Rassegna StampaRassegna Stampa – Dissonorata. Un delitto d’onore in Calabria

la Repubblica – Franco Quadri – 18/09/2006

La scrittura è un calabrese stretto come quello che si può sentire a Castrovillari, un cunto tutto parole corte e contratte, che ti attanaglia dal principio per la musicalità di inesorabile nenia in una scena che non è una scena. Davanti ai teli neri c’è solo la sedia su cui Saverio La Ruina, regista e autore per Scena Verticale, siede per 80 lunghi minuti, preso dal vortice delle sue parole che si interrompe solo alle svolte del racconto, per dar modo a Gianfranco De Franco, dietro a lui, di spezzare il flusso con i suoni dei suoi strumenti. Ma senza alterare la voce né ritoccare la pettinatura, serbando i pantaloni neri sotto l’abituccio femminile, il superbo protagonista interpreta una figura di donna senza nome, la Dissonorata del titolo, una vecchia ragazza dedita a raccontare la sua storia di figlia costretta dalle consuetudini a restare “zitellona”; e lei che un pretendente ce l’ha, manco lo può guardare, può solo curare le pecore e contare le pietre. Quando oserà parlargli, lui la vorrà toccare e poi sparirà lasciandola “rotta”, con la pancia, la famiglia che la condanna, cosparsa di petrolio e bruciata, ma condannata a sopravvivere. E qui la vicenda, che nella ridda di particolari non rinuncia mai all’ironia, gioca lo sbocco nel mito quando, assistita da zia Stella, la poveretta partorisce in una stalla nella notte di Natale, e il bimbo non lo chiama Gesù, “il santo più importante che c’è”, ma Saverio come l’autore, insinuando in questa feroce condanna dei costumi il sospetto dell’autobiografia. Da non mancare

Corriere della Sera, ed. Roma – Franco Cordelli – 16/09/2006

[…] La Ruina è una presenza indiscutibile, lo si capisce subito, dopo due minuti che lo si vede o lo si sente parlare, o recitare, o raccontare, forse il verbo giusto è raccontare. C’è una sedia, in un semibuio, in fondo c’è solo un musicista, al quale sono affidati dei brevi intermezzi. Poi c’è lui, La Ruina, vestito da donna, con dei pantaloni e con sopra una gonna, un vestito da donna del Sud. La Ruina è uno spettacolo in sé, anzi è lo spettacolo tutto intero, non importano le raffinate luci, non importano gli stacchi musicali, non importa neppure ciò che dice. Se devo essere sincero, ciò che dice non l’ho capito. Gli amici che erano con me dicono di aver capito tutto, poi mi hanno raccontato i particolari della storia (avevo intuito all’ingrosso); personalmente, dopo quei due primi minuti mi ero astratto, o arreso. Perché debbo sforzarmi di capire il dialetto? In questo caso, come ovvio, il calabrese, o una roba (sto citando), a cavallo tra Calabria e Basilicata. La storia, per la cronaca, è come già dice il titolo (anch’esso dialettale, suppongo), è la storia di una pastorella ingannata e, appunto, disonorata; e delle sevizie poi perpetrate sul suo povero corpo. Però è questa una storia interessante? Non è una storia che conosciamo già, una storia antica, di cui possiamo solo servirci come pietra di paragone nei confronti di storie analoghe che oggi accadono a persone di cultura diversa dalla nostra? L’interesse per ciò che La Ruina diceva era per me pari a zero. Mi piaceva invece il modo di dire, di raccontare, di muovere le mani, di non muovere il corpo, di flettere la voce, di rendere femminile la voce maschile, di ingentilire, più e più, ciò che avevo intuito gentile. “ Dissonorata” nel mondo nostro, contemporaneo, si giustifica nella misura in cui da spettacolo di teatro, o da racconto, si trasforma in concerto, in una jam session, in una performance musicale.

Corriere della Sera, ed. Roma – “Drammaturgie” – Franco Cordelli -11/04/2011

[…] la scoperta cruciale è arrivata da cinque scrittori meridionali: lo stesso Saverio La Ruina, Vincenzo Pirrotta, Gianfranco Berardi, Davide Enia, Mimmo Borrelli. Stesso impeto, stessa passione, stessa potenza. Sono davvero un mondo nuovo. Di fronte a loro si pensa che altrove si fa una certa politica perché di costoro si teme l’energia. La Ruina, Pirrotta, Berardi, Enia, Borrelli hanno in comune di aver avviato un processo di trasformazione radicale non solo della drammaturgia ma della scena teatrale. […]

Il Sole 24 ore – Renato Palazzi – 05/11/2006

Le cronache degli ultimi mesi sono costellate di delitti che hanno avuto per vittime ragazze il cui solo torto è stato quello di sottrarsi alla volontà di possesso del maschio, e non solo in ambito islamico. Se nel nostro Sud sopravvivono forme di delitto d’onore, anche in aree della società all’apparenza più emancipate, accade di morire perché non si ama più qualcuno o si ama qualcun altro. I responsabili sono spesso descritti come brave persone in preda a raptus. Ma dietro il raptus c’è sempre una cultura, un’idea della donna come oggetto di controllo da parte di mariti, padri, amanti. Proprio dall’intento di ricostruire passo passo i meccanismi su cui si fonda una simile cultura è intelligentemente partito Saverio La Ruina uno degli intraprendenti fondatori del gruppo calabrese Scena Verticale, per sviluppare il suo struggente monologo Dissonorata: il breve ma aguzzo spettacolo ripercorre infatti in un dialetto strettissimo un episodio di ordinaria sopraffazione famigliare. La protagonista è prigioniera di una rete di condizionamenti che dall’inizio la inchiodano inesorabilmente alla sua sorte: in base alle usanze lei deve vestire di nero, tenere gli occhi bassi, starsene da parte senza scambiare parola con nessuno. I parenti le trovano un aspirante marito, ma prima occorre che si accasino le sorelle maggiori: così viene presa dal timore che il fidanzato rifiuti di aspettarla, e allora – sprovveduta com’è – cede alle sue pressioni e resta incinta. Mentre l’uomo fugge lontano, il padre e i fratelli la castigano cospargendola di benzina e tentando di bruciarla. L’atroce caso si conclude per fortuna con una specie di mezzo lieto fine che apre uno spiraglio di speranza senza attenuare l’efficacia del racconto: la forza di quest’ultimo d’altronde, non sta tanto nella truculenza dei particolari, quanto nella capacità di far coesistere l’ironia e la tenerezza con la lucida oggettività di un’illuminante testimonianza antropologica. Ad aggiungere una nota di ulteriore commozione c’è il fatto che il bambino nato nonostante tutto viene chiamato Saverio, come l’interprete, suggerendo toccanti risvolti autobiografici. E poi c’è la bravura dello stesso La Ruina, che nei panni della narratrice offre una prova recitativa a tutto tondo, in fondo insolita nel panorama della sua generazione: seduto su una seggiolina, le ginocchia unite, l’atteggiamento composto e rassegnato, sfiorerebbe un’impressionante immedesimazione, non fosse per l’abito maschile che conserva sotto un dimesso grembiulino, e per la scelta di non modificare il proprio aspetto. Ma questa lieve presa di distanze nulla toglie all’intensità della sua esibizione.

www.delteatro.it – Renato Palazzi – 20/09/2006

Attento osservatore delle realtà della propria terra, il gruppo calabrese Scena Verticale – una delle espressioni più vivaci del nuovo teatro del nostro Sud – punta da sempre a una pungente analisi della sottocultura meridionale e di tutte le contraddizioni, di tutte le storture che essa innesca, passando in special modo per una rilettura caustica e grottesca di alcuni grandi classici della scena. Se in Dissonorata. Un delitto d’onore in Calabria il terreno dell’esplorazione resta in sostanza lo stesso, cambia però – almeno in apparenza – il tono di fondo, che pur mantenendo intatta una certa vena ironica evidenzia stavolta un’inedita componente di asciutta commozione. La storia della feroce punizione inflitta dai familiari a una giovane rimasta incinta sembra semplice fino a risultare elementare, una di quelle storie che ci capita sovente di leggere sui giornali, e che ci appaiono tanto comuni da ritenerle persino scontate: invece, così centellinata alla ribalta, stagliata sulla spietata lastra radiografica di un’asciutta elaborazione drammaturgica, essa ha come primo e principale effetto il fatto di ricordarci che di scontato, in simili episodi, non v’è nulla, che in nessun modo essi devono essere considerati abituali e consueti, il che già sarebbe una forma di indiretta ma inaccettabile accettazione da parte di chi osserva. Tanto per sottolineare che non siamo di fronte a un caso isolato, ma agli esiti di un costume secolare, l’intenso spettacolo proposto a Bella Ciao, il festival di Ascanio Celestini, ci mostra come l’epilogo violento non sia che il corollario di una lunga catena di sopraffazioni nei riguardi delle donne, costrette a vestire di nero, a vivere appartate, ad attendere che le sorelle maggiori abbiano la precedenza rispetto al matrimonio. Così la protagonista, timorosa che l’aspirante marito non l’aspetti, cede alle lusinghe dell’uomo, che dopo averla compromessa la pianta in asso lasciando che i parenti tentino di bruciarla viva dopo averla cosparsa di benzina. Per aggirare l’ombra nera del melodramma, sempre incombente su vicende di questo tipo, l’autore e regista Saverio La Ruina incarna egli stesso il ruolo della vittima ormai invecchiata che in un dialetto strettissimo ripercorre il filo del proprio destino: seduto su una seggiolina coi suoi abiti maschili sui quali spicca appena una specie di grembiule scuro, la posa composta e dimessa di un’anziana cui le disgrazie non hanno spento il sorriso, dovrebbe indurci a prendere un po’ le distanze, ma in parte per la sua bravura, in parte per quell’aria fuori posto riesce a rendere il tutto ancora più struggente. Ad acuire l’emozione c’è la scoperta che il figlioletto nato alla sopravvissuta si chiama come lui, Saverio, il che implica risvolti autobiografici su cui non è necessario far luce, ma che non possono lasciare indifferenti.

