo lavoro, però, non è solo un racconto autobiografico, ma è soprattutto l’occasione per tornare indietro alle memorie di un luogo e un tempo ormai lontani; quando la vita scorreva lentamente, e le strade, ricche di voci, rumori, botteghe e officine artigianali, si integravano alla realtà cittadina rafforzando quel senso di comunità e solidarietà, un tempo così innate.  Una strada quindi, diventa il pretesto per raccontare il cambiamento delle nostre città, delle nostre abitudini e dei nostri affetti, riflettendo soprattutto sul nostro rapporto con il tempo e sulla nostra incapacità a volte, di viverlo con consapevolezza: «È sempre una questione di tempo».

Il tempo è il vero e proprio co-protagonista di questo racconto. Rappresentato da un grande orologio disegnato nello stile di Salvador Dalì, sovrasta e domina via del Popolo, tracciata sul palco con dei semplici lumini; inoltre trova spazio anche nel testo, visto che La Ruina sceglie di intrecciare le sue vicende familiari e gli aneddoti della sua cittadina, con quelle di un personaggio immaginario chiamato 30 Minuti, ironizzando sul tempo che occorreva per percorrere l’intera via, a fronte dei due minuti sufficienti oggi.

Un testo supportato da diverse tematiche che invitano alla riflessione, che riesce comunque a non risultare stancante grazie all’alternarsi di più vicende, da quelle più ironiche alle più spiacevoli. Questo grazie anche alla moltitudine di personaggi che ci vengono presentati attraverso una magistrale partitura gestuale di La Ruina, in cui un semplice inclinarsi del tono della voce, un cambiamento dell’andatura, un movimento più deciso della testa, un gesticolare con le mani più moderato, racconta una nuova persona del suo passato.

Saverio La Ruina cammina sul palco, in quella via che per anni è stata la sua casa e  la racconta al suo pubblico, immedesimandosi nelle persone che la abitavano e la vivevano profondamente, come la viveva lui.

Ancora in scena fino al 15 gennaio presso TeatroBasilica, uno spettacolo graditissimo e a lungo applaudito, accolto in uno spazio che è riuscito a donargli una cornice ancora più suggestiva.

Teatro.persinsala.it – Lorena Martufi – 05/01/2023

Istantanea sul piccolo mondo di casa nostra

È un La Ruina maturo, riflessivo, consapevole quello del suo ultimo lavoro, Via del Popolo, che ha conquistato il pubblico, i giornali, i lettori e i teatri d’Italia attraverso un monologo semplice, essenziale, ma denso di figure, personaggi, vita. 

 

La Ruina ci consegna un ritorno a un mondo perduto, fatto di piccole verità, semplici scene di particolari momenti di vita quotidiana e cittadina. Una vita smarrita nella frenesia di un presente liquido che ha cancellato un tempo che fu vivo, ora scomparso, su cui sono rimaste ferme le lancette di un orologio dipinto da un Riccardo De Leo che omaggia La persistenza della memoria di Dalì con una scenografia surrealista che emerge dal fondo della scena. Una passeggiata di ricordi in Via del Popolo a Castrovillari, dove il tempo si ferma sulla vicenda autobiografica dell’attore, qui attualmente residente, ma originario di un piccolo paese montano del Pollino.

 

Trasferitosi in città con la famiglia quando era bambino per cercare lavoro e fortuna attraverso l’attività del padre (il bar Rio, soprannominato ferocemente u bar di ciuti dai cittadini invidiosi di quei contadini che come tanti avevano lasciato la loro casa e la montagna per accedere ai servizi della città che a quei tempi era per loro come l’America), La Ruina restituisce l’anima perduta alla cittadina con un’abilità di racconto e un’interpretazione naturale, intima, con il coraggio di chi osa farsi vedere allo scoperto, come una pelle su cui è scritta attraverso la sua la nostra storia, che è anche quella di questo spettacolo, dove si fondono arte e vita dando origine a una bellezza non costruita – sua meravigliosa cifra stilistica – a cui siamo disabituati. Come un affresco di Guttuso, partendo dal vissuto personale e con marcato realismo, La Ruina dà forma a diversi personaggi presi a prestito direttamente dalla memoria, messa a dura prova da un testo bellissimo e ardimentoso, squisitamente letterario e sorprendentemente ironico che costruisce un mosaico di situazioni riemerse dal passato, ancora nitide, eloquenti, magiche. La parola di La Ruina le anima tutte e, con indosso giacca bianca e l’eleganza dallo stile classico e inconfondibile del cameriere, l’attore passa con un vassoio da bar e una splendida leggerezza disinvolta, tra botteghe, ristoranti, alimentari, cinema, magazzini, officine di una volta. Protagonista è il tempo, interrogato attraverso gli occhi del padre, immagine potente e fragile, piena di poesia, quella di una foglia attaccata a un ramo, metafora della vita che ci riguarda tutti.

 

Tempo relativo, tempo dell’anima che suggerisce alla memoria eventi che ci mancano perché li abbiamo amati tutti. Gli anni Sessanta, passati tra flipper e vassoi e canzoni al juke box, Dire Straits e Dik Dik, lenti ballati sui Procal Harum e paste rubate ai matrimoni. Tempo per esserne padroni: così Saverio bambino materialmente lo ferma sul cronometro d’oro regalatogli dallo zio Nicola, quando lascia raffreddare i caffè sul vassoio per andare a guardare le partite di calcio (ed erano cinghiate sulle ginocchia). Tempo che si ferma sul quaderno dove segna il nome di ogni attore di ogni film lasciato a metà e tempo per ogni bicchierino di sambuca che beve per ogni titolo il signor Pino del Ristorante Pino. Tempo che dalla quinta teatrale emerge molle, dilatato, pendente da una struttura invisibile, come a trasportarci in un’altra dimensione. Tempo soggettivo, anticonvenzionale, personale, di due minuti e cinquanta o di Trentaminuti , personaggio bellissimo, preso a prestito dalla fantasia degna di un Pirandello, potentemente simbolico, già mitico, perché si ferma a bere alla fontana o ad acquistare i fichi d’India, all’incrocio della strada. Tempo scandito dai tacchi delle signorine che passavano a piedi e facevano affacciare tutti i maschi ai balconi e alle finestre. Tempo che diventa veloce quando regala gioie, che diventa lento quando ce le toglie. Tempo che scompare, perché viaggia alla velocità teutonica, quando si ama. Tempo che scorre all’indietro su un mangianastri nella cabina per il proiezionista del vecchio cinema Ariston. Tempo delle manifestazioni studentesche contro la sede dell’MSI, quando personaggi come Capilupo infiammavano le strade di rivolte alla ricerca di diritti. Tempo dei ragazzi che si baciavano per strada, tra gli occhi curiosi dei vicini, delle performance dal vivo dei Living Theater quando era possibile guardare il mondo e che il mondo guardasse noi. Tempo che oggi ci fa sentire come se mancasse tutto e una volta non mancava niente se solo avevamo Carosello. Tempo surreale e materiale, divorato, disintegrato, che ci ricorda che siamo tutti destinati a passare tranne lui e che solo noi possiamo deciderne la velocità delle lancette, mettendoci d’accordo con il vento, facendo sì che l’anima lo attraversi sempre come un tempo bellissimo e infinito. Un tempo leggero.

Giornale di Sicilia – Simonetta Trovato – 29/01/2023

Come deve esser parso strano ai suoi concittadini, questo ragazzino svelto e leggero che ad un certo punto aveva scelto il teatro, in una cittadina come Castrovillari, una metropoli agli occhi di chi arrivava dai paesucoli abbracciati al Monte Pollino. E come deve esser parso strano ai suoi parenti, il padre severo, la mamma morbida, il fratello di poco più grande: ma Saverio La Ruina a Castrovillari c’è cresciuto e ci abita tuttora con la sua Scena Verticale. E questo suo «Via del popolo≫ – di scena anche stasera allo Spazio Franco dei Cantieri della Zisa, per il festival Scena Nostra – è un modo per prendere tutti per mano, amici di ieri e colleghi di oggi, e correre insieme verso il tempo che in scena, più dell’orologio sfatto di Dalì, pare soprattutto il quadrante di Alice nel suo mondo meraviglioso.

La Ruina è questo: racconto, personaggi, tempo. In quest’ordine: perché le scene diventano pagine e i personaggi, attori. Tutti piccini, fuori moda, con idiosincrasie, abitudini, lavori fuori tempo, sbozzati ad arte che ti pare di averli conosciuti chissà poi quando. Il dolore per la morte del padre ne esce così mitigato, quasi un abbraccio compassionevole a chi è rimasto, e continua a raccontare. Tantissimi applausi meritati.

Accreditati.it – Daniele Poto – 14/01/2023

Una strada è il riflesso del cambiamento. Gli artigiani che diventano supermercati, riferimenti precisi si trasformano in non luoghi. Un outing calabrese con valore universale.

 

Il giovane La Ruina scende dal Pollino a Castrovillari e con il pretesto di un apparente apologo ci racconta le trasformazioni di una società non solo calabrese. All’inizio sembra l’inurbamento in una metropoli, poi progressivamente tutto prende contorni familiari. I negozianti hanno un soprannome, il bar di famiglia dopo le iniziali difficoltà funziona e si ha un solo lontano sentore della ‘ndrangheta. Il raccontatore è un bravo affabulatore che non cerca facili effetti nella risata ma semmai smuove per tutti i 90’ minuti del racconto un quieto e partecipato sorriso tanto che alla fine quasi ti sembra di far parte della sua di famiglia. Scena spoglia, atta simboleggiare una via dello struscio che può essere percorsa in due o in trenta minuti e in cui pulsa il cuore di una cittadina a cui non manca niente per essere vista dagli occhi del provinciale come una piccola capitale. L’autore si abbandona a un dialetto comprensibilissimo e smuove emotività sopite. E nel racconto passano affetti familiari, bozzetti regionali, un percorso di crescita e di formazione che contiene le basi personali dell’attuale presente ma, fuori dall’individualismo, anche un pezzo di storia d’Italia con la sensibilizzazione politica, le Brigate Rosse, l’affrancamento dalla Calabria. Nostalgia, rimpianto ma anche realismo nel giudicare i limiti di una percezione. Il teatro di La Ruina è pacato, sensibile e l’idea nella sua originalità logistica funziona. Davvero in quei duecento metri di percorso si riflette vita e limiti di quella comunità. Struggente e fotografica la descrizione dei genitori riflessa da quel ragazzo-autore di cinquanta anni fa.

