La Ruina ” Così do voce all’umanità invisibile ingoiata dal mediterraneo”
L’Intervista di Rodolfo Di Giammarco
Il regista e attore porta, stasera, al teatro India, la prima nazionale di «KR 70M16 – naufrago senza nome».
Saverio La Ruina per il suo dramma del Mediterraneo, in prima nazionale, stasera, a India, «KR 70M16 – naufrago senza nome», di cui è regista e co-protagonista con Dario De Luca e Cecilia Foti, non prende spunto dall’antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, da The Dubliners di James Joyce o da testi di John Fosse abitati da vivi e morti: se è ispirato a personaggi ingoiati in fondo al mare a Cutro, Lampedusa, il Canale di Sicilia.
Che tragedia sconosciuta viene fuori?
«A causare un’insanabile disperazione nei parenti dei defunti c’è il fatto che tantissime salme restano irriconoscibili, senza nome. Si crea solo un codice burocratico, l’attribuzione di un numero: nel nostro caso le cifre sono KR per Crotone, 70 per il ritrovamento, M per il genere maschile, S16 per l’età, almeno quella presunta. L’acronimo usato si riferisce a Karamu (Cecilia Foti), ragazzo reduce da un viaggio nel deserto e annegato in un barcone. Lui, nel cimitero sottacqua, si lamenta col camposantaro (Dario De Luca), non trovandosi identificato, e per una spiegazione il custode chiama il dottor Schwarz (sono io), ebreo internato in un campo di concentramento e finito decenni prima negli abissi: Non ci sono documenti, non ci sono lapidi, è un’umanità sparita e basta. Resta l’eterno trauma di attendere e di non avere mai indietro un corpo. Un’angoscia che fa pensare alla supplica di Priamo rivolta ad Achille, per ottenere i resti del figlio Ettore ucciso dall’eroe acheo. Destino inverso a quello di Antigone che volle interrare e liberarsi del corpo del fratello Polinice, condannato a restare insepolto».
In che scenario ha luogo il suo testo?
«Non si riconosce ad alcun realismo. Ci sono solo disegni di cose, di oggetti, ad opera del custode. Con significati amari, forse metafisici. Tutto parte da una mia ricerca visionaria nell’ultraterreno dell’Islam, a Catania. E i dialoghi si svolgono a ridosso di una lavagna bianca della vita, con candore paradossale, incongruo, a tratti leggermente umoristico».
Cosa trasmettono i tre personaggi?
«Caramu si sforza di capire ed è uno che non riesce a piangere. Il mio dottore spiega procedendo nel nulla. Il camposantaro s’affida a un’arte minuziosa dei graffiti. Sono figure poetiche e rispettabili, in apparenza di serie B, che non concedono pretesti a un’elaborazione del lutto».
Cosa può scattare nello spettatore di oggi?
«Ho cercato un antidoto all’anestetizzazione dei sentimenti cui porta l’inarrestabile eccesso di video dolorosi di guerra e naufragi. Poi nel mio inconscio sono certo che i nostri sogni coi morti ci parlano sempre. Caramu dice che la gente sulla spiaggia, “di sopra”, ride spesso ignara. Un sociologo francese sostiene che non farà più un bagno nel Mediterraneo».