Myword.it – Renato Palazzi – 25/11/2011

[…] Saverio La Ruina, l’attore-regista calabrese che in questi anni si è imposto anche come autore dalla forte e personalissima vena espressiva, attento soprattutto a denunciare le violenze e le discriminazioni subite dalle donne del Sud. I suoi due monologhi precedenti, Dissonorata e La Borto, in questo senso sono ormai da considerare dei piccoli classici. […]

il Manifesto – Gianfranco Capitta – 17/06/2007

[…] Chi invece offre la sicurezza di uno spettacolo già “di culto”, è la compagnia padrona di casa, Scena Verticale. Dissonorata, scritto e interpretato in sobri abiti femminili da Saverio La Ruina (che con Dario De Luca anima il gruppo), è la storia di una donna, anzi di “un delitto d’onore in Calabria”, come recita il sottotitolo. Ma non è tanto l’aspetto giudiziario o di colore a conquistare lo spettatore, quanto l’intensa umanità del personaggio. Una quotidianità di sofferenza e “attesa” in un sud eterno, nonostante il racconto si sviluppi a cavallo della metà del secolo scorso. Educazione e creanza di un ruolo femminile che include sottomissione perpetua, e che la protagonista rompe solo per un amore che è tutto suo, tanto che nel momento in cui si accorgerà di attendere un figlio (che nel testo ha il nome dell’autore / attore) rimane ancor più sola, senza amante e senza famiglia, e dissonorata appunto. In una lingua poetica e oscura come può esserlo il calabrese, ma che continuamente si accende di folgorazioni che hanno il calor bianco di una vita vissuta intensamente. Una prova d’attore straordinaria, capace di inquadrare nel rigore il suo racconto non meno straordinario.

La Stampa – Masolino D’Amico – 10/06/2007

[…] l’elogiatissimo Dissonorata di e con Saverio La Ruina, uno dei recenti successi del teatro alternativo, forte ormai di una sessantina di repliche qua e là per l’Italia […] un paio di elementi rendono la serata assai notevole. Il primo è la lingua, un calabrese raro e mi dicono bastardo, ossia di una zona periferica, confinante con la Basilicata, comunque ipnotico per le sue saporite anche quando poco comprensibili sonorità snocciolate a ritmo di cantilena veloce. Il secondo è l’interpretazione di La Ruina, il quale consegna il racconto autobiografico della donna senza alcun tentativo di travestimento […] e rende superbamente l’invincibilità di una sventurata che snocciola la cronaca delle proprie disgrazie e sofferenze senza malanimo, anzi, con un certo umorismo se non addirittura con allegria […]

Corriere della Sera, ed. Milano – Magda Poli – 04/11/2006

Saverio La Ruina racconta in “Dissonorata” la storia di una donna del Sud, meglio di tutte le donne che un tempo nel nostro paese erano considerate oggetto di possesso prima dei padri e poi del marito, donne che dovevano camminare con gli occhi bassi contando le pietre che lastricavano le vie, che non potevano uscire se non accompagnate dalla madre o dal padre o da un altro famigliare. Ma leggendo sui nostri giornali di ex fidanzati o ex mariti che uccidono chi li ha lasciati, magari dopo anni, perché non si rassegnano ad essere “sostituiti” da un altro uomo, o di donne musulmane sfigurate o uccise perché colpevoli agli occhi dei famigliari di una condotta troppo “libera”, c’è da constatare amaramente che il concetto di “possesso”, del potere di vita e di morte dell’uomo sulla donna è ancora oggi vivissimo e portatore di infami lutti. Riflessioni indotte dal monologo crudele e tenero, in calabrese, del bravo Saverio La Ruina, attore oltre che autore, che racconta, contrappuntato dalle musiche di Gianfranco De Franco, con pacata dolcezza e guizzi di disperata ironia, la storia di una ragazza del Sud in un dopoguerra attanagliato dalla fame e dall’ignoranza quando le donne erano imbozzolate in un reticolo di sopraffazioni, dal dover vestire di nero, al lavorare come muli fuori e dentro casa, al non avere diritto all’istruzione proprio perché donne e destinate al matrimonio. La storia della ragazza è una piccola storia: un matrimonio vagheggiato, il dover aspettare che si sposi la sorella più grande che nessuno sembra volere, la paura che l’uomo, scelto ovviamente dal padre, si stanchi, il cedere alle lusinghe, l’attesa di un bimbo, il tentativo dei famigliari di ucciderla col fuoco perché disonorata, la nascita del bimbo. Lei sfigurata e sola con il suo bambino ha ancora la forza di sorridere alla vita, un sorriso struggente. Una piccola, grande storia.

Un diverso parlarsi tra uomini e donne – Anna Bandettini - settembre 2010

È un racconto di ieri ma potrebbe essere di oggi quello di Pascalina […] Questa storia di dolore, di paura patriarcale della donna, di violenza ma anche di riscatto la racconta magnificamente “Dissonorata”, Premio Ubu 2007, grande successo in Italia e all’estero, scritto e interpretato da uno dei migliori attori della nuova generazione teatrale italiana, Saverio La Ruina. […] una semplicità rara: la scrittura viva, fervida grazie al dialetto calabrese, le musiche dal vivo di Gianfranco De Franco, e lui che, seduto su una sedia, quasi immobile, tenerissimo, senza mai cadere nella scimmiottatura del femminile, dà voce a Pascalina, diventata anziana. Quei suoi ricordi di orrori, crudeltà, sopraffazioni insieme alla gioia del figlio avuto contro tutti, restituiscono al teatro il valore di luogo delle emozioni e a noi spettatrici un cuore spalancato.

La Repubblica Post Teatro – Anna Bandettini - 20/09/2010

Saverio La Ruina è una delle personalità più interessanti del teatro italiano anni Novanta. Calabrese, attore-autore, è di quelli che ritengono che tra le responsabilità di un artista ci sia anche quella di opporsi ai segni più oscuri del nostro presente. E Saverio La Ruina lo ha fatto con due spettacoli Dissonorata e La Borto, che puntano l’indice contro il dominio maschile sulla donna, a partire da due “piccole storie” femminili, due destini simili di ribellione e punizione in un contesto sociale chiuso, gretto e maschile. Cariche di emozioni e verità le due storie si caricano di ulteriori simboli perché a raccontarle è un attore- maschio che interpretando una donna, non si cancella, non si tira fuori, ma chiama in causa in modo diretto le omissioni e le colpe degli uomini nei destini di tante donne.

la Repubblica.it – Post Teatro – Anna Bandettini – 18/06/2010

Si festeggia stasera a Milano il Premio Hystrio (la cerimonia è al Teatro Elfo Puccini), il riconoscimento istituito dalla rivista di teatro diretta da Claudia Cannella. E mi fa piacere sottolineare che il premio si è molto svecchiato rispetto ad edizioni passate e ha indirizzato le sue scelte verso la parte più innovativa e anche giovane del teatro italiano. […] Altro premio meritatissimo a Saverio La Ruina, uno degli attori – autori che si meriterebbe posti di primo piano nel nostro teatro.

Internazionale.it – Goffredo Fofi – 29/05/2011

Nella patria dei dialetti e di Gadda la lingua comune dei romanzieri è solitamente piatta e giornalistica, e la sua sperimentazione è lasciata semmai a un teatro non centrale e raro (ai primi posti il calabrese Saverio La Ruina e la siciliana Emma Dante). È un segno anche questo dell’omologazione e della mercificazione, che riguarda però anche la letteratura mondiale: sono pochi gli scrittori che sembrano resistere agli obblighi di una produzione mercificata, e che cercano, inventano. costruiscono. Che non preferiscono la facile traducibilità. È il caso del russo Zachar Prilepin, 35 anni, veterano della guerra in Cecenia, che pure è anche giornalista (della Novaja Gazeta) ma che pesca dalla sua esperienza di giovane soldato le parole giuste per dire la complessità dei mondi e dei confronti, incrociati e obbligati.[…]

Goffredo Fofi – “Qui ho conosciuto purgatorio inferno e paradiso” di Giacomo Panizza e Goffredo Fofi, con prefazione di Roberto Saviano – Feltrinelli Editore, 2011.