 

Voto: Buono

Artistandbands.org – Valeria Lupidi – 11/01/2023

La seconda parte della stagione del Teatro Basilica ha preso il via il 10 gennaio con lo spettacolo, in scena fino al 15, Via del Popolo, di e con Saverio La Ruina. La rappresentazione è una “camminata” lungo Via del Popolo, duecento metri di strada in una cittadina del sud Italia dove convergono le storie di vita non solo della famiglia del protagonista, ma di un’intera comunità calata nel suo forte senso di appartenenza. Racconti di vita scanditi dal tempo che gioca un ruolo di primo piano in tutta la vicenda. Significativo è l’orologio sullo sfondo che si scioglie come quello di Dalì rimarcando la qualità del tempo: liquido, senza confini determinati, soggetto a rapide fermate o a brusche accelerazioni nel suo costante divenire. Il tempo è il file rouge di tutto il monologo, dove si accavallano periodi, sovrimpressioni, flashback di un racconto che non conosce staticità e si rincorre in un “avanti e indietro”, in storie iniziate, interrotte, riprese e, a volte, mai concluse.

Via del Popolo narra se stessa ed i suoi personaggi che si intrecciano con la vita dell’attore. La Ruina è struggente nel suo ricordo dell’infanzia nella provincia calabrese e coinvolgente negli episodi che scorrono accavallandosi senza mai creare confusione. Tante storie che paradossalmente cominciano dalla fine, lo spettacolo infatti inizia nel cimitero del paese, quasi a voler deridere il tempo prendendosi gioco del suo trascorrere.

La Ruina si muove e danza tra le luci sul pavimento che disegnano il crocevia dove termina Via del Popolo ed inizia un nuovo percorso. Le sue rievocazioni dei personaggi che hanno animato quella strada, ma che ora sono spariti, accendono la fantasia del pubblico e quasi sembra di vedere l’elettricista con la sua cassetta degli attrezzi, il macellaio col grembiule imbrattato di sangue, il barista Pino.

La pièce è un gentile elogio alla vita lenta, ai trenta minuti che si impiegano per percorrere 200 metri e durante i quali si assaporano i legami presenti in una piccola comunità che, forse, i frenetici ritmi moderni (ed il centro commerciale al posto della bottega familiare) hanno fatto perdere.

Corrieredellospettacolo.net – Paolo Leone – 11/01/2023

Il tempo, inesorabile, non si ferma mai. Solo nell’ingenua fantasia dei bambini che, muniti di un cronometro, pensano di congelare l’attimo a proprio piacimento per scoprire subito che non è possibile, come raccontato dal testo. Via del Popolo, in scena al Teatro Basilica fino al 15 gennaio, col suo cantore Saverio La Ruina, è una passeggiata nel tempo della città di Castrovillari dagli anni 60 ad oggi, dove la strada è significativamente tratteggiata sul palco da tanti lumini, quasi a far presagire l’ineluttabile traguardo destinato ad ogni storia, al tempo di ogni storia. Tanto che il racconto, aggraziato, delicato, sul crinale della nostalgia senza mai cedervi, inizia in un cimitero. Un tempo interiore, quello di ognuno di noi e un tempo reale, tiranno, che tira avanti con o senza di noi. Con o senza un padre, figura centrale di questa personalissima pièce, la cui perdita l’autore e interprete, con emozione, ci offre mettendosi a nudo coraggiosamente, con ironia e garbo. Pietra miliare di un cammino personale che, da un piccolo centro della Calabria, diviene il cammino di tutti, ognuno con i suoi luoghi, le sue strade, i suoi affetti che il tempo trasforma ma non cancella. Via del Popolo diventa allora una strada che fa il giro del mondo e Saverio La Ruina un moderno aedo che, come un nostro fratello, ci accompagna dolcemente tra le lancette di un orologio che non si ferma mai.

 

A cosa abbiamo assistito in questa prima romana di Via del Popolo? Sembra facile dirlo, ma non lo è affatto. Il mutamento sociale, urbanistico, la scomparsa di un tessuto ordito dai rapporti personali, dove tutti si conoscevano e la globalizzazione che ha radicalmente spazzato via una socialità che ora è diversa? Si, anche questo. Ma quello che mi ha colpito è la serena presa di coscienza di tutto ciò, con cui La Ruina compone il suo affresco, la tenerezza nel racconto che non scivola mai nel “si stava meglio quando si stava peggio”. La materializzazione di qualcosa che è in ognuno di noi, di cui cogliere l’essenza e goderne. Dei piaceri come dei dolori, consapevoli che tutto continuerà anche senza la nostra presenza. Il suggerimento di non lottare contro il tempo, ma di viverlo pienamente.

Rumorscena.com – Claudio Facchinelli – 26/12/2022

Lo spazio e il tempo della memoria in Via del popolo di Saverio La Ruina

 

Tornare a visitare i luoghi della gioventù, per un adulto ormai in età, in qualche modo è sempre una visita al cimitero: le strade, le case, gli ricordano inevitabilmente persone che hanno animato quei luoghi, ma che non ci sono più. Questa una delle idee portanti sottese al testo e alla scenografia di Via del Popolo: l’ultima produzione della ormai trentennale compagnia “Scena verticale”, scritta e interpretata da Saverio La Ruina. La scena, infatti, non tenta neppure di suggerire l’urbanistica di una cittadina meridionale, ma è punteggiata, quasi ingombra di cilindri illuminati, che richiamano le lampade votive di un camposanto.

 

Ma sotto l’apparenza di un racconto personale, lo spettacolo tratta, senza averne l’aria, la percezione di due entità sulle quali i filosofi si sono interrogati per secoli, per non dire millenni: il tempo e lo spazio. Il tema del tempo è richiamato, con leggerezza e ironia, anche da un elemento scenografico: l’immagine, che si direbbe mutuata da Dalì, di un grosso orologio da taschino appeso alla graticcia, ma che sembra si stia sciogliendo, con la sua parte inferiore che si deforma allungandosi, come fosse di cera.

 

Ci sono anche i giochi che Saverio faceva da bambino, quando aveva creduto di poter fermare il tempo, semplicemente pigiando il pulsante che bloccava la lancetta del cronometro che gli avevano regalato. E poi c’è un esempio e una riflessione sulla temporizzazione dello spazio: il diverso tempo impiegato da due differenti persone a percorrere la Via del Popolo del titolo. Sia chiaro, tuttavia, che non c’è, nello spettacolo, alcuna dissertazione filosofica sulle forme a priori kantiane: il monologo si snoda secondo gli accattivanti, svagati modi affabulatori tipici di Saverio, nella varietà del suo repertorio mimico e gestuale; evoca il suo passato, recuperando con tenerezza la realtà del borgo nativo, sul versante settentrionale, lucano del Pollino, ove ha trascorso l’infanzia, e il suo inserimento a Castrovillari, la cittadina di adozione adagiata sulle pendici calabresi di quello stesso monte, rinomato per la presenza del raro pino loricato. Una distanza breve, se misurata in chilometri, ma abissale nella sua percezione soggettiva di ragazzino.

 

Sul ricordo di chi non c’è più, ma i cui fantasmi sembrano ancora percorrere Via del Popolo, sui giochi e le avventure infantili, sulle vicende passate per sempre, ma recuperabili nella memoria, Saverio intesse  una narrazione densa di citazioni scopertamente autobiografiche, dalle quali emergono figure sia rurali, sia cittadine, esemplari di una cultura patriarcale del sud d’Italia, forse superata, ma portatrice di una saggezza popolare atavica, dipinta con affetto, senza mai cadere in stereotipi veristi, sull’onda dei suoi altri monologhi meridionalisti, altrettanto efficaci, come Dissonorata e La borto.

 

Materialmente solo sul palco, Saverio riesce a far percepire intorno a sé la presenza delle persone care, le figure e le ambientazioni del suo paese, dando loro vita, calore e colore: segno – vorrei dire – di una sensibilità umana che connota e caratterizza anche la modalità dei suoi rapporti sociali e personali.

Visto al teatro Menotti di Milano il 7 dicembre 2022.

Bebeez.it – Mario Cervio Gualersi – 10/12/2022

Due debutti in prima nazionale nelle sale milanesi: dai ricordi nostalgici di Saverio La Ruina in Via del Popolo alla riscrittura di Hedda Gabler a cura di Liv Ferracchiati: un nuovo testo che ci parla a cuore aperto di un recente passato e un celebre dramma che è emblema dell’ottocento.

 

Sin dai primi anni del nuovo secolo si è imposto all’attenzione di critici e pubblico come uno dei più brillanti esponenti del teatro di narrazione: Saverio La Ruina, orgogliosamente calabrese, ha suscitato empatiche emozioni con lo splendido ritratto femminile di Dissonorata che ha, come sempre, scritto, diretto e interpretato calandosi nei panni, anche concretamente ma senza alcun vezzo dell’attore en travesti, di Pascalina, donna del nostro sud negli anni settanta che, non più giovanissima, desidera convolare a nozze e, convinta dalla promessa di matrimonio fattale dal partner, infrange il tabù del sesso prima dell’unione in chiesa, ma rimane incinta e viene da questi subito ripudiata: per la famiglia un’onta insopportabile da punire con la morte e la decisione di bruciarla viva. Questa tematica viene approfondita nel successivo La Borto, storia raccontata da Vittoria in prima persona che è specchio di un’amarissima realtà su quanto una donna del meridione, ma non solo, possa essere condizionata dal potere maschile che domina ancora una società di stampo patriarcale anche nella scelta o nel rifiuto della maternità, mettendo spesso a repentaglio la propria vita. Non solo di violenza di genere di natura fisica si occupa l’autore ma anche di quella psicologica: in Polvere mette in luce i sottili ma terribili – senza arrivare al femminicidio – meccanismi di sopraffazione operati dal maschio nei confronti della compagna: qui per una volta La Ruina non è più solo in scena ma ha accanto Jo Lattari prima e Cecilia Foti poi. Un’altra piaga sociale sulla quale non ha fatto mancare il suo contributo è quella dell’omofobia: ecco che con Masculo e fiammina ci conduce per mano nella toccante vicenda di Peppino, chino sulla tomba della madre per confessarle quanto non aveva osato fare prima e cioè la sua omosessualità, scoperta sin da ragazzo e, nel corso degli anni, ostracizzata dalla chiesa e, ahimè, anche dalla stessa sinistra che ha impiegato troppo a lungo nel fare ammenda e mettersi al passo con i tempi. Ci racconta del suo primo amore, quello con Angelo, finito con la decisione, purtroppo ancora comune a molti, di quest’ultimo di sposarsi per non rischiare di finire nello stigma dell’emarginazione sociale. Ben più drammatica è la storia con Alfredo, conosciuto e amato in vacanza a Riccione: appartatisi in macchina, i due vengono selvaggiamente aggrediti a bastonate e il giovane ci rimette la vita. A Peppino, terrorizzato, non resta che abbandonare sul posto il corpo dell’amico e tornarsene al paese in Calabria; quando troverà il coraggio di cercare a Treviso la famiglia di Alfredo, il suo racconto dei fatti verrà accolto con fastidio e volontà di rimozione.

 

L’indagine di La Ruina è proseguita con lo sguardo sulla storia del primo dopoguerra ed è nato Italianesi che racconta le vicende dei soldati e civili italiani internati nei campi di lavoro in Albania dove rimasero di fatto prigionieri per oltre 40 anni. Tonino, figlio di un milite italiano poi rimpatriato, cresce con la madre single nel campo e sposa Selma, la nipote dei custodi. Caduto il regime comunista, decide di tornare in Italia per conoscere finalmente il padre che lo accoglie con suprema freddezza e indifferenza. Lo stesso trattamento gli riservano i compaesani, considerandolo con disprezzo un “albanese” dopo che era stato per tutta la vita vilipeso ed emarginato in quanto “italiano”. L’emigrazione e il conflitto tra diverse culture e religioni ai nostri tempi è al centro del controverso e travagliato Mario e Saleh del 2019, diventato due anni dopo Saverio e Chadli vs Mario e Saleh, dove un occidentale cristiano (Saverio) si confronta con un arabo musulmano, esponente dell’Islam di seconda generazione (l’attore palermitano di origini magrebine Chadli Aloui a cui è poi subentrato Alex Cendron), nel corso di una sofferta convivenza in una tenda dove sono stati costretti a riparare in conseguenza di un terremoto. Abbiamo parlato di questi lavori, tutti prodotti da Scena Verticale, la compagnia fondata nel 1992 da La Ruina e Dario De Luca, a cui si è aggiunta la preziosa organizzazione di Settimio Pisano, perché giustamente circuitano ancora nei teatri di tutta Italia, gratificati da innumerevoli premi, tradotti e rappresentati anche all’estero. Questa triade ha avuto anche il merito e il coraggio, in una regione difficile come la Calabria, di far nascere nel 1999 il Festival Primavera dei Teatri con sede a Castrovillari, diventato in pochi anni una vetrina e trampolino delle più interessanti novità del Nuovo Teatro. Proprio nella piccola città in provincia di Cosenza, al centro del parco nazionale del Pollino, è ambientata l’ultima creazione del drammaturgo/regista/attore, Via del Popolo, il luogo dove lui è cresciuto dopo che, quando aveva sei anni, la famiglia ha lasciato la campagna per trasferirvisi, aprendo il bar Rio. “Con mio fratello ero il più giovane camerierino d’Italia – racconta La Ruina – e la via era abitata da una serie di negozi: un ristorante, tre alimentari, due sartorie, una macelleria, una calzoleria, una merceria e il cinema Ariston. Per percorrere i 200 metri di via del Popolo allora ci volevano 30 minuti, oggi ne bastano 2: quel mondo non esiste più, annientato dal passaggio dalla micro alla macroeconomia, uno dei tanti effetti della globalizzazione. Ai negozi sono subentrati i centri commerciali e la fine della vendita al dettaglio ha portato via posti di lavoro, distruggendo un modello sociale ancora basato sulle relazioni interpersonali. Via del Popolo è la narrazione dell’appartenenza a un luogo, a una famiglia, a una comunità.”

 

A quella comunità è dedicata la pièce che all’inizio vede in scena, irradiata da un serie di lumi bianchi e una enorme riproduzione di uno degli orologi sciolti di Salvador Dalì, l’autore durante una visita al cimitero, accompagnato dal compaesano soprannominato 30 minuti. In una sorta di nostalgica ma anche esilarante Spoon River, datata tra dagli anni sessanta e gli ottanta, si commentano, ora severamente, ora benevolmente, i ritratti sulle lapidi che risvegliano prima i ricordi dell’infanzia, come la conquista delle agognate pastarelle da parte da alcuni bambini che s’imbucano nelle feste di nozze. Menzionando i titolari dei negozi, si susseguono i loro sapidi ritratti: c’è l’elettricista Giannino che, solo con il suo tocco magico e senza bisogno di alcun attrezzo, riesce a riparare il televisore guasto, salvando così la visione della puntata di Rischiatutto, Tonino il macellaio, sulla porta con il sigaro e il grembiule sporco di sangue, Pino dell’omonimo ristorante, Mastu Giovannu, il sarto, poi Simone, bigliettaio del cinema, e il dottor Schwarz, ebreo ungherese salvatosi dalla deportazione, vero ed empatico taumaturgo. Rimangono impressi nella memoria le figure del padre di Saverio, Vincenzo, fiero e severo nel suo ruolo di genitore e gestore del bar, quella della mamma Filomena, con la sua fede cieca nelle fleboclisi, e dello zio Nicola, finito in manicomio. Sono tutte legate da un impalpabile velo di poesia che riesce a veicolare sensazioni e sentimenti che rimandano a una sensibilità non comune, come nel ricordo del protagonista ragazzino quando, in visita allo zio all’ospedale psichiatrico con i genitori che chiedono udienza al direttore, teme di venir lui stesso considerato malato e quindi rinchiuso.

Abbiamo ritrovato Saverio La Ruina nella sua vena più felice, alle prese con il materiale umano che gli è più congeniale e che sa affabulare con maestria. Con la collaborazione alla regia di Cecilia Foti e il disegno luci di Dario De Luca, Via del Popolo rimane in scena al teatro Menotti di Milanosino all’11 dicembre. Poi in tournée al Tremestieri di Messina (20/12), Goldoni di Firenze (22/12), Vittoria di Castrovillari (27/12), Basilica di Roma (dal 12 al 15 gennaio) e al teatro Dell’Albero di San Lorenzo al Mare (IM) il 29 aprile.

2duerighe.com – Raffaella Roversi – 07/12/2022

Via Del Popolo, la presenza di un altro tempo all’interno del nostro tempo

 

È un viaggio per immagini quello che Saverio La Ruina ci fa fare al Teatro Menotti di Milano con il suo nuovo spettacolo Via del Popolo, strada principale di Castrovillari, agli inizi degli anni ’60.

Un monologo pacato, intimo, privo di spettacolarizzazione, da vedere dal 6 all’11 dicembre 2022.

Percorrendo lentamente questa strada con l’attore, non attraversiamo solo il suo paese natale e il microcosmo che vi ruota, ma archi temporali diversi. Sullo sfondo, il tempo che scorre e un’Italia che cambia.

Da contadino, il nostro paese diventa infatti nel dopoguerra cittadino, per poi scuotersi di dosso la mentalità borghese e cattolica durante il grande vento di liberazione del maggio ’68. Si lascia poi attraversare dall’ottimismo rivoluzionario degli anni ’70 convinto di poter creare un mondo migliore, per poi capitolare dopo l’uccisione di Aldo Moro.

Intanto guarda al mondo, alla guerra in Vietnam, alla Guerra fredda, a Cuba. Ed il mondo sembra guardare a Castrovillari o meglio alla vicina Potenza dove nel 1976 il Living Theatre sbarca con il suo rivoluzionario e non capito “The Love Play”, inno all’amore libero e alla contestazione ai poteri.

La scena è disseminata di lanterne bianche che regalano una luce calda, intima, come il racconto di La Ruina. Lo comincia per la verità al cimitero, ma non c’è niente di triste nella rievocazione dei personaggi della sua infanzia.

 

Via Del Popolo: il palco, proprio come le pagine di un libro pop up dove i segni di piegatura della carta fanno apparire movimento e tridimensionalità, sembra popolarsi di personaggi curiosi e delle loro botteghe.

C’è il bar Rio, di proprietà del padre e dello zio dell’attore, acquistato firmando tante cambiali. Avevano entrambi lasciato le montagne vicine per arrivare là ed offrire un futuro migliore ai figli, cominciando cosi il loro cammino in salita per diventare da montanari a cittadini.

Poco più avanti incontriamo il venditore di fichi d’india, sugosi e già spellati, il cinema con il proiezionista che taglia le pizze dei film, Giannino l’elettricista capace di “auscultare” gli elettrodomestici.

Proseguendo sulla strada c’è la merceria, con la merciaia vedova di cui il sarto zoppo è segretamente innamorato, il fioraio, il negozio di alimentari che sparge il profumo della sua mortadella sino alla falegnameria poco distante.

Si ode perfino il ticchettio dei tacchi delle bellissime ed elegantissime sorelle Giannetto, capaci perfino di far distogliere gli occhi del prete dal suo rosario. Una piccola comunità che vive compatta, in una sorta di mutuo soccorso, visto che lo stato, da sempre, è assente.

Dove l’esempio dei padri, la loro integrità, la loro secolare pazienza che li porta ad accettare la vita, sono rimasti ancora ad illuminare il cammino dei figli, come le luci di quelle lanterne sul palco.

Anche adesso che i 200 metri di Via Del Popolo si percorrono in appena una manciata di minuti perché si è trasformata, con botteghe chiuse come occhi cechi o rimpiazzate da anonimi centri commerciali, fast food o garage, il ricordo dei padri non si è spento.

culturalife - Paola Abenavoli - 02/12/2024

“Via del Popolo”, Saverio La Ruina conduce lo spettatore in un percorso tra memoria, tempo e cambiamento

 

Tentare di fermare il tempo, poi farlo ripartire. Dargli un altro ritmo, insieme ad un altro sguardo, sempre profondo, ma più personale, più “proprio”. Narrare, in forma nuova, con nuove cesure, nuovi toni, ma con identica forza, identico spessore e intensità nella descrizione dell’umano, della persona, della vita. Con la capacità – unica e, proprio per questo, ancora una volta attestata dal massimo riconoscimento teatrale, l’Ubu – di costruire una drammaturgia che interseca piani, livelli, racconti, in un crescendo emotivo, scandito dalla sospensione prima di una riflessione o prima di un finale che – ancora una volta – arrivano diretti, colpiscono con poetico realismo e rimangono nella memoria.
Memoria, tempo, cambiamento: su questi tre elementi (e non solo) è incentrato “Via del Popolo”, lo spettacolo più recente di Saverio La Ruina, che il grande attore, autore e regista ha portato in scena a Reggio Calabria, concludendo nel migliore dei modi l’ottava edizione del Ragazzi MedFest, promosso con grande successo da SpazioTeatro, in chiusura di una tre-giorni di spettacoli che ha dato il “la” alla nuova stagione del cine-teatro Odeon.