[…] Tra i calabresi – a parte Carmine Abate con il suo mondo calabro-albanese, e gli esuli Enzo Siciliano, che è morto, e Mario Fortunato – c’è Saverio La Ruina, attore e autore di straordinari, bellissimi monologhi sulla condizione femminile in Calabria […]

 

www.controscena.net – Enrico Fiore – 01/10/2016

La seconda edizione di «Efestoval», il Festival ideato e diretto da Mimmo Borrelli, s’è chiusa – nel Cantiere Postiglione di Baia – come meglio non avrebbe potuto: con «Dissonorata», lo splendido (e non a caso premiatissimo) spettacolo di Saverio La Ruina diventato ormai un vero e proprio «cult». Ne ripropongo qui la recensione che scrissi nel febbraio del 2007, sembrandomi che non occorra aggiungervi altro. […] uno spettacolo da collocare, senz’alcun dubbio, in un’ideale antologia del teatro degli ultimi anni.

Il Mattino – Enrico Fiore –16/02/2007

Perché mentre assistevo a Dissonorata […] mi è tornato in mente il Canone di Pachebel e ho ripensato all’ingresso solenne del grande organista nella cattedrale di San Sebaldo? Che cosa c’entra la musica barocca e quell’imponenza con la storia – minima seppur terribile – di una ragazza che, rimasta incinta senza essere sposata, i parenti tentano di bruciare viva dopo averla cosparsa di benzina? C’entrano, c’entrano. Il canone – la più semplice e insieme più rigorosa forma di scrittura polifonica – è caratterizzata dalla continua imitazione delle voci. E quello di Pachebel, il quale volle coniugare il ferreo contrappunto del Nord e la melodia cantabile del Sud, realizza ben ventotto variazioni sulla base del basso ostinato. Voglio dire, in breve, che il testo e l’interpretazione di La Ruina, per molti versi straordinari, sono proprio tutto questo: a cominciare, per l’appunto, dall’adozione sistematica della sottolineatura per contrasto. Il testo […] mi fa pensare al Casanova di Schnitzler che alle soglie della vecchiaia comincia a girare intorno alla sua città natale, Venezia, <<simile a un uccello che vien giù a morire calando da libere altezze in sempre più strette volute>. Il pregio del monologo di La Ruina, infatti, sta nella capacità di avvicinarsi in cerchi concentrici all’oggetto dei singoli nodi narrativi e al tema di volta in volta affrontato: e quando lo ha raggiunto, quell’oggetto, e quando lo ha sviluppato, quel tema, nello stesso momento <muore>. Ma, beninteso, si tratta soltanto della necessità – per quelle parole in stretto dialetto calabrese – di sottrarsi alla trappola del ricalco realistico. Dunque vanno ciclicamente ad annullarsi, giuste le <morti> predette, nei suoni volutamente disarticolati emessi dai fiati e dalle percussioni del bravo Gianfranco De Franco. E subito dopo, però, proprio da quei suoni rinascono, come l’araba fenice, per risollevarsi in volo e raggiungere, addirittura, l’iperbole surreale: vedi il passo, naturalmente non scevro d’ironia, in cui il lutto perenne imposto alle vedove s’estende anche alle lenzuola. Allo stesso modo si comporta La Ruina in quanto interprete. Non cerca di sembrare la ragazza in questione, e cioè di imitarla, ma la cita: e quindi niente trucco, niente parrucca, bensì uno stremenzito vestituccio femminile da cui sbucano, eclatanti, i pantaloni. E poiché la citazione significa simbolo, ecco che qui si celebra il teatro, che è appunto il regno del simbolo, non attraverso la semplice recitazione ma per mezzo (e così torniamo al Canone di Pachebel) della re-citazione, ossia della citazione ad oltranza: vedi le varianti del gesto di lisciarsi l’orlo della gonna sulle ginocchia, per alludere, di volta in volta, alla nevrosi, alla solitudine o al sogno. La sottolineatura per contrasto, poi, trova un esempio lancinante nel fatto che quel figlio illegittimo nasce nella notte di Natale. Siamo allo scarto, in chiave mitica, fra la Colpa e la Redenzione. Ma infine, in margine a questo che, ripeto, è uno spettacolo straordinario, mi tocca un interrogativo amaro. Perché l’altra sera, alla seconda replica, invece degli spettatori c’erano soltanto una ventina di addetti ai lavori?

il Giornale – Enrico Groppali –29/05/2007

Teniamo d’occhio Saverio La Ruina, un autore-regista che pochi conoscono ma il cui lavoro drammaturgico, lontano dai clamori ufficiali, sta affermandosi come una delle voci più nuove e più pure di questa strana stasi del teatro italiano. […] In un paese come il nostro dove tra i dialetti che hanno ricevuto l’imprimatur oggi spicca il napoletano, a dispetto delle antiche glorie del veneto e del milanese, La Ruina che compone in un calabrese stretto che insieme sa di sprezzatura contemporanea, delle splendide saghe popolari dei Re di Francia e della tradizione fiabesca per primo rivalutata dal grande Luigi Capuana, da un anno gira l’Italia con una cronaca poetica di singolare incisività polemicamente intitolata Dissonorata. […] L’autore-interprete di questo patetico atto d’accusa […] testimonia il dramma della sua protagonista nei toni accesi di un Calvino innamorato dei toni acerbi e incantevoli della fiaba. Con un lessico di rara sobrietà che non esclude una dolente partecipazione emotiva, si snoda dalla ribalta la vicenda di Pascalina. […] Fino al bellissimo epilogo che, a somiglianza della Magnani nel Miracolo di Rossellini, la vede partorire nella stalla il nuovo Gesù delle favele di casa nostra.

Corriere di Bologna – Massimo Marino – 05/02/2008

[…] In “Dissonorata”, visto all’ITC di San Lazzaro, siamo noi ad essere trasportati dalla sua voce calma come quella di una donna calabrese che racconta una favola nella vicenda di una ragazza che si innamora, viene sedotta e abbandonata e poi bruciata dai parenti perché disonorata. La violenza, la tragedia si fanno strada in quella cantilena in dialetto stretto che incanta. La Ruina ci seduce e ci ferisce; in quell’orrore di ignoranza e oppressione, non confinato solo nel passato, ci dà la speranza di un figlio, di una vita che continua, di una voce che sa nominare la disperazione e la necessità di un futuro

Gazzetta di Parma – Valeria Ottolenghi– 07/04/2008

Un piccolo, prezioso e rarissimo, capolavoro. Da tempo si stima molto la compagnia Scena Verticale che, dopo il Premio Giuseppe Bartolucci 2001 e il Premio della Critica Teatrale 2002 per l’intelligente cura dei propri lavori e il Festival di Castrovillari, ha meritato, notizia più fresca, un doppio Premio Ubu per Dissonorata – Un delitto d’onore in Calabria di/ con Saverio La Ruina, una grande gioia per il giusto riconoscimento a uno spettacolo perfetto, di magica forza poetica e comunicativa, unanime entusiasmo, affascinata la critica, una rassegna stampa da grande evento. Lo si era visto – finalmente! – per la rassegna Terre d’Acqua: davvero indimenticabile! Un equilibrio di elementi di travolgente rigore e commozione insieme: la lingua propria della Calabria, che inizialmente può turbare nel timore di non capire, diviene presto puro incanto, dal pacato ritmo narrativo, come un canto della memoria, non importa se qualche parola sfugge, la situazione presto evidente alla mente e al cuore; la postura dell’autore/interprete, seduto su una sedia, in abito femminile, un atteggiamento quieto di comprensione del mondo, accettazione della vita, una dolcezza velata d’ironia, il dolore sofferto elaborato alle radici, quasi distaccato, i movimenti ritmici, scanditi, come a seguire il flusso delle parole, ma nell’astrazione anche un’intensa espressività; la sonorità complessiva, discreto ma essenziale l’intervento musicale di Gianfranco De Franco, una teatralità pensata, ragionata in ogni sua parte ma amalgamata così da apparire di fresca immediatezza, lo sguardo insieme interiore e aperto, rivolto ad ogni singolo spettatore. Una storia del nostro sud – Dissonorata riproposto a Ragazzola nell’ambito del Festival dei Diritti Umani – che ricorda però situazioni parallele, analoghe in altre culture che pretendono, anche con gesti crudeli all’interno della stessa famiglia, la sottomissione femminile: ancora oggi. Passaggi che toccano profondamente, anche attraverso la sorpresa… con quel bimbo nato a Natale dallo stesso nome dell’attore! Un profondo coinvolgimento emotivo. Grande teatro. Sì: indimenticabile!