Una strada, una delle due principali di Castrovillari – paese in cui La Ruina è cresciuto ed in cui ha dato vita, insieme a Dario De Luca e a Settimio Pisano, alla splendida esperienza di “Primavera dei Teatri” -, è il fulcro di un percorso: quello della narrazione, dello spettacolo e quello di uno dei personaggi del racconto, che, tra gli anni ’60 e ‘70, impiegava 30 minuti a percorrere una piccola via di duecento metri, altrimenti percorribile in 2 minuti e mezzo. Questo perché un tempo quella via, così come tutto il paese, era ricca di botteghe, negozi, bar, tra cui quello della famiglia del protagonista, di personaggi con cui fermarsi a parlare e locali che pullulavano di vita, che riflettevano le anime di un paese, il bene e il male, la partecipazione e il sostegno, ma anche l’economia di una società completamente diversa da quella di oggi, mutata come la stessa strada di cui si parla.
Non c’è nostalgia, ma sguardo universale sul cambiamento, su quel tempo che, fin dalla scenografia dominata dal rimando ad un orologio alla Dalì, ritorna, a volte dando l’impressione di essersi fermato, altre di dilatarsi o di correre all’impazzata, segnando momenti e ricordando quanto sia necessario tenerli stretti. Memoria, dunque, che parte da una strada di un paese – che è quello dell’autore, ma nel quale ci si può universalmente riconoscere -, per intersecarsi con quella di una famiglia, anche in questo caso universalmente riconoscibile, e in particolare di un rapporto padre-figlio.

Ed è questa, ancora una volta, la forza artistica di Saverio La Ruina: il sapiente modo – che, come dicevamo, muta, cresce, si sviluppa attraverso lievi e profondi cambiamenti che arricchiscono la cifra stilistica del drammaturgo, ma anche del regista e dell’attore – di affabulare lo spettatore lo conduce sempre in mondi che dal particolare conducono all’universale, fotografie che nel tempo restano nitide, forti, attuali. Sia, come si sottolineava, nell’aspetto della scrittura che qui, in maniera magistrale e non a caso premiata appunto con l’Ubu, incrocia due percorsi, quello lungo la strada ricca di personaggi e quello del racconto familiare, intersecando ritmi, narrazioni, personaggi e sentimenti; sia nelle scelte registiche e sceniche (con il disegno luci curato da Dario De Luca e con la collaborazione alla regia di Cecilia Foti), con il racconto che si sviluppa in una strada delineata da due file di luci che potrebbero anche rimandare ad un palcoscenico, ad una passerella, ad un teatro che, quasi naturalmente, si creava lungo quella via di paese; sia nella capacità di un grande attore di coinvolgere, di fare entrare il pubblico nelle storie piccole e in quella personale, accendendo ricordi e sensazioni che, appunto, travalicano confini. E travalicano il tempo.

 

la Repubblica Napoli - Giulio Baffi - 23/02/2024

“Via del Popolo”: viaggio-ritorno di Saverio La Ruina nei ricordi
 

C’è una strada che delimita memorie e sogni, che alimenta la vita di una comunità e costruisce l’ansia sottile e la dolcezza del ricordo. Le luci disposte ai due lati, le insegne dei negozi, i volti di chi ci vive, i gesti della gente. “Via del Popolo”, di e con Saverio La Ruina, va in scena da questa sera (ore 20.30) a domenica (alle 18) alla Sala Assoli. Spettacolo Premio Ubu 2023, da tempo in giro nei teatri italiani a ricevere applausi e premi dal pubblico affascinato dal racconto “in prima persona” che La Ruina compie con il suo viaggio di ritorno nella strada che lo ha visto crescere. Piccolo viaggio prezioso, ritorno alla terra lasciata da tempo, nuovo incontro con quel che ha lasciato alle spalle, visione struggente ed ironica e testimonianza pudica del vivere austero in una provincia del Sud, dilata il suo tempo e la sua geografia per essere il frammento di un mondo lontano, quello calabrese, della terra racchiusa tra il Monte Pollino e la piccola città di Castrovillari. Autobiografia forse bugiarda, certamente tessuta di verità, ha sussulti ed emozioni da condividere, che assomigliano ad altre trovate nei racconti lontani, nelle storie di altri che nelle parole di La Ruina hanno un nuovo profumo e sussulti d’emozione. “A cu appartieni?”, a chi appartieni, chiedevano i vecchi al paese per sapere chi fossi”, dice il protagonista. Domanda che svela un mondo e una necessità struggente di essere parte di un tutto. E questo tutto è il racconto di “Via del Popolo”, duecento metri percorsi nell’attimo di un ricordo e di uno spettacolo, nello ritrovarsi bambino di un tempo, l’adolescente pronto a partire, gli amori segreti, le piccole sbuffonerie, le vittorie e le sconfitte che lasciano il segno nella memoria, le figure della famiglia.

▲ In scena Saverio La Ruina in “Via del Popolo” alla Sala Assoli

Saverio La Ruina con Roberta Mattei sarà presente, alle 18, alla proiezione del film “Polvere”, per la regia di Antonello Ronga, nell’ambito di “Altre Visioni”, segmento di programmazione sulle relazioni estetiche tra materiali fra scena e schermo, curata da Angelo Curti.

ciranopost - BEATRICE ZIPPO - 02/10/2024

Saverio La Ruina, una Moira che non c’era, trasporta il pubblico della rassegna “Il Peso della Farfalla” dall’auditorium Vallisa di Bari nella sua “Via del Popolo”

 

Impariamo molto presto che il tempo non ha una dimensione lineare, che dieci minuti quando giochiamo sono molto più brevi di dieci minuti in punizione.

Anche aspettare un Premio Ubu in città innesca una miccia che brucia con esasperante lentezza, e così è stato per “Via del Popolo”, Ubu 2022/2023 per il Migliore nuovo testo italiano. Lo spettacolo, di e con Saverio La Ruina, con il disegno luci di Dario De Luca, è una produzione Scena Verticale, portata nell’Auditorium Vallisa per il programma della decima edizione de “Il Peso della Farfalla”, il festival organizzato da Punti Cospicui nella persona della direttrice artistica Clarissa Veronico.

Lo spettacolo inizia dalla fine, con un’alternanza di piani narrativi che chi è fan dei film di Quentin Tarantino ha ben famigliare. Il nastro si riavvolge sull’infanzia, nel “miracolo italiano” che sembrava promettere una vita di agi anche a chi dai monti arrivava in una piccola cittadina calabrese, non rispondendo alle sirene che avevano portato generazioni di Italiani a migrare ad esempio in Brasile. I duecento metri di Via del Popolo, a Castrovillari, fioriscono così di botteghe e di storie, vere o leggendarie, sulle personalità che ci vivono o lavorano, su una società che cambia incessantemente. Anche La Ruina ha in mente precisi riferimenti cinematografici e musicali per pennellare i piccoli e grandi episodi di cui brulica la sua vita più acerba, dal Padrino ai Procol Harum, spingendoci allo stesso gioco: come fare a non associare la misteriosa valigia degli attrezzi dell’elettricista di fiducia, dal contenuto sconosciuto, alla valigia di Vincent Vega e Jules Winnfield in “Pulp Fiction”?

La Metamoira in cui La Ruina si trasforma rimette il filo della sua gioventù, e della vita di suo padre, sul fuso del tempo, ricordando a noi che assistiamo allo spettacolo che i legami tra la Storia del Paese e la nostra piccola storia individuale non sono un fatto trascendentale, ma materia viva. Un padre che si ribella ai capi della ‘ndrina che imperversa, o le lotte studentesche costellate di aneddoti giovanili, ma anche l’incontro fatale con Julian Beck del Living Theatre, non sono solo riempitivi di un’apologia esistenziale che svolge il filo fino a oggi, ma veri e propri inciampi su un tempo di cui talora ci illudiamo di avere un controllo, foss’anche parziale, ma che in realtà ci controlla, ci giudica e ci regola, anche quando sembra che sia nelle nostre mani. Anche quando apparentemente sfuggiamo più o meno inconsapevolmente alla vista dell’orologio e della moglie, ci sarà sempre una coscienza, magari impersonata da una bambina col dito puntato verso il futuro, che saprà come far ripartire il filo verso la Moira che lo reciderà. Una magia però La Ruina la compie: prende la musica alta della Bari Vecchia overturistica, e la ricaccia ben oltre la Piazza del Ferrarese che minaccia le quinte sceniche e l’abside della Vallisa, rapendo l’ascolto del pubblico con un talento straordinario.

Che ci vogliano due minuti o mezz’ora, o una vita, spesso tristemente in compagnia dei protagonisti del nostro passato, ora placidi fantasmi, si arriva sempre a percorrere tutta Via del Popolo, fino in fondo.

reportpistoia - Andrea Capecchi 25/11/2023

La varia umanità di via del Popolo nei ricordi di Saverio La Ruina

 

PISTOIA – Un sorprendente affresco di vita cittadina oggi scomparsa, un caleidoscopio di volti, personaggi, tipi umani, antichi mestieri, tutto filtrato attraverso la memoria e il ricordo personale.

Saverio La Ruina porta in scena al Funaro di Pistoia il suo spettacolo “Via del Popolo”, un monologo autobiografico che prende ispirazione dai ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza: siamo all’inizio degli anni Sessanta, quando Saverio e la sua famiglia lasciano il paesino montano dell’entroterra calabro dove sono sempre vissuti e si trasferiscono a Castrovillari, cittadina alle falde del monte Pollino, che a quei tempi era vista dai “montanari” come una sorta di America.

Ambientarsi non fu facile, almeno per i primi tempi, dovendo da un lato vincere la diffidenza degli abitanti della città verso gli “stranieri” provenienti dalle montagne, e dall’altro abituarsi alla realtà e ai ritmi di una città molto diversa dal paesino di provenienza. Il padre di Saverio, uomo molto intraprendente, apre un bar che diventa presto uno dei luoghi di ritrovo della città; sia l’abitazione, sia l’attività commerciale della famiglia sono poste lungo via del Popolo, una delle strade principali di Castrovillari, che diventa subito un luogo privilegiato per osservare la vita cittadina e conoscere i suoi abitanti.

Ai tempi in cui Saverio era bambino e poi ragazzo lungo via del Popolo c’erano un cinema, negozi, alimentari, attività artigianali, due bar, una sezione di partito e la caserma dei carabinieri, per non parlare del continuo via vai di personaggi più o meno singolari che rendevano questa strada l’autentico centro e cuore della vita sociale della città.

In poco più di un’ora di spettacolo Saverio compie un tuffo nel passato, ci riporta all’epoca della sua adolescenza tra anni Sessanta e Settanta e ci racconta insieme alla storia della propria famiglia gli incontri quotidiani con uomini e donne che popolavano la strada. Un viaggio reale e autobiografico ma allo stesso tempo immaginario e simbolico tra ricordi nostalgici, aneddoti, storie di paese e leggende metropolitane, pettegolezzi, fatti personali, eventi comici o tragici che in qualche modo hanno segnato la “microstoria” di via del Popolo e la vita del giovane Saverio.

E il viaggio viene compiuto da un anonimo passante che percorre per intero la via: ma invece di impiegare quei due minuti che, cronometro alla mano, occorrerebbero per andare da un capo all’altro di via del Popolo, il suo percorso risulta molto più lento e tortuoso, della durata complessiva di trenta minuti. Perché ci impiega mezz’ora? Forse perché non ha quella fretta che oggi è diventata caratteristica di tutte le realtà cittadine, o forse perché il suo intento è in realtà quello di conoscere chi popola la via, entrare nei negozi, varcare le soglie e i portoni, ascoltare le chiacchiere di chi si ferma per strada, udire le conversazioni alle finestre, spiare dentro le case, fermarsi al tavolino del bar tra discorsi di sport, politica e vita quotidiana.

 

Percorrere la via del Popolo della sua adolescenza significa per Saverio presentare al pubblico una galleria di personaggi e un’umanità varia e singolare, tra vecchi sognatori, comari pettegole, belle ragazze con i tacchi che al loro passaggio attirano su di sé mille occhi, giovani affiliati a gruppi rivoluzionari di estrema sinistra, contadini e pastori dalle campagne, l’ubriacone del paese, alcuni ospiti “internazionali” e molte altre figure che colpiscono per la spiccata personalità e la nitidezza con la quale l’attore rievoca il loro ricordo.

Oggi questa varia umanità non c’è più: tanti sono morti, qualcuno ha abbandonato il paese e si è trasferito altrove, pochissimi, anzi quasi nessuno, è rimasto in via del Popolo e resiste allo scorrere incessante del tempo. E proprio il tempo e il suo fluire è uno dei fili conduttori dello spettacolo: Saverio ci fa riflettere su come in fin dei conti il passare dei minuti, delle ore, dei giorni, dei mesi e degli anni abbia un valore relativo e come ciascuno di noi possa vivere in maniera diversa il passare del tempo, dando ad esso un diverso valore e una propria particolare percezione. Ci sono momenti brevi che però ci appaiono lunghissimi e periodi assai lunghi che trascorrono in un soffio. Un’idea ben resa dall’orologio liquefatto attaccato sullo sfondo nero della scena che ricorda quelli dipinti da Salvador Dalì nel suo celebre quadro “La persistenza della memoria”.

È proprio la memoria di un passato così lontano ma allo stesso tempo così presente e vivo quella che affiora nelle parole e nei ricordi di Saverio, per una sera nostro “cicerone” alla scoperta dell’antica via del Popolo.

armadillofurioso - LUCIO CARBONELLI · 25/02/2024

Le barbe imbiancano, i negozi chiudono: la memoria di Saverio La Ruina [Via del Popolo @ Sala Assoli, 23/2/2024]

 

«Il tempo che corre ma che non dobbiamo rincorrere ma trascorrere».
(Saverio La Ruina, attore e regista)

 

Il tempo si ferma solo nel cimitero, luogo dove non corre nessuno e nessuno urla, viali ombreggiati dove regna il silenzio e il passo accorto. Lumini che segnano una strada che porta da chi non c’è più, così comincia questa Via del Popolo, un ricordo di quello che non c’è più, un tempo ormai andato che non c’è orologio che possa fermare.

Sul fondo del palco quello che appunto sembrerebbe un orologio, ma in realtà è un cronometro, l’unico oggetto che può regalarci l’illusione di fermare il tempo: premi un pulsante ed ecco, le lancette si fermano, hai ancora tutta la vita davanti, e qui magari la fisica quantistica potrebbe dirci molto, ma non è questo né il luogo né il punto. Accontentiamoci piuttosto del tempo liquefatto di Salvador Dalí, un tempo interiore che continua a parlarci di ciò che siamo stati, siamo, e forse saremo. Il tempo continua a scorrere, i ricordi restano.

 

Solo in scena, l’attore e regista calabrese Saverio La Ruina – le cui parole sembrano voler strenuamente combattere l’omen ironicamente insito nel nomen – ci racconta una storia del tempo che fu, partendo dalla sua infanzia/adolescenza per poi allargarsi nel presente di tutti noi. L’avvio è dato proprio dalla passeggiata nel cimitero con un amico che ricorda di quando erano bambini la cui felicità semplice era data da gustose paste alla crema, e come dimenticare chi queste paste le dava e chi le negava? Poi venne il bar di famiglia, e con esso altri problemi e responsabilità, ma almeno quelle – le paste – non mancavano mai.

 

C’è stato il tempo dell’infanzia, quindi, quando via del popolo la percorrevi in trenta minuti tanto l’affollamento dei negozi al dettaglio: il falegname così vicino alla salumeria che la mortadella sapeva di legno e i trucioli di pane, il fabbro innamorato della merciaia, l’elettricista che risolveva magicamente i problemi, i bar dove gli ubriachi volevano essere ancora più ubriachi, un ristorante accogliente, addirittura un cinema con un proiezionista esperto e piuttosto originale (montava i film a piacere suo). È venuto poi il tempo del centro commerciale, e la strada da 30 minuti si è rimpicciolita in 2, le saracinesche si sono fatte lapidi, il tempo si è guadagnato, sì, ma per cosa. Niente più Living Theatre in giro per la Calabria, niente più Aldo Moro la cui morte pose fine alla lotta e alla speranza.

 

Come si diceva prima, però questa è soprattutto una storia personale, prima che nostra, lì dove con sapiente montaggio alternato e tempi (comici) perfetti La Ruina ci racconta magico e struggente anche del padre che a un certo punto cadde in un fosso e passò abbastanza bene la notte cantando e dormendo, per ritrovarsi poi come foglia stanca su un albero. Tenerissimo e malinconico, ma anche dolcemente divertente, un commosso La Ruina ci racconta col sorriso sulle labbra dell’ultima barba fatta al padre, una barba perfetta per chi è ormai pronto ad andare. L’ultima domanda rimane sospesa nell’aria, attacca la musica, si alza il vento. Il grande freddosì, però quanta felicità insieme. 

 

calabriapost - Marco D'Amelio 07/10/2024

SAVERIO LA RUINA INCANTA IL PUBBLICO DEL TEATRO GRANDINETTI CON IL SUO “VIA DEL POPOLO”

Un monologo “corale”, che ha rapito il pubblico del Teatro Grandinetti. Ancora una volta Saverio La Ruina ha catturato gli spettatori con la sua “Via del Popolo”, opera drammaturgica che ha visto l’attore ripercorrere sulla scena i dialoghi con il padre e rappresentare gli intrecci della vita quotidiana che animava la strada del bar gestito dalla sua famiglia a Castrovillari. Lo spettacolo, inserito nella nuova stagione 2024/2025 dell’associazione teatrale “I Vacantusi” di Lamezia Terme, ha conquistato il pubblico lametino, grazie alla straordinaria interpretazione dell’artista calabrese, vincitore di 5 premi Ubu, gli Oscar del teatro italiano.

Su di un palco disseminato di lumini, la camminata di Saverio La Ruina nel cimitero del paese fa brillare quelle luci attraverso la precisione del ricordo del tempo che fu, popolato da una fitta rete di indimenticabili persone che perciò diventano i personaggi delle loro storie e di una storia collettiva. In alto, sta un orologio surrealista, che potrebbe sembrare un dipinto di Dalì e che detta le regole del tempo volute da La Ruina per il suo racconto, nel quale il passato si manifesta non come sintesi di un ricordo, ma come una cronaca attuale degli accadimenti.

L’opera è una sorta di “Nuovo Cinema Paradiso” all’incontrario, perché nel monologo di La Ruina non si trova solo il lirismo né la nostalgia consolatoria dal lieto fine del bacio eterno del film, ma piuttosto il diario di una lotta contro il tempo che siamo destinati a perdere. Lotta che con l’arte è comunque possibile combattere, facendo vivere ciò che non è più, fermando il tempo e riuscendo così a portare gli spettatori nel vivo di una strada di Castrovillari degli anni 60, quindi vincendo, sia pure per la durata dello spettacolo, la sua piccola battaglia.

I personaggi di “Via del Popolo” chiamati sulla scena dalla voce di La Ruina rimangono impressi, e la ricchezza di quel mondo non più attuale, riempie la scena facendo dimenticare agli spettatori che sul palco compare solo l’attore. Lo zio di La Ruina fissato con il tempo e che regala al nipote un cronometro per domarlo, ma che poi finisce in manicomio, Pino con il suo ristorante e le sue bevute al bar, la madre del protagonista e le sue amiche-sorelle, le ansie, le gioie, la vita comune - ma per questo bellissima- degli abitanti di Via del Popolo, suscitano emozioni di simpatia e di affetto tra il numeroso pubblico in sala.

Lo spettacolo riesce a mantenere un ritmo incalzante, alternando momenti di introspezione a quelli di vivace scambio, catturando l’attenzione del pubblico per tutta la durata dello spettacolo, che si snoda in 80 minuti di pura emozione. Ogni elemento scenico, dall’allestimento alle scelte artistiche, contribuisce a rendere "Via del Popolo" un viaggio suggestivo. Lo spettacolo, realizzato da Scena Verticale, è inserito nel progetto “CalabriaTeatro” seconda edizione, progetto finanziato con risorse Psc Piano per lo sviluppo e la coesione 06.02.02 (Distribuzione Teatrale) della Regione Calabria e realizzato dall’associazione teatrale “I Vacantusi” di Lamezia Terme.

differentemente.info - Roberta Fusco - 27/02/202

Napoli, alla Sala Assoli, sold out per “Via del Popolo”

 

A Napoli, in Sala Assoli, dal 23 al 25 febbraio il Premio Ubu 2023 Saverio La Ruina ha riempito il teatro con “Via Del Popolo”. Dalla Calabria al cuore dei Quartieri Spagnoli, La Ruina ha accompagnato il pubblico in una passeggiata comica nella sua Via Del Popolo, con un viaggio nel tempo, dagli anni 60 per camminare fino ai nostri giorni con aneddoti dolci e amari del passato.

“Ne abbiamo consumate di scarpe in Via Del Popolo”

Via Del Popolo è una strada di Castrovillari, dove la famiglia di Saverio negli anni ‘60 apre il Bar di Rio, detto anche dai concittadini Il bar dei Ciuti (dei fessi). Il centro dell’infanzia di Saverio è in quella strada piena di attività e persone con storie da raccontare. Gli inciuci di paese diventano per La Ruina il materiale della pièce, per parlare di un passato ormai lontano e corrotto dalla modernità. Il macellaio, il falegname, la merceria, ora non esistono più. Ma un tempo, in Via Del Popolo, tante storie hanno messo piede in quella strada.