Avvenire – Domenico Rigotti – 10/11/2006

È uno spettacolo piccolo piccolo. Nel senso che sulla scena c’è solo un attore che seduto su una sedia racconta una storia semplice, quasi elementare. Ma lo spettacolo è di quelli che ti restano dentro all’anima. Non c’è critico che non l’abbia lodato e non c’è spettatore che non rimanga affascinato. Perché l’attore trasmette una forte carica emotiva. Perché la storia, crudele e tenera allo tempo stesso è di quelle che ti segnano nel profondo. […] la finzione del bravissimo La Ruina, grembiule femminile grigiastro sopra un paio di pantaloni, è perfetta […] è perfetta l’elaborazione drammaturgica in cui filtra una debole vena ironica, ma soprattutto vive una componente di asciutta commozione. […]

l’Unità – Rossella Battisti –18/06/2007

[…] La riconferma di un bel pezzo d’autore e d’attore è invece Dissonorata di Saverio La Ruina, cronaca in prima persona della vittima di un crimine d’onore in Calabria. Ne è protagonista, en travesti, lo stesso Saverio, trasformato in donnino dimesso, voce bassa, dialetto strettissimo che narra la sua disgraziata vita come un fiume carsico. Cresciuta a bastonate e a testa bassa, investita da un amore fasullo che l’ha “dissonorata”, preda del castigo infernale della famiglia. È una tragedia in punta di piedi, sguardo a terra, senza redenzione. Piccola storia buia dell’Italia di ieri.

Premio Hystrio alla Drammaturgia 2010

Saverio La Ruina commuove con lo sguardo che appena sfiora la platea. Oppure inquieta muovendo lieve la testa, prima di irretire con un tic nervoso. E questo perché è un grande attore. Ma, dietro quello sguardo, quella testa, quel tic nervoso, scorrono parole che rimangono sotto la pelle e non se ne vanno, che ci si porta a casa un po’ a disagio, fosse solo perché non si è più capaci di ripeterle. In un teatro che troppo spesso scavalca le parole perché incapace di usarle, testi come Dissonorata o La Borto ricordano invece quanto la bellezza della scena passi ancora dal linguaggio, dalla comunicazione verbale. Da La stanza della memoria alla trilogia calabro-scespiriana dedicata a Otello e Amleto, Saverio La Ruina, autore, regista e interprete degli spettacoli realizzati dalla compagnia Scena Verticale, da lui fondata a Castrovillari insieme a Dario De Luca, insegna a non impigrirsi di fronte alla superficialità delle grammatiche contemporanee, sotto e sopra il palcoscenico. A scavare nella ricchezza nascosta della strada, dei dialetti come delle letterature. Con un’eleganza formale capace di piegarsi all’invettiva come alla chiacchiera da bar, al gioco dell’ironia come alla delicatezza di certe passioni colme d’umiltà. E improvvisamente, anche le vicende più dure parlano la lingua della poesia. A lui un meritatissimo Premio Hystrio alla drammaturgia.

Corriere della Sera – Maurizio Porro – 19/06/2010

Stasera, a ingresso libero, all’Elfo Puccini saranno assegnati i Premi Hystrio […] Si premia la genialità dell’attore calabrese Saverio La Ruina che con un grottesco en travesti ha sconvolto ovunque le platee di La Borto […].

la Repubblica Napoli – Giulio Baffi – 18/02/2007

Misterioso androgino della memoria sofferente, voce che racconta di sorprusi consumati nell’intimità familiare, di sogni andati a male, di amori mai sbocciati, annegato piuttosto in un sesso rubato alla malandrina, e di un fanciullo nato forse solo nell’immaginario delirio di una donna calabrese, è l’intima confessione di una solitaria figura femminile che Saverio La Ruina costruisce in “Dissonorata”, in scena a Galleria Toledo. Gesto appena trattenuto, voce sottile, quasi immobile per più di un’ora su di una seggiola malandata, Saverio La Ruina racconta in questo suo bel monologo dalle suggestive sonorità calabresi “un delitto d’onore”. È solo, ma lo spazio intorno a lui si anima e si affolla di ansiose presenze. Genitori distanti, fratelli padroni, sorelle serve, amicizie pudiche, la paura di rimanere “zitella”, gli sguardi rubati, i baci carpiti, la violenza fuori e dentro le mura di casa. Perché la donna (ieri e oggi?) è vittima e va “cu a capa vascia” al suo destino.

La Repubblica Napoli – Giulio Baffi – 08/11/2017

[…] i suoi personaggi, donne non sconfitte ma profondamente ferite quelle di “Dissonorata” e “La Borto”, si confrontano con realtà dure di una provincia molte volte ottusa del Sud Italia, donne e uomini che non si danno per vinti, che combattono le loro vite cercando fughe in avanti e piccole ribellioni, con il sarto di “Italianesi” ha composto un trittico memorabile […]

L’Eco di Bergamo – Pier Giorio Nosari – 12/03/2008

[…] un piccolo capolavoro. Perché è uno spettacolo scritto benissimo e recitato meglio da Saverio La Ruina, per cominciare. Ma soprattutto perché fruga tra le righe dell’ipotetica colonna di giornale a cui si accennava, per trovarvi ciò che la cronaca non può né vuole raccontare: le lacrime e il sangue di uomini e donne reali, le ferite di un’esistenza vera. […] È un racconto intimo, sommesso, condotto in prima persona (ma con cambi di espressione e voce da manuale, nei brevi passi in discorso diretto) nutrito di piccoli gesti, sfumature dello sguardo, pieghe del viso, dita che tormentano il lembo della veste, mezzi toni, sussurri. […] Il monologo di La Ruina è uno dei migliori saggi d’attore degli ultimi anni. […] Ed è un gioiello di scrittura, per la sonorità levigata del dialetto, per l’equilibrio sottile con cui una goccia di grottesco diluisce il dramma, e soprattutto per la poesia e la spiritualità popolare che, lentamente, pervadono lo spettacolo. Da vedere.

Paolo Maier – Il Patalogo, dalla segnalazione ai Premi Ubu 2007

[…] Per la complessa semplicità di una storia superbamente interpretata che in filigrana racconta l’Italia, un mondo, il nostro che è proprio dietro l’angolo, solo qualche pagina o qualche giorno indietro nel calendario del terzo millennio. Una riflessione ancora e sempre urgente sulla condizione della donna e dunque sulle sopraffazioni in ogni luogo, in ogni tempo; […] Nella fissità della postura, seduto per tutta la durata del racconto su una piccola sedia, con le ginocchia strette, Saverio La Ruina ha saputo portare questa fissità al microscopio, svelando ai nostri occhi la forza di ogni singolo microgesto, del piede sospeso a sfiorare costantemente il pavimento, delle dita che misurano ossessivamente l’orlo della vesta, della mano che disegna nell’aria, di un angolo della bocca, accompagnando il tragico racconto con quei gesti precisissimi, con il corpo dimesso e lo sguardo gentile di donna. Una superba prova interpretativa che prende al cuore; […] La durezza di una storia che nel farsi racconto non rinuncia alla forza dell’ironia sapiente o della svolta surreale, affondando le proprie radici nel contratto, terrigno, stretto dialetto calabro

Hystrio – Simona Buonomano – ottobre/dicembre 2006

Resta impressa negli occhi e nella mente l’immagine solitaria di questa donna, grazie alla forza di un linguaggio evocativo e pregnante, che, sia pur nella semplicità dell’allestimento, dà vita a un universo parallelo divertente e struggente. Saverio La Ruina scrive e interpreta benissimo questo testo essenziale in stretto dialetto calabrese, con una potenza comunicativa tale da essere comprensibile a tutti. Di più: ti fa sorridere, ti fa commuovere, ti fa pensare. […] Il racconto è un lungo flashback, che riproduce efficacemente i percorsi della memoria, la capacità di fissare alcuni dettagli apparentemente insignificanti, ma essenziali se letti nella giusta chiave. Lo spazio si riempie, si trasforma grazie alla potenza della parola: appaiono la campagna calabrese, con l’arsura e i cieli tersi, le modeste case, i pascoli e le stalle. […] Come nel mito, la storia di questa ragazza […] è una rappresentazione simbolica della condizione femminile […] produce un messaggio universale. […] Questo, che sembra un racconto d’altri tempi, si colora così di urgente attualità, e la trasposizione della vicenda nell’orizzonte di un’Italia vicina nel tempo e nello spazio, assolutamente verosimile, costringe a fare i conti con il nostro universo, italiano, cattolico, civilizzato. Tante le scene memorabili, come quel consesso di famiglia che dovrà sentenziare la condanna a morte, o le allucinazioni della convalescenza, che trasformano il parto nella stalla in una visione evangelica. […] il finale si spoglia di qualsiasi retorica o ideologia, resta ancorato all’oggettività di un’esistenza ormai compiuta, quella di Pasqualina, che insegna ad accettare il proprio destino e a cambiare la Storia.

Lo Straniero – Rodolfo Sacchettini – aprile 2007

[…] Dissonorata di Saverio La Ruina pur avendone l’aria, non è uno dei tanti “monologhi – narrazione”, è principalmente una grande prova d’attore. […] La Ruina non racconta propriamente la storia, ma la rievoca e la rivive attraverso una lingua dura e ostile, che lascia pochi spiragli alla comprensione, ma che di fatto risulta chiarissima nei ritmi, nelle pause e nelle intonazioni. Colpisce soprattutto la capacità “metrica” di dar vita (e di entrare dentro) a un personaggio femminile che non si vuole recitare o imitare, ma solo accennare. Bastano pochi elementi, dei piccoli gesti e una voce incrinata e sussurrata per mostrare dal punto di vista femminile la cruda realtà di un sistema maschilista che è parte integrante della nostra identità italiana e, nelle sue forme estreme, appartenenti a una storia neppure troppo lontana. Non è necessario travestirsi o fingere, a La Ruina è sufficiente indossare, sopra abiti maschili,un grembiule a quadretti e due ciabatte da casa per evocare un mondo che conosce bene e che ripercorre con il distacco del vero attore. Così, tutto proteso verso il pubblico, in un costante sottovoce, confessa desideri e pensieri non cedendo al pathos o all’emotività della storia, ma mantenendo una distanza piena di rispetto che gli permette di dar corpo a piccoli gesti rubati alla vita e dal sapore ancestrale. Senza calcare mai la mano La Ruina sottrae tutto ciò che è inutile, limitandosi alle vibrazioni del duro dialetto calabrese e ai gesti minimali e ricorrenti del corpo seduto, lasciando poi al pubblico, proteso anch’esso in avanti a cercar di capire, a cercar di vedere, l’immagine di un attore che con l’occhio dell’antropologo, ha provato a dar vita a figure – non poi così lontane – della propria terra.