Le storie di Castrovillari si intrecciano l’un l’altra per rapire il pubblico, che pende dalle labbra di La Ruina, il quale passeggia tra le candele poste sulla scena snocciolando parole in una recitazione in dialetto melodica, armoniosa e calzante per l’ironia schietta dell’artista. La narrazione scivola con comicità di decenni, chiedendosi se si possa controllare il tempo.

“Sei padrone ru tiempu”

È  sempre una questione di tempo, il quale scorrendo modifica le storie di tutti i giorni. Per Saverio il tempo ha cambiato il mondo intorno a sé e della sua famiglia, in modo divertente e ovviamente con qualche difficoltà. Ma in Sala Assoli si scopre come il tempo di ogni città lascia tracce anche sul suo suolo. Le persone, con il loro passo, modificano il terreno e lo modellano con la pressione del proprio cammino. Storie e parole fanno parte di un unico percorso dirottato verso un tempo ignoto di cui la durata lenta o veloce che sia, è dovuta solo al peso delle emozioni provate.

“Cu tiempu passa tutto”

Mastu Giannu, la Signor Pina o Tonino il macellaio non sono solo personaggi della vita di Saverio o di Via Del Popolo, ma frammenti che fanno da esempio di un passato concluso. La dolcezza dei tempi andati è un perdurare di emozioni e ricordi che restano fisse in scena con lo spettacolo di La Ruina. E negli spettatori, la gratitudine di averne fatto parte.

Quotidiano di Bari - Italo Interesse - 01/10/2024

In via Del Popolo il Tempo è a modo suo

Consensi alla Vallisa per Saverio La Ruina, autore, regista e interprete 

A Castrovillari, un piccolo centro del cosentino, chiusa tra Corso Luigi Saraceni e via Nicola Baratta, si allunga una strada che, pur anonima nella sua intitolazione (‘Del Popolo’), ha di recente trovato notorietà. Deve la sua fama a un teatrante calabrese, Saverio La Ruina, il quale, avendovi trascorso una parte significativa della propria esistenza, le ha dedicato uno spettacolo autobiografico intitolato ‘Via del Popolo’. Prodotto da Scena Verticale e vincitore del premio Ubu 2023 come miglior testo italiano, lo spettacolo è stato in cartellone alla Vallisa la settimana scorsa nell’ambito della X edizione de ‘Il peso della farfalla’, rassegna a cura di Clarissa Veronica e promossa da ‘Punti Cospicui’. ‘Via del popolo’, che vede La Ruina nella triplice veste di autore, regista e interprete, è amarcord di colore calabrese che ruota attorno al tema del tempo che passa e che solo idealmente e con un cronometro Omega (quello donato dallo zio Nicola all’allora piccolo, Save’) si può fermare, riportare indietro o spingere in avanti. A tale proposito è interessante notare come nella scarna scenografia dello spettacolo un posto di primo piano sia riservato alla imponente riproduzione di un orologio disegnato sul modello de ‘La persistenza della memoria’, la famosa opera di Dalì che raffigura su una landa deserta e metafisica alcuni orologi dall’aspetto molle, dalla consistenza fluida, metafora dell’elasticità del tempo. Il resto dell’apparato scenografico consiste in un percorso disegnato sul palcoscenico per mezzo di piccole fonti di luce a forma cilindrica ; in esse si possono vedere sia i lumini del camposanto – dove Saverio, il protagonista ormai divenuto adulto, si reca accompagnato da un amico birbone – sia le insegne accese della via Del Popolo dei giorni belli, quella dell’‘evoluta’ Castrovillari degli anni del boom economico. Per il fatto di disporre di scuole, cinema, ospedale e Tribunale, un piccolo centro dell’entroterra calabrese poteva apparire agli occhi di chi scendeva dalle montagne come un’America a buon mercato dove realizzare un sogno. Sogno che nel caso in questione diventerà l’apertura del Bar Rio, frutto dei sacrifici del padre e dello zio del protagonista, nonché del loro coraggio (“firmarono così tante cambiali da tappezzare tutto il locale”). Omaggio alla Terra-madre, alla figura paterna, ad una generazione volitiva ed ottimista, ‘Via del Popolo’ racconta l’infanzia e l’adolescenza di una generazione in cui molti possono specchiarsi. Il racconto dà vita a una pittoresca galleria di personaggi : Giannino l’elettricista, Pino del ristorante, Rita degli alimentari, Mastro Giovanni il sarto, Tonino della macelleria ed altre figure avvicinabili ai ‘tipi’ di quel Mezzogiorno proletario che popola le pagine di Verga o di Silone. Un racconto marcatamente autobiografico e nostalgico, corale e sapido, confidenziale e pacatissimo (inutile cercarvi acuti). Un ben riuscito affresco di un Sud meraviglioso, tragico ed ostinato, che solo a fatica ammaina la bandiera davanti alla protervia dell’era globale. Il bravo La Ruina sa affabulare con simpatia tenera e contagiosa.

lsdmagazine - Fanny La Monica - 08/10/2023

COLPISCE DRITTO AL CUORE “VIA DEL POPOLO” DI SAVERIO LA RUINA PER TRAME CONTEMPORANEE 2023

 

Sabato sera Saverio La Ruina ci ha teletrasportato a Via del Popolo. No, non il famoso corso del Popolo romano, ma la sua personalissima “ Via del Popolo”, in anteprima regionale per Trame contemporanee 2023 alla Cittadella degli Artisti di Molfetta.

Via del Popolo comincia con due amici, una passeggiata al cimitero e tanti lumini accesi. Per ogni  lumino una lapide, per ogni lapide una storia o, meglio, un intreccio di storie. Un intimo delicatissimo groviglio che parte da un padre di poche parole, Tata e suo fratello, Zio Nicola, che lo convince a lasciare il piccolo paesino di montagna e la sua difficile terra per Castrovillari, dove apriranno il loro primo bar, il Bar Rio. E allora siamo in un cimitero illuminato e delineato da lumini tombali ognuno dei quali accende una storia, si direbbe oggi sblocca un ricordo, si accede alla storia di una persona che non c’è più ma che così tanto ha colorato la tua infanzia. Così una passeggiata al cimitero del paese diventa la macchina del tempo di questa storia scandita da un ticchettio circolare ed il cimitero diventa prima il Bar Rio, ma poi anche Rio de Janeiro in Brasile, e poi ritorna Bar Rio per diventare casa Ruina a Via del Popolo che però poi si trasforma anche in un campo di grano, protagonista assoluto ad un certo essenziale punto del racconto.

Tanti luoghi per tante storie per tante lapidi di figure assenti che ormai ci sono più. Eppure questa è una storia di incontri. Ma anche di smarrimenti. Soprattutto di uno smarrimento. Di un uomo che non si trova più. Ed anche la storia di una strada, di una piccola strada che a percorrerla in realtà ci vogliono due minuti appena eppure c’è qui chi ce ne mette trenta.

Con questo suo pezzo probabilmente La Ruina ci vuole condurre e connettere al nocciolo duro della questione, della sua questione teatrale ed umana e quindi anche politica. Va a scavare nelle sue radici. Il perché si è in un determinato modo caratteriale, perché si fanno determinate scelte, perché si sceglie di rimanere o ri-tornare al paesello forse mai lasciato invece di partire per la grande città. Cosa nella nostra storia ci porta a prendere certi percorsi anche meno facili di altri. La sua questione personale la rende universale coinvolgendoci tutti puntando l’obbiettivo sul disagio della società contemporanea che ci ha dato tanto ma ci ha tolto forse molto di più a livello umano. Così come su via del popolo non ci sono più negozi gestiti da persone ma da marchi, così come il cimitero è abitato da lapidi di individui scomparsi ormai irripetibili per storia e cultura rurale, La Ruina compie questo magico gioco teatrale in cui porta in vita gli assenti e ci fa fare i conti con ciò che ormai non ci può più essere.

Corriere della Calabria - Paride Leporace - 28/03/2024

Anni settanta nati dal fracasso: uno spettacolo, un articolo, un libro made in Calabria 

 

Via del Popolo di La Ruina, i Clash di Santoro e quelli di Michele Serra, il Settantasette in riva allo Stretto

Anni Settanta nati da un fracasso enorme, definiti “anni di piombo” ma in effetti anni di sogno e piacere per prendere in mano i propri destini credendo nell’uomo e nella giustizia sociale. La Calabria ne fu molto partecipe in diverse sue aree geografiche. Conosco e temo l’effetto “combattenti e reduci” ma da indagatore di materia l’effetto conoscenza ha un suo valore, soprattutto quando saputo adoperare.
Preambolo necessario per segnalare uno spettacolo teatrale, una recente polemica giornalistica di alto tenore e un libro di elevata fattura segnati da un evidente filo rosso.
Ho finalmente visto lo straordinario spettacolo “Via del Popolo” di Scena Verticale recuperandone la visione a Pagani in Campania, dove a fine spettacolo ad attendere l’interprete e regista Saverio La Ruina c’era una piccola folla come accade in certi concerti.

La pièce lodata dalla critica e insignita di premio Ubu per qualità di scrittura in forma di monologo racconta in epica bassa le trasformazioni di una via di Castrovillari attraverso la biografia dell’autore. Frasi dialettali comprensibili e montaggio di situazioni incantano il pubblico sulla storia della strada che vede il padre contadino aprire un bar offrendo molte riflessioni e risate a denti stretti. Ho avuto un sussulto contestuale a metà della rappresentazione quando La Ruina racconta della venuta del Living Theatre a Castrovillari con Julian Beck in testa, massima espressione del teatro guerriglia internazionale recitato per le strade in quegli anni. Anch’io, a soli 14 anni, vissi quell’esperienza nello stesso periodo per le strade di Cosenza, quando l’ensamble anarcopacifista fu chiamato dall’assessore Manacorda. Non ricordavo dell’incursione anche a Castrovillari, che sicuramente ha avuto una semina sulla nascita di “Scena verticale”. 
Saverio mette in scena anche la sede del Msi, di proprietà del padre, e fittata ai “fascisti”, nascosta ai suoi compagni di manifestazioni con ilare realismo. Sul palcoscenico passa il vento anche della sconfitta e della vittoria mentre la musica di “Hasta siempre Comandante” in forma antiretorica suscita attenzione verso le zappe del popolo che non dissodano più la terra e dell’oggi che ha spento le luci di ogni Via del Popolo.

 

trollipp.blogspot.com - Ippolita Luzzo - 06/10/2024

"Via del popolo" Il cronometro di zio Nicola di Saverio La Ruina 

 

Lamezia Terme, 5 ottobre 2024, Teatro Comunale Grandinetti, nell'ambito della rassegna "Calabria Teatro" con la direzione artistica di Nico Morelli e Diego Ruiz stasera Saverio La Ruina vincitore di 5 Premi UBU, l'ultimo, nel 2023, per il "Miglior nuovo testo italiano" proprio con "Via del Popolo"

Saverio La Ruina ci ha raccontato l'infanzia e l'adolescenza, ci ha raccontato Castrovillari e Via del popolo negli anni settanta, ci ha raccontato suo padre e suo madre, il bar e il futuro, la storia di tutti, la guerra, l'emigrazione, il '68, le canzoni.

Cosa ne faremo noi degli anni, ci chiediamo guidando verso casa con in testa il cronometro di zio Nicola in dono a Saverio che stasera sul palco del Teatro Grandinetti ha bloccato e poi sbloccato ogni qual volta voleva giocare la partita, le tante partite con cui si affronta la vita. Noi e il tempo, il tempo è il nostro mutamento individuale mentre intorno a noi muta il nostro quartiere, la città, le ideologie, la musica, il cinema.

Il tempo è il mutamento, partono gli zii per Rio de Janeiro, ne restano solo due o tre a Castrovillari, la città dove si erano spostati i sette fratelli La Ruina dai monti verso la pianura. Siamo negli anni settanta Saverio ha tredici anni e mentre il padre avvia il bar e compra casa e mentre il mondo sembra un’avventura, non sarà un’avventura ma una cosa tremendamente seria, il mutamento sembra essere una effervescenza.

Ripercorriamo con Saverio La Ruina dai suoi quattro anni ad oggi, nella quasi vicinanza d’età, i momenti salienti del nostro vissuto, il Living Teathre, la musica i Procol Harum A Whiter Shade of Pale, i Creedence Clearwater Revival, e nel buio sento sussurrare ancora quel tempo che vive nei gesti di Saverio.

Gli anni settanta scompaiono con la morte di Aldo Moro, con il sacrificio di Aldo Moro, agnello sacrificale offerto agli dei per consentire un regime sempre più disonesto. Una sconfitta irrimediabile. Morì un po’ tutto con Aldo Moro. Morì la fiducia nel sentirci decisivi.

E nel mentre Saverio cresce, dà il primo bacio e i genitori imbiancano e il padre una sera non torna più a casa. La mamma chiama Saverio preoccupata, il papà di Saverio ha 84 anni. Lo cercano, lo cercano ripercorrendo Via del Popolo, la via che poi finisce su via Roma, la via dove sta il Bar Rio, il bar dei ciuati, così era soprannominato il bar del papà di Saverio.

Ripercorriamo ogni attività commerciale su via del popolo, quando la via pulsava di vita, ed ora tutto viene relegato agli orridi centri commerciali, luoghi di non sense, ripercorriamo con in mano il cronometro di Saverio e partecipiamo alla sua ricerca, alla ricerca del padre, alla angoscia della madre.

Ma ritorneremo presto alla prima scena e dove stava Saverio nella prima scena? Stava nel cimitero a far visita ai morti, davanti alla lapide di chi non gli permetteva di poter assaggiare una pastarella, e quelle pastarelle negate restano nel languore della felicità assaggiata poi nelle tante paste offerte nel bar del Rio, continua in un dialogo con il suo papà, un dialogo che ancora un ultima domanda ci sta. Finisce Saverio il tempo della recita, nel mentre gli applausi, nel mentre la commozione, nel mentre e nel mutamento di un tempo che è già passato.


Ma cosa ne faremo noi di questi anni, aspettando Saverio per abbracciarlo come negli anni passati, abbracciando il passato, il presente e il mutamento, abbracciando il teatro amato amatissimo, il teatro vero.

Roma - Teresa Mori - 01/03/2024

La Ruina ironico e romantico in "Via del popolo"
Saverio La Ruina (nella foto) strepitoso protagonista di "Via del popolo" spettacolo interessantissimo andato in scena alla Sala Assoli, vincitore del "Premio Ubu 2023" come "miglior nuovo testo italiano" e candidato come migliore novità al "Premio Le Maschere del Teatro Italiano".
A dirla tutta, Saverio La Ruina — attore, drammaturgo e regista teatrale, nato a Castrovillari (Cosenza) — più volte è stato vincitore del "Premio Ubu", il riconoscimento più importante del teatro italiano. Una pièce ipnotizzante, un sorprendente affresco di vita cittadina oggi scomparsa, un caleidoscopio di volti, personaggi, tipi umani, antichi mestieri, tutto filtrato attraverso la memoria e il ricordo personale... ironico e romantico.
Saverio La Ruina porta in scena un monologo che è una e mille voci. Testo autobiografico che prende ispirazione dai ricordi dell'infanzia e dell'adolescenza: siamo all'inizio degli anni Sessanta, quando Saverio e la sua famiglia lasciano il paesino montano dell'entroterra calabro dove sono sempre vissuti e si trasferiscono a Castrovillari, cittadina alle falde del monte Pollino, che a quei tempi era vista dai "montanari" come una sorta di America.
La città dell'infanzia e dell'adolescenza avvolge Saverio, lo abbraccia; lo spettatore la scopre insieme a lui, strada dopo strada, città magica e suggestiva come un presepe, qui ritratta con una minuzia che porta con sé una cifra onirica e quasi trascendente. Riaffiorano le parole della lingua madre, si stringe un legame coi personaggi descritti, si spera e sogna assieme a Saverio.
Un'oleografia nostalgica perché la nostalgia è tra i sentimenti che più possono oscillare tra la piacevolezza e la sofferenza: è la distanza che c'è tra il ricordo piacevole di qualcosa che si è perduto, e per il quale si è elaborato il lutto, e il dolore vivo per qualcosa che manca, senza che ci si possa rassegnare a questa assenza. Saverio La Ruina a ben guardare cade preda di una nostalgia che, più che un interrogarsi sulle proprie origini, si traduce nella volontà di recuperarle e di portare il passato nel presente. Uno spettacolo fatto di contrasti, tra purezza e manierismo, tra immobilità e cammino, pieno di sentimenti profondi e quasi inafferrabili.
"Via del popolo", è narrato prendendosi il suo tempo, con accumulo sapiente di stati d'animo e giuste parole e l'ormai solito, gigante, prezioso, teatro di Saverio La Ruina.

Controscena - Paolo Marsico - 26/02/2024

“Via del Popolo”: la Spoon River di un’Italia indimenticabile nel racconto di Saverio La Ruina

 

 

 

Uno, due, cento immagini di un paese che non sarà mai dimenticato. Un racconto intenso, autentico, ricco di vita e colore.

Il racconto di un’epoca, di un pezzo di Italia e della sua storia di rinascita negli anni in cui sognare voleva, senza ombra di dubbio, dire qualcosa. Sognare il lavoro, la realizzazione professionale, un futuro dignitoso per i propri figli, offrirgli possibilità soltanto immaginate. L’immagine arriva dai quei luoghi, dai territori montani che avevano nella città la propria America. In questa logica, in questo contesto dai tratti quasi onirici, tra ricordo, malinconia e ricerca in qualche modo di se stessi, parte un racconto unico, complesso, ironico, intenso. 

“Via del Popolo”, scritto e diretto da Saverio La Ruina, regia di Cecilia Foti, in scena nei giorni scorsi nel suggestivo contesto teatrale di “Sala Assoli”, a Napoli, è un affascinante e forse istintivo raccontare e raccontarsi, tra sogni, per l’appunto, speranze e illusioni. Premio Ubu 2023 come miglior nuovo testo italiano, candidato come migliore novità al Premio Le Maschere del Teatro Italiano, “Via del Popolo” è un luogo di vita, è racconto di vita da un punto all’altro del percorso di donne e uomini, alla ricerca, forse, anche di comune senso di appartenenza.

I tratti, della messa in scena ripercorrono, cosi come anticipato un pezzo di storia italiana. Il dopoguerra, la voglia di riscatto, la rinascita e tutte le dinamiche che in un modo o nell’altro aiutano a concretizzarla e legittimarla. Storie, luoghi dell’infanzia e dei primi accenni di vita vera, dai primi passi alle complesse e intense riflessioni. I personaggi che una vita la caratterizzano, spesso pittoreschi, anime onnipresenti di luoghi che non vanno mai via dalla propria storia. Dall’entroterra calabrese alla città, Castrovillari, che di colpo, agli occhi di un bambino e di quanti fino a quel momento hanno vissuto tutt’altra esistenza, diviene una sorta di grande metropoli.

Le abitudini, i vizi, le virtù di una comunità, il tempo che tutto governa, e un impianto scenico tra l’onirico e l’evocativo. Un racconto sospeso a metà, vita, impressioni, ricordi. La meticolosità del ricordo e della sua successiva evocazione danno la cifra di una immagine a metà, da Edgar Lee Masters a Mario Monicelli, verrebbe da immaginare, da “Spoon River” alla commedia all’italiana, quella reale, bella, specchio della società e dell’intero paese. Dal cimitero, è lì che tutto ha inizio nell’ipotetica scena disegnata dai fatti, riportati con efficacia e tratto malinconico da Saverio La Ruina fino alla vita vera, quella del passato, degli affetti dei primi amori e delle prime prove dell’esistenza.