Messaggero veneto – Mario Brandolin – 04/03/2007

È un piccolo capolavoro di teatro puro, teatro di parola sintesi di pensieri ed emozioni, questo Dissonorata, ottanta minuti di monologo serratissimo scritto e interpretato da Saverio La Ruina […] sullo sfondo un musicista, Gianfranco De Franco per alcuni puntuali contrappunti sonori, e poi la forza dirompente di un cunto. […] Pochi gesti, qualche leggero movimento del capo e delle mani, spesso giunte, ma niente svolazzamenti o ammiccamenti a una rappresentazione en travesti. […] il monologo di Saverio La Ruina si srotola mozzafiato nelle spire di un dialetto calabrese strettissimo, di cui apprezziamo soprattutto una musicalità assai espressiva che dà corpo vivo palpitante alla dolorosa e disperante storia di Dissonorata, grazie anche a quel flettere la voce al femminile, con piccole sapienti e appena accennate variazioni di tono, senza scadere mai, come si è detto, nella macchietta. Bravissimo La Ruina a tenere alta una tensione narrativa ed emozionale che spesso assume i toni di una tragedia antica e che rende la serata, anche per i richiami continui a un’attualità che purtroppo non cessa di pesare sulle nostre coscienze, davvero importante e di notevole spessore etico, oltre che teatrale. E gli applausi, calorosi e meritatissimi, che l’hanno siglata ne testimoniano la forza e la necessità.

I viaggi di Repubblica – Anna Abate – 26/04/2007

[…] Uno tra gli spettacoli più belli della stagione.

La Repubblica Milano – Sara Chiappori – 28/01/2015

Ottanta minuti di teatro purissimo […] Dissonorata, titolo cult del repertorio di questo arista coraggioso e sensibile […] una storia atroce che La Ruina trasforma in luminosa poesia teatrale della parola e del gesto. Da rivedere, ancora oggi e domani.

Diario della settimana – Sara Chiappori – 29/06/2007

[…] Dissonorata (già dalla scorsa stagione conteso dai teatri di mezza Italia), con un indimenticabile Saverio La Ruina a dare corpo e parola a una donna vittima di un delitto d’onore nella Calabria degli anni Cinquanta. Nulla a che vedere con il teatro civile. Qui ci si aggira dalle parti di una tragedia per voce sola, potente e straziante come sa e deve essere il vero teatro, anche grazie alla formidabile prova d’attore di La Ruina, capace di sfumature impercettibili che fa vibrare dalla punta dei capelli a quella dei piedi. […]

la Repubblica, Tutto Milano – Sara Chiappori – ottobre 2006

E’ una piccola storia ignobile, una tragedia feroce […] quella che racconta lo strepitoso Saverio La Ruina […] ricorrendo a quel superbo impasto linguistico che attinge all’aspro dialetto della sua terra e lo trasforma in efficacissimo idioma teatrale di parole spezzate e ritmi sincopati. Da vedere […]

Diario della settimana – Sara Chiappori – 27/10/2006

La Calabria è la loro forza e la loro dannazione. La loro forza perché da lì succhiano l’energia profonda dei loro spettacoli, la lacerazione assoluta di una terra desolante e meravigliosa, i riverberi di un dialetto che diventa partitura sonora. La loro dannazione perché fare teatro da quelle parti non è cosa semplice. Loro, gli artisti della compagnia Scena Verticale, stanno in equilibrio creativo sulla contraddizione e dal 1992 costruiscono spettacoli che sono un’alchimia quasi perfetta di visioni arcaiche e durezze contemporanee. Chapeau al Teatro Verdi che al gruppo dedica una personale […] il recente Dissonorata, con un formidabile Saverio La Ruina […]

Vivi Milano, Corriere della Sera – Claudia Cannella – 15/09/2010

Donne, umiliate e offese in un meridione governato da leggi maschili e arroccato in una mentalità medievale. A Saverio La Ruina, straordinario, basta un gesto, un’espressione, una vestaglietta e il suo aspro dialetto calabrese per incarnarsi nelle protagoniste di questi struggenti monologhi.

Vivi Milano, Corriere della Sera – Claudia Cannella – 12/12/2016

Indimenticabile autore e interprete di ritratti di donne del sud umiliate e offese, ma piene di orgoglio e dignità (“Dissonorata” e “La Borto”) […]

Vivi Milano, Corriere della Sera – Emanuela Garampelli – 01/11/2006

[…] la compagnia calabrese Scena Verticale è tra le più vitali ed espressive del nostro Sud: radicata e attenta alla memoria della propria terra, la porta in scena con piccole storie venate di ironia e di tensione poetica, o a volte rileggendo in modo surreale i classici del teatro, ma sempre in relazione alla modernità. È una realtà teatrale senz’altro da conoscere […] “Dissonorata. Un delitto d’onore in Calabria” di e con Saverio La Ruina, è fresco di debutto al festival Bella Ciao di Roma, dove l’attore ha conquistato pubblico e critica con una prova straordinaria. Sempre fermo e seduto, abiti da uomo coperti da un lungo grembiule, in dialetto stretto che presto si trasforma in un ipnotico poema musicale, dà vita a uno straziante personaggio femminile […] Una storia purtroppo senza tempo, che non appartiene solo a una donna del meridione del passato, ma in cui risuona l’eco delle cronache di oggi, di donne ancora vessate e schiave. […] commovente, ma a tratti buffa, riflessione sulla condizione femminile […]

la Repubblica, Milano – Simona Spaventa – 11/11/2006

[…] Dissonorata. Un delitto d’onore in Calabria ha, infatti, la dimensione intima del monologo, o piuttosto del “cunto” data la lingua – un calabrese stretto e di contadina concretezza – in cui è condotto. […] Saverio La Ruina, qui anche autore e regista oltre che straordinario interprete […] Senza forzare la voce, solo con gesti minuti e sfumature di postura, dà voce e corpo alla “disonorata” ormai matura e ai suoi ricordi di una vita di sopraffazioni. […] La vicenda terribile, ancora più atroce perché ispirata a fatti reali, attinge però alla levità poetica di una voce di disarmante candore, capace di commuovere e persino di far sorridere.

Libertà – Donata Meneghelli – 16/01/2010

La vita silenziosa di Pasqualina, […] fatta di tante attese e di una lacerante ferita, esce dal silenzio. Passa attraverso il corpo, i gesti, la voce di un attore e drammaturgo straordinario: Saverio La Ruina che per questo suo monologo, Dissonorata (che gira l’Europa da tre anni) ha ottenuto il premio Ubu come migliore attore e come migliore novità italiana. Uno spettacolo unico, prezioso, necessario, […] Viene da dire grazie a Saverio per le corde che ha toccato nel cuore, per le viscere che ha mosso, per le riflessioni che ha suscitato. […]

Roma – Francesco Urbano –16/02/2007

[…] un lavoro al contempo intriso di tragicità e di flebile ironia […] Le risonanze della voce, le pause di silenzio, il vocabolario gestuale, le impercettibili sfumature d’espressione che solcano il suo volto: tutto contribuisce a rendere vivido quel microcosmo di negazione dell’identità femminile e ad inserirlo entro i confini angusti di una comunità dove ogni mutamento sociale è inesistente. L’uso di una drammaturgia dialettale, poi, è assoluto, ancestralmente legato a sonorità affatto musicali ed evocative […] Dissonorata riesce a emozionare, a turbare, a rendere lo spettatore ostaggio cannibalico della parola, come raramente accade a teatro.

La nuova ecologia – Katia Ippaso – gennaio 2007

[…] Le parole escono come pietre, attorcigliate in una nenia che si ritira nell’asma interiore, parole di dialetto antico ancora condiviso. E raccontano una storia cattiva, che si potrebbe dire a lieto fine se il sopravvivere a volte non fosse una penosa condanna al ricordo. […] Dissonorata è un felice esempio di un teatro civile e non retorico, che attraverso le contrazioni anche ispide di un racconto umanissimo e vibrante ci porta a demistificare i segni. […]

La Repubblica Firenze – Roberto Incerti – 27/11/2013

I suoi spettacoli sono orazioni civili. Nel teatro di Saverio La Ruina convivono storia e poesia. […] La recitazione di La Ruina è un urlo disperato, una ferita aperta, un canto poetico.