La famiglia, i sogni, le aspirazioni. Il protagonista, in scena, fa suo il pubblico passando dalla semplice, si fa per dire, “cronaca” dei fatti all’uso quasi ipnotico del dialetto. Elemento, quest’ultimo, capace dal niente di far rivivere tratti e volti a lui cari, la famiglia, la casa materna e quel senso d’appartenenza sempre intensamente presente. Il finale è un ritorno al punto d’inizio. Lì dove la trama prende vita, gli ultimi momenti di vita di un padre, che nella semplicità di un gesto racchiude forse una idea di vita. Uno spettacolo vivo, vibrante, fatto di immagini, musica e tanta nostalgia dei primi anni, delle esperienze e dei colori di quel passato che sempre, nonostante tutto, accompagna ognuno di noi lungo il proprio percorso.

megliomeno - Luigi Scardigli - 25/11/2023

Il Corso di Castrovillari 

PISTOIA. Non sapevamo che Castrovillari, comune del cosentino, vantasse tanti emigrati in Toscana. E ancor più ignoravamo che molti di loro fossero attratti dal teatro. Non può essere che così, visto e considerato che ieri sera, al Funaro di Pistoia, ad assistere a Via del Popolo, un’altra narrazione, stavolta autobiografica, di Saverio La Ruina, tra il pubblico ci fossero così tanti calabresi, anzi, castrovillaresi. Non è insolito, anzi, è abitudine, che al termine delle rappresentazioni teatrali parte del pubblico aspetti, all’uscita, i protagonisti. Al Funaro di Pistoia, poi, è quasi inevitabile, visto che dai camerini si passa direttamente al foyer dell’associazione, una specie di patio interno alla struttura. Ma ieri sera, ad aspettare il monologhista calabrese e la sua naturale grazia non c’erano gli spettatori degli autografi o quelli dei complimenti, bravissimo, spettacolo delicato: mi sono commosso, mi creda; c’era tutta gente di Castrovillari, che si è ritrovata piacevolmente invischiata nei suoi ricordi, quelli di un Comune risucchiato e risputato dal tempo in un tempo passato, indimenticato, ma avvilito. È il destino che accomuna il tempo nelle sue trasformazioni, che cambia i negozi, gli inquilini, i condomini, le usanze, i riti, le dinamiche sociali, cambiamenti epocali che i libri di storia non possono contemplare dettagliatamente, soprattutto sapendo, gli storici, che a fissare indelebilmente nel tempo i momenti salienti delle singole generazioni ci penserà il Teatro. Saverio La Ruina, della narrazione della sua gente, della sua terra e delle sue dinamiche ne ha fatto il suo teatro, alternando pagine di pura emozione/commozione ad altre di denuncia, sempre con la solita, meravigliosa, flemma artistica, quella che conviene alle favole per i più piccoli. La scenografia di Via del Popolo, ideato e scritto dal quattro volte Premio Ubu e prodotto da Scena Verticale, una sua cocreazione, è esemplarmente minimale: un mastodontico orologio di daliana memoria che campeggia il proscenio e una serie di lumini in terra, che sono le lapidi del cimitero di Castrovillari, dove Saverio e il suo amico incontrano quelli che del loro paese hanno fatto la storia. Sono tutti morti, naturalmente, ma nella rappresentazione vengono resuscitati per dare vita, energia e bellezza ai ricordi del protagonista. Via del Popolo non è solo il corso principale di Castrovillari, dove ci sono i negozi più illuminati, attrazione fatale per la popolazione residente; è anche la via della memoria, di uno scorcio generazionale che da lì è partito alla volta della conquista del mondo personale, ma che lì, prima o poi, è necessario che torni, non foss’altro per vedere come sia cambiato, non foss’altro per raccontare, a chi non c’era, come fosse. L’interlocutore privilegiato è suo padre, in punto di morte; la famiglia, inossidabile, indistruttibile, granitica, è la macchina che gira intorno al vecchio che ha saputo costruire, con fermezza, tenacia e abnegazione, il futuro ai suoi figli, che non certo per irriconoscenza, ma inesorabilmente, sono andati a diventare uomini e donne altrove. Portandosi però, dietro e dentro, l’aria pungente di quella montagna che divideva in due le sorti e i destini della sua gente; di qua e di là dal versante del Pollino c’erano due mondi che, seppur paralleli, finivano per ignorarsi. Il Pollino è ancora lì, ma l’evoluzione tecnologica ha spianato quell’altura e tutte quelle ancor più forti e austere del mondo, dando l’impressione, e non solo ai castrovillaresi, che ognuno di noi sia, contemporaneamente, dov’è e dove vorrebbe essere. E invece è opportuno continuare a fare i conti con il Tempo, dando a ognuno dei protagonisti del passato il suo peso specifico, nel bene e nel male. È così che si riescono a tenere in piedi i fili della storia, casomai facendo la barba al vecchio padre morente con il rasoio cinque lame, anziché con il suo bic monolama. Una pagina di tenerezza, nella quale il protagonista, gli spettatori conterranei e quelli che hanno vissuto e sono cresciuti altrove, possano ritrovare e ritrovarsi negli aneddoti della loro infanzia, che somigliano, incredibilmente, a quelli che Saverio La Ruina continua a raccontare, con l’invito, esplicito ma inascoltato, a non correre verso il tempo, ma a trascorrerlo.

Scene Contemporanee - GIOVANNA VILLELLA - 18/11/2024

Saverio La Ruina // “Via del Popolo”

 

In scena al Teatro Grandinetti di Lamezia Terme, lo scorso 5 ottobre, nell’ambito della II edizione della rassegna Calabria Teatro con la direzione artistica di Diego Ruiz e Nicola Morelli, lo spettacolo vincitore del Premio Ubu 2023 per il Miglior nuovo testo italiano, Via del Popolo di e con Saverio Ruina. La produzione Scena Verticale è stata inserita nel progetto finanziato con risorse PSC – Piano per lo sviluppo e la coesione 06.02.02 (Distribuzione Teatrale) della Regione Calabria e realizzato dall’Associazione teatrale “I Vacantusi” di Lamezia Terme.
Il palcoscenico è disseminato di lumini. Al centro un grande orologio molle, alla maniera di Dalì, nel personale design di Riccardo De Leo. La Ruina entra dalla quinta di destra, con il suo incedere dimesso e quella voce che è solo sua. Biascicata e cantilenante, fatta di parole masticate, senza respiro funzionale, senza vincolo alla ferrea logica della punteggiatura. È in dialogo virtuale con Tonino, suo amico di infanzia, e il cimitero è il loro spazio emozionale in cui amano giocare a “Tu ricordasi a questu?”. Un esercizio della memoria in cui ogni frase ha valore a sé poiché è frammento di vita esposta in una sera e in un accadere ove il passato incombe. Le foto dei defunti vengono sfiorate con una carezza o coperte da uno sputo, per vendicarsi della cattiveria che hanno avuto in vita. Come quella del cameriere di Fioravanti, presente a tutti i matrimoni dove loro – bambini – si imbucavano per poter mangiare le paste alla crema perché, in un paese dove non c’erano pasticcerie “paste e felicità erano la stessa cosa”. E così, passando da un morto all’altro arrivano alla foto del padre di Saverio. Un percorso à rebours che diventa pretesto per indagare il suo rapporto con la figura paterna misurandone il respiro, tentandone il cuore. Confrontarsi con essa e comprenderla postula scritture irregolari, paure non componibili, frammenti di senso mentre il racconto, attraverso il filtro dell’umorismo, esalta il sapore della tenerezza, ma offre anche una riflessione sul tempo: tempo passato e perduto, tempo ricordato e tempo inesistente, tempo circolare, spazializzato, interiore; reificato in quel cronometro, un Omega degli anni ’70, dono dello zio Nicola, con il quale Saverio si illude di essere il “padrone del tempo”; tempo veloce per l’uomo del presente che impiega solo due minuti e cinque secondi a percorrere Via del Popolo, tempo lento per l’uomo del passato che ne impiegava trenta. Qui lo spettatore deve imparare a respirare con altro ritmo, deve tornare indietro forse nella sua infanzia, forse nell’adolescenza, forse in quell’interstizio temporale che condensa l’esistenza in un dato momento, storia, luogo, azione. E della fanciullezza e dell’adolescenza La Ruina ci fa partecipi restituendoci lo sguardo delle cose guardate.
Il racconto è, dunque, un segmento crono-spaziale che appartiene al passato, un punto di fuga da cui si dipartono e si intrecciano i ricordi, laddove il lacerto di tempo biografico che delimita la narrazione è situato in un contesto storico-sociale di più ampio e corale respiro. Sono gli anni ’60, una famiglia di pastori che abita sul Monte Pollino decide di “emigrare” in città per dare un futuro ai propri figli. Undici fratelli, otto partono per Rio de Janeiro e tre rimangono, due di loro si trasferiscono a Castrovillari. Qui, firmando una montagna di cambiali, acquistano un bar che porta proprio il nome della metropoli brasiliana: il Bar Rio, in Via Roma, una delle strade principali della città mentre le note di Lookin’ Out My Back Door dei Creedence Clearwater Revival sottolineano il passaggio dello status sociale dei due fratelli da pastori a camerieri. In Via del Popolo, una delle traverse di Via Roma, la famiglia costruisce la propria casa con una grande terrazza dalla quale il piccolo Saverio diventa osservatore attento della varia umanità che popola la via. Il suo sguardo di fanciullo ci restituisce la vita di una comunità operosa, riuscendo a cogliere dal di dentro pensieri e affetti dei suoi protagonisti: l’uomo che vende i fichi d’India; Pino, proprietario dell’omonimo ristorante, che ama bere kambusa; Vittorio, il proiezionista del cinema Ariston che, nelle sue quotidiane operazioni di taglia e incolla delle pellicole, ricorda il proiezionista Alfredo di “Nuovo Cinema Paradiso”; Giannino l’elettricista, capace di riparare i televisori con un colpo secco della mano; mastu Giuvannu, il sarto zoppo, perennemente vestito a lutto in segno di rispetto per la morte della merciaia Ida di cui era segretamente innamorato; Tonino, il macellaio; le sorelle Silvana e Maria Giannetto così belle che al loro passaggio tutti si affacciavano per ammirarle. E ancora, la bottega di generi alimentari di zu Franciscu attaccata alla falegnameria di mastu Ninu; lo studio del dottor Ladislao Schwarz; la forgia di mastu Nicola
L’andamento delle istanze personali segue il flusso della storia e degli eventi senza, tuttavia, annullarvisi e offrendo loro una cifratura struggente e appassionata. La Grande Storia, con i fermenti politici degli anni ’70, le contestazioni, i cortei arriva fino al cuore di una cittadina interna di una regione periferica come la Calabria e ne intride gli umori, così come la grande arte del Living Theatre che vi porta il suo rivoluzionario The Love Play. Poi i volti scompaiono, i luoghi si spopolano e resta solo il rumore dei ricordi.

Via del Popolo è il personale Bildungsroman di Saverio La Ruina con il suo “quaderno del cinema” sul quale scrive il nome degli attori – quasi tutti americani – e i titoli dei film che hanno interpretato mentre le canzoni del juke box diventano la colonna sonora della sua vita: dai Beatles ai Dik Dik, dai New Trolls ai Santo California fino a Whiter Shade of Pale dei Procol Harum… È il suo viaggio di formazione esemplificato dalla metafora di quella strada che, dislocata ad altre latitudini può appartenere a ciascuno perché l’infanzia mette radici là dove si è stati felici. È nostos geminante la medesima nostalgia che riecheggia nei versi di Pessoa per quei “Volti che vedevo abitualmente nelle mie strade abituali: se non li vedo più mi rattristo, eppure non mi sono stati niente, se non il simbolo di tutta la vita”. È una lunga lettera d’amore al padre, a tutti i padri, ai quali si chiede di farsi ponte tra passato e futuro e di traghettare verso il domani quei figli offrendo, a supporto della loro fragilità, le proprie antiche certezze.