Gazzetta del sud – Fausto Cicciò – 15/12/2007

[…] La Ruina è un fenomeno d’attore […] ci conduce in un flashback immaginifico, facendoci vedere realmente, grazie a luminose “scenografie verbali”, l’assolato e roccioso paesaggio rurale degli Appennini e i volti dei personaggi evocati nel “cuntu”. Nella narrazione, al tempo stesso sarcastica estruggente, parole e frasi si ripetono come in una cantilena (quasi un mantra recitato all’infinito), sottolineata da una gestualità che rivela l’ossessionante ricerca di una motivazione per una felicità proibita e un’esistenza negata senza giustificazioni. […] Parla un dialetto calabrese che non è quello “oleografico” e ricco di vocali aspirate riecheggiato dai cominci televisivi, ma il ruvido e “musicale” idioma di Castrovillari, “imbastardito” dal vernacolo della vicina Basilicata […] Accanto a Saverio La Ruina, sul palco c’è soltanto un musicista, Gianfranco De Franco, che cadenza con suggestivi intervalli sonori i silenzi e la voce di uno spettacolo che appassiona ed emoziona. […]

Altrevelocità – Lorenzo Donati – 14/03/2018

Ieri sera al teatro dei Laboratori del Dipartimento delle Arti abbiamo visto “Masculu e Fìammina” di Saverio La Ruina. Avete presente quando si ha la sensazione che ci sia solo una precisa forma d’arte “davvero necessaria” per dire una determinata cosa, per raccontare una specifica storia? Vale a dire: per raccontare quella storia serve proprio il teatro, perché se lo si facesse col cinema, col disegno, con la letteratura si otterrebbero racconti che difettano. Io no so come ci riesca ma Saverio rende trasparente questo assunto. È fra i pochissimi che ci riescono.  Per questo non mi perderei, se fossi in voi, il suo “classico”, “Dissonorata” (giovedì) e anche “Polvere” (stasera).

Unibo.it, Dipartimento Arti Visive, Performative, Mediali – Gerardo Guccini – marzo 2018

Il monologare di Saverio La Ruina conferisce voce e straniata presenza a memorabili identità corali: la donna sottomessa, la donna ribelle, il deportato di guerra, l’omosessuale.

Bolognateatri.net – Gerardo Guccini – 14/03/2018

Ricordiamo innanzitutto Saverio La Ruina, che figura nel panorama nazionale come un artista che ha fatto precipitare la narrazione nel personaggio, un procedimento non sarebbe stato possibile in assenza di un dialetto dominato e vivo, capace di aggregare dentro sé presenze identitarie.

www.gufetto.press – Leonardo Favilli – 22/02/2018

[…] “Dissonorata”, “la Borto” e “Polvere (dialogo tra uomo e donna)”[…]un crescendo di emozioni rossiniano, in cui le capacità di La Ruina, di modulare corpo e voce, hanno messo a nudo la forza, le difficoltà e le paure delle donne: ieri come oggi, nella Calabria più primitiva così come in una moderna metropoli, vittime coraggiose del morboso bisogno maschile ed ancestrale di averne il controllo […] In tutti e tre i casi è lo sguardo del drammaturgo sul mondo femminile che viene proposto cristallino, invadente ed emozionante. Tanto invadente che Saverio La Ruina non sceglie di guardare ognuna delle protagoniste dall’esterno, come fosse il narratore onnisciente di un romanzo ottocentesco, ma diventa lui stesso ognuna di loro esprimendosi con la loro voce, con le loro sensazioni, con le loro forze e debolezze. Una immedesimazione che parte dalla scrittura, per tutti e tre i testi, e che diventa totale quando l’artista si presenta davanti al pubblico su di una sedia, unico elemento scenico, indossando gli abiti e le anime delle protagoniste, come in Dissonorata e la Borto. […] Saverio La Ruina, in questo complesso processo di analisi, non sbaglia un colpo a partire dalla gestione del corpo: nessun movimento e nessuna espressione risultano mai fuori posto anche laddove la tentazione di cedere alla retorica e al sentimentalismo si fa pressante. Il linguaggio stesso, significativo nella sua caratterizzazione territoriale inequivocabile, è tanto importante nella forma quanto talvolta si fa quasi superfluo nel contenuto. Bastano infatti gli sguardi, le movenze delle mani e il tono della voce a squarciare il velo dell’indifferenza per assistere alla cruda realtà dei fatti[…] Mai nulla nel trittico a cui abbiamo assistito è apparso stonato ed evidente è il lavoro di cura e affinamento che hanno preceduto la scrittura di ognuno dei tre testi, a partire dall’esperienza con i centri antiviolenza per raccogliere testimonianze e confessioni. La drammaturgia impietosamente vera di Saverio La Ruina diventa pertanto un’autentica forma di Verismo contemporaneo […]   in questo lungo percorso, compiuto quasi completamente in solitaria, spicca, oltre alle suggestioni delle musiche di De Franco, l’interpretazione sommessa ed efficace di Cecilia Foti in Polvere. […] Anche in questo caso una prestazione fatta di una gestualità attenta, che non sfiora mai la caricatura, nel rispetto del profondo dissidio interiore che la protagonista sta vivendo e subendo.[…] Chiunque possa pensare che quello proposto al Magnolfi sia un trittico riservato ad un pubblico esclusivamente femminile, compie un grosso sbaglio. Saverio La Ruina, infatti, sfrutta le storie di tre donne, eroine a loro modo, per smascherare quanto ancora manca all’evoluzione del pensiero maschile per poter raggiungere quello stesso livello di forza e dignità. Se le spettatrici escono dalla sala con la rabbia dell’ingiustizia che sono storicamente costrette a subire, ogni spettatore ne esce denudato, impoverito di tante certezze e arricchito di indignazione verso il proprio essere tanto da vergognarsi a guardare negli occhi le donne alla riaccensione delle luci in platea. Ogni emozione ed ogni sensazione instillano un desiderio di rivalsa e di cambiamento che rendono il teatro di Saverio La Ruina un potente mezzo di introspezione personale e collettiva, fine ultimo di quello che noi intendiamo il Teatro.

Giornale di Sicilia – Gigi Giacobbe – 17/12/2007

[…] Dissonorata […] giunge alla sala Laudamo con un bel mucchietto di recensioni più che positive redatte sui maggiori quotidiani della penisola. In verità, La Ruina le merita tutte perché ha dimostrato di possedere singolari doti affabulatorie espresse con tenerezza e ironia […] con la sua penetrante vocina e con lievissimi gesti sul ginocchio o sul vestito […]

Corriere del Ticino – Erik Bernasconi – 29/10/2007

[…] Dissonorata è un esempio di teatro civile in cui, in un epoca in cui si riflette molto sul ruolo della donna in altre culture, Saverio La Ruina riflette sulla nostra società, o su quello che è stato fino a ieri. Parte dal piccolo, dal regionale, con un racconto in calabrese stretto che inizialmente può rappresentare una barriera linguistica per lo spettatore settentrionale, ma che poi diventa voce locale per una sotria universale. […] La prova ‘attore è fenomenale e riesce a offrire un connubio di dramma e disincantata ironia. Saverio La Ruina è seduto durante tutto lo spettacolo, vestito di un grembiule femminile, e si concentra sui gesti minimi, sull’interpretazione delle emozioni intime, senza mai caricare la femminilità e riuscendo ad offrire un punto di vista talmente soggettivo di Pasqualina, da far cadere i momenti più drammatici come mannaie sul pubblico, perché inaspettati anche per la pastorella.

Giornale del Popolo – Manuela Camponovo – 29/10/2007

[…] Dissonorata, venerdì al Teatro Sociale di Bellinzona, ha dimostrato come la semplicità, in fatto di emozione comunicativa, possa conquistare più di un’ambiziosa complessità. Una sedia, una voce, minimi gesti del corpo… A Saverio La Ruina non serve di più per dare vita, tra confessione soggettiva e straniamento, alla protagonista e al suo arcaico, patriarcale, meridione, lo stesso che oggi ritroviamo in altre culture, in altri mondi del tutto simile. […] Il dialetto calabrese arriva con una soavità che avvolge e rapisce. Mantenendosi sempre su una linearità di volume, con impercettibili spostamenti tonali, l’attore riesce a trasmettere ogni sfumatura della gamma di sentimenti che accompagnano la narrazione, da dolore rassegnato all’ironia […]

Il Gazzettino – Claudio Melchior – 04/03/2007

La prima cosa che salta all’occhio in “Dissonorata” è la dolcezza della protagonista. […] Una donna interpretata in maniera dolcissima da un uomo, l’ottimo Saverio La Ruina che […] riesce a spalancare le porte delle emozioni e a farci arrivare l’eco di tante storie di violenza, controllo, sopraffazione. […] l’attore è anche, in “Dissonorata”, radicalmente altro da sé. Un altro sesso, storie provenienti da un “esterno” narrazione pienamente teatrale offerta da un personaggio, non da un narratore neutro. Sta in questa duplicità la cifra particolare dello spettacolo, che riesce a “far sentire” la tragedia al pubblico, ma in modo dolce e asciutto, offrendo persino qualche sorriso e motivi di speranza. Speranza, perché la storia narrata è tragica, si scontra con l’oscurantismo, la violenza e la stupidità umana ma, intimamente, parla d’amore. E riesce a suggerire la magia della vita, che sa rinascere anche dalla violenza.

Il Corriere del Mezzogiorno – Stefano De Stefano – 17/02/2007

Riesce a calarsi nel ruolo della donna calabrese, protagonista di Dissonorata, con una misura e una credibilità che non hanno bisogno delle forzature del teatro en travesti […] un vero e proprio racconto, fantastico e realistico allo stesso tempo. L’attore descrive con garbo sofferente l’esperienza di una donna del Pollino allevata nel terrore da un padre padrone, salvo finire poi ingravidata grazie alle advances di un avventuriero di passaggio […]

Italia Sera – Chiara Merlo – 17/09/2006

Basta guardarle i piedi per capirla, e le mani: i piedi appena appoggiati in punta e le mani che gesticolano ansiose, molto espressive, ma senza alcun movimento repentino di braccio e avambraccio. Questa è la posizione di chi si racconta in un angolo… su quelle sedie spigolose messe nel centro dove tutto intorno è vuoto. […] Questa è la posizione psicologica di chi è costretto a non muoversi […] È un lutto, un lutto per la propria morte, o una veglia forse […] Saverio La Ruina come sempre si immerge in personaggi davvero molto difficili, stavolta in una donna calabrese che esprime tutta la sua drammaticità nei piccoli gesti di una donna castigata. Sempre in dialetto (il canale sensoriale è quello uditivo), in suoni gutturali repressi in gola ma poi scacciati fuori come topi. E il tempo del dolore è ritmico, così è più sopportabile, come i ricordi che ritornano alla mente ripetitivi e angoscianti. […] Bellissimo testo, raccontato a voce: l’interno di un volto da tradurre in riflessione.

Brescia Oggi – Alessandro Faliva – 31/10/2007

[…] un eccezionale Saverio La Ruina […] mai come in questo spettacolo, più della comprensione uditiva conta quella visiva. […] Una scena quasi ipnotica, dove dopo pochi minuti di comprensibile spiazzamento si «entra» nel meccanismo, dove le parole, i gesti e la musica si amalgamano perfettamente. E dove, nonostante il tema tragico e grottesco, non manca mai l’ironia, sebbene decisamente amara, che conduce ad un finale tutto sommato «lieto». La poveretta, nonostante tutte le sventure, troverà ancora la forza di sorridere alla vita. Un sorriso struggente che colpisce e che mostra come la magia della vita può rinascere anche dalla violenza.

La Provincia di Como – Sara Cerrano – 29/04/2009

È Dissonorata lo spettacolo più bello visto questa settimana […] l’allestimento dimostra come anche un testo “difficile”, che tratta temi certamente non d’evasione e che per di più viene recitato, dall’inizio alla fine, senza concessioni, in dialetto calabro – lucano, possa conquistare un pubblico consapevole, preparato, capace di scegliere. […] E’ andata così per Dissonorata, grazie ad una storia terribile e struggente, un richiamo non cronachistico all’attualità, ma soprattutto grazie a un autore interprete che colpisce per il talento oltre che per la capacità di credere nel proprio progetto, gestito con sensibilità. […] Calorosissimi e meritati gli applausi finali.

www.ateatro.it – Annamaria Monteverdi – marzo 2007

[…] un punto di arrivo, una prova decisamente matura della compagnia; merito di Saverio La Ruina che ha disegnato e interpretato una storia di grande forza drammatica, una storia di ordinaria violenza nei confronti delle donne del Sud […] La Ruina è Pasqualina, potente simbolo della condizione femminile offesa: seduto su una seggiola di legno, con un abitino sopra i pantaloni, rifà le movenze piene di pudore e riservatezza delle donne del Sud, ritma il suo corpo con pochi gesti calibrati sulle parole. La gamba appena sollevata, le dita a toccare incessantemente quei bottoni e a coprirsi le ginocchia, la testa china: Pasqualina ripete in dialetto calabrese le vicende come una nenia rituale; è un fiume di parole intervallato solo da musica suonata dal vivo. Colpisce al cuore questa vicenda straziante e chi la racconta, in una costruzione della narrazione che nulla lascia al caso, all’improvvisazione. […]

Il Giornale di Brescia – Paola Carmignani – 31/10/2007

[…] Saverio La Ruina, attore singolarissimo, narratore con una sua poetica del sussurro che rende il racconto, rigorosamente in calabrese, intimo e confidenziale. […] Il testo è straordinario, con pennellate rapide restituisce con precisione i “piccoli spostamenti del cuore” che portano la giovane alla rovina. […] Lunghi e intensi gli applausi alla fine.

Giornale di Sicilia – Christian Chiaruzzi -17/09/2008

Una travolgente e dolcissima danza di parole e di vivide immagini questa deliziosa messa in scena, una alchimia di fonemi, gesti e postura che ha pizzicato le corde dell’anima del pubblico, che ha risposto con un lunghissimo, sentito e meritato applauso.

Gazzetta del Sud – Vincenzo Bonaventura – 07/11/2006

Un pezzo di gran teatro. Bisogna dirlo subito e senza mezzi termini. “Dissonorata” […] in questi giorni al Teatro Verdi di Milano, colpisce e si fa strada nelle menti e, sono convinto, nei corpi degli spettatori. Potrebbe essere gridato, forzato, sopra le righe, come accade con tanti spettacoli che pretendono di cogliere gli aspetti antropologici del nostro Meridione e sicuramente sarebbe un colpo allo stomaco. Ma, finito il momento dell’impatto all’insegna dell’eccesso, poco o nulla rimarrebbe nell’animo di chi lo ha visto. Invece La Ruina sceglie la strada del racconto discreto […] con un leggero scarto di toni e con un’efficacissima gestualità parlante, mai scolorita, contenuta ed evidente nello stesso tempo, utilizzando il dialetto calabrese delle zone del Pollino, piegato a una mirabile musicalità, racconta tutto: ciò che è detto e ciò che non è detto, rendendo ogni particolare comprensibile anche a un pubblico settentrionale. Ed è così che la disumana vita della Dissonorata prende chi ascolta e gli rimane dentro […] uno spettacolo che non ha bisogno di spiegazioni e di orpelli, tanto è perfetto e compiuto in sé. E infatti sono lunghissimi gli applausi alla fine […]

Calabria Ora – Mirko Altimari – 09/11/2006

Una sedia, un grembiule da donna indossato sugli abiti maschili e tutta la bravura di Saverio La Ruina, accompagnato dalle emozionanti musiche eseguite dal vivo da Gianfranco De Franco […] A tutto questo aggiungete un dialetto stretto e un ottimo successo di pubblico […] Che quello di Scena Verticale sia teatro allo stato puro lo dimostra proprio il fatto che, nonostante l’uso del dialetto, il pubblico milanese in sala rimane attentissimo e coinvolto nella vicenda narrata […] Scena Verticale ha un pregio non da poco: le radici ben innestate nella nostra regione, senza rinnegarle e rifuggendo da facili macchiette, ma la testa rivolta al mondo.

Il Domani – Caterina Misuraca – 15/04/2007

[…] Un dialetto duro come le pietre che fa male per sempre, talvolta arduo da decifrare eppure violento come una frustrata di cinghia. Anima del testo, il dialetto calabrese è anche struggente poesia malinconica […] La drammaturgia è tanto sapiente quanto sconcertante per l’elaborazione. Tutto è perfetto: le luci, la musica eseguita dal vivo che diventa estensione trascendente di un dramma terribilmente terreno. E poi, c’è Saverio La Ruina che regala un’interpretazione magistrale. Di quelle che non si dimenticano. Perché tra i gesti delle sue mani si apre ancora un ulteriore registro narrativo. Un universo di parole affidate alle dita. Perché di mani si parla. Di fatti. Che ancora ci toccano!

Sipario – Maura Sesia – ottobre 2007

Festival delle Colline Torinesi. La crisi della creatività italiana. (…) tra le eccezioni vanno segnalate (…) Dissonorata di Scena Verticale (…). Il lavoro dell’ensemble di Castrovillari, scritto ed interpretato da un sorprendente Saverio La Ruina, ha per sottotitolo Un delitto d’onore in Calabria e rispecchia una storia semplice, lineare, raccapricciante ed assolutamente toccante, anche perché non così superata.

www.festivaldellecolline.it – Patrizia Bologna – 23/06/2007

[…] Sono sufficienti pochi elementi: una piccola seggiola, un abito grigio e lungo sopra a dei pantaloni, qualche gesto delle mani. Il ciondolare di piedi avvolti in ciabatte a buon mercato che non riescono a toccare terra… E poi un tratto distintivo unico: il brillare di occhi sempre pronti alla scoperta come se anche l’attore, insieme allo spettatore, scoprisse il mondo mentre lo va raccontando. Uno sguardo che evoca centinaia di immagini, anche le più minute, anche le pietre che ella è destinata a contare. E Saverio La Ruina interpreta la vicenda di Pascalina con una varietà di sfumature davvero straordinaria. Dalla rigida e condivisa osservanza ai precetti paterni alla timida e iniziale fase di innamoramento, dalla crescita del batticuore d’amore al senso di colpa per quel sangue versato durante il primo rapporto accompagnato dalla fierezza per aver soddisfatto i voleri dell’uomo che crede essere il suo futuro marito, dalla gioia per aver visto negli occhi del fratello un gesto carino nei suoi confronti alla consapevolezza di dover essere eliminata per aver infranto una regola, dallo straniamento per sentirsi in paradiso all’emozione per la nascita di un figlio. La voce di La Ruina si fa dolce e argentina in taluni momenti, ma anche malinconica e dolorosa in altri. Tutte le emozioni che vengono evocate sono avvolte, come un caldo manto, da un dialetto liquoroso che possiede le sonorità di una lingua animale, composta di corte paroline ripetute velocemente che danno vita a una nenia mielosa. A sottolineare questo eloquio prepotentemente zuccheroso, le musiche originali composte ed eseguite dal vivo da Gianfranco De Franco con sax, clarinetto, glockenspiel e piatto che ispessiscono di pathos la vicenda. Dopo i numerosi e calorosi applausi, mentre il pubblico esce dal teatro, una spettatrice, una donnetta di una certa età che all’inizio si lamentava di non comprendere le parole pronunciate dall’attore, è estasiata e confessa all’amica che le sedeva accanto, in un dialetto piemontese che possiede sonorità più aspre rispetto al calabrese “E poi ci scandalizziamo quando i musulmani uccidono le figlie per questioni d’onore!”. Ed è proprio questo il senso dello splendido spettacolo scritto, interpretato e diretto da Saverio La Ruina: mettere al centro del palcoscenico una vittima, non calabrese, non musulmana, ma una donna vittima di una cultura, qualunque essa sia.

teatroteatro.it – Simone Nebbia – 24/06/2007

[…] Dietro il racconto della ragazza c’è un interprete eccezionale: Saverio La Ruina presta il suo corpo all’abito scuro e la sua voce al lamento di una donna dimenticata, ignorata sotto terra dalla nuova e civile Italia. Racconta le tradizioni mescolate di una terra di confine calabro-lucana, in un dialetto difficile ma il cui messaggio giunge nitido, le sue mani si agitano e puntualizzano rapide, ricordi sognati; la sua voce scalda il cuore e rinfresca l’aria che le sue dolci e sospirate parole sanno esalare nell’atmosfera. Ad accompagnarlo un sassofono che grida un dolore insanabile, a volte battute di xilofono che vibrano sulla pelle del pubblico ormai in balia del suo sottile, lieve parlare. Tutta la magia del teatro popolare passa attraverso questo delicato ed emozionante racconto che non ha bisogno di grandi sale, di arene debordanti, ma poco pubblico per volta, raccolto, che sappia ascoltare il lamento segreto e intenso di una donna, abbandonata dal progresso troppo rapido di una civiltà schiacciante, che finisce contando le pietre per terra a ringraziare la vita comunque, sulle note che Violeta Parra intonò per tutte le donne come lei: Gracias a la vida.

Fermaspettacolo - Fabiana Dantinelli - 14/02/2025

Dissonorata, il ritorno a Roma di Saverio La Ruina fra commozione e applausi

L'artista calabrese ripropone al Quirino l'opera che gli valse il premio Hystrio, ETI e due premi Ubu

 

Confesso e ammetto di non essere mai riuscita a vedere Saverio La Ruina dal vivo prima del 6 febbraio scorso. Quando spinta dal consiglio di un’amica sono andata in solitaria al Quirino ad assistere a Dissonorata – Un delitto d’onore in Calabria. Una confessione piena d’amarezza sia da calabrese che da amante del dialetto e in generale degli sperimentalismi linguistici a teatro. Per questo di fronte allo schiudersi di questo piccolo capolavoro, non ho potuto far altro che lasciarmi travolgere da tutta la potenza affabulatoria di La Ruina, con l’animo completamente spoglio. Ed è stato un bene assoluto. Lo spettacolo è lui.

Non c’è altro sulla scena al di fuori di una vecchia sedia e l’accompagnamento musicale del bravissimo Gianfranco De Franco (di cui scopro una discografia eccellente non solo per il teatro). È così che il fondatore assieme a Dario De Luca della compagnia Scena Verticale e co-direttore sempre con De Luca di quel gioiellino di festival che è Primavera dei Teatri a Castrovillari, riempie occhi e orecchie come di una nenia antica. Un racconto a tratti crudissimo, ma in altri punti anche ironico, in cui la lingua di confine del Pollino calabro-lucano si è offerta alla  platea del Teatro Quirino. È lì che Dissonorata è andato in scena il 6 febbraio 2025, a distanza ormai di 20 anni dal primo debutto.

Il pubblico romano ha accolto questo rinnovato incontro con calore e partecipazione, nonostante il testo fosse completamente in dialetto. Un dialetto di “viole e ortiche”, parafrasando il poeta Michele Pane. Pieno insomma sì di petali, dolcezza, poesia, ma anche di spine. E sulla rividità di quelle poteva dopotutto incagliarsi anche la mia stessa comprensione, che pure se di nascita romana, questa calata la sento in casa da una vita.

Ma non c’è stata alcuna barriera linguistica. Anzi il registro colloquiale di una piccola donna qualunque in un minuscolo paese del meridione d’Italia del dopoguerra produce piuttosto da subito una più acuta vicinanza alla parabola umana di Pascalina. “Ormai” diciottenne cammina a testa bassa, sviando gli sguardi maliziosi degli uomini, costretta ad attendere il matrimonio della sorella di mezzo, mentre lei, teme di rimanere zitella.

Saverio La Ruina in “Dissonorata” secondo appuntamento del suo trittico dramaturgico, in scena al Qurino di Roma anche con “Polvere” e “La borto”.

 

Saverio La Ruina la incarna nei gesti, nella voce, nell’umile “mantesina” indossata assieme agli zoccoli, perchè laggiù in Calabria non molto tempo fa le scarpe erano un lusso. È il racconto di un micromondo patriarcale intriso di ignoranza e violenza. In cui la parola stessa della protagonista è emblema di una difficoltà a esprimere sè stessi fuori dagli schemi prodotti da altri. Uomini altri, estranei perfino nella casa, padri-padroni, fratelli aguzzini, mariti sconosciuti.

Pascalina non sa niente della vita fuorché i comandi che le hanno imposto. Il duro lavoro nei campi, “i servizi” in casa, la devozione assoluta alle decisioni paterne. Può solo sognare un marito che le conceda la fragile libertà di alzare il capo da terra quando cammina. Ma sua sorella non si sposa e lei rischia di finire inacidita e sofferente a sospirare ai matrimoni delle altre, sotto le statue nerborute dei soldati fatti di corpi mai toccati. Allora cede, cede sotto la flebile promessa di uno sposalizio, in cambio della cosa più preziosa che possiede.

Sarà la sua condanna a un’escalation di violenza inaudita, unica via per lavare l’onta di tanto “disonore”. Un’ora di narrato fitto come un ordito, in cui La Ruina resta seduto sulla vecchia sedia dei ricordi. Eppure nell’immobilità riesce a sciogliere i nodi dell’esistenza “storta” di Pascalina. A raccontare al mondo quanto costa prendere una decisione, per la fugace gioia di una carezza. A riprova ulteriore di quanto la potenza della parola riesca a imporsi su tutto. Un testo splendido, un interprete eccezionale, incolla su di sè l’attenzione senza un attimo di cedimento, mentre il finale arriva piano col suo carico emotivo estremo. Dissonorata per quel che mi riguarda è diventato già un classico nello spazio (per me) di un’unica rappresentazione.

Lo ha preceduto Polvere e lo ha seguito La Borto, il trittico di Ruina dedicato alla violenza di genere, che mi auguro venga riproposto in più e più occasioni nella capitale. Anzi potrebbero figurarsi come eccellenti prove d’attore anche per giovani interpreti, desiderosi di misurarsi con una materia linguistica e drammaturgica complessa come questa. Una sfida niente male su cui testare il proprio talento. Dissonorata è un pezzo di teatro vero, autentico, transgenerazionale e transgender in grado di parlarci ancora e sempre della forza distruttrice del sopruso. Ma soprattutto ci ridorda il dolente cammino dell’essere fino in fondo sè stessi, della libertà che ci appartiene in un mondo dove tutto è precario e occorre rimanere come sentinelle in allerta, perchè per dirla con Tina Anselmi: “nessuna conquista è definitiva”.

Rumorscena.com – Roberto Rinaldi – 03/02/2014

[…] Se il dialetto, ogni dialetto, è la lingua del cuore, la stretta parlata calabro-lucana di Saverio La Ruina in “Dissonorata. Delitto d’onore in Calabria” ha raggiunto, travalicando il logos, il cuore del pubblico plurilingue di Bolzano, che qualche difficoltà nel comprendere l’ha certamente avuta. […] Che Pasqualina sia raccontata da un uomo non è solo un potente richiamo alla radice più antica del teatro, che vedeva in scena attori anche per le parti femminili. E’ anche una profonda testimonianza di amore e di attenzione verso il mondo femminile, uno scavo nell’anima condotto con rara sensibilità senza rinnegare la propria parte maschile, con una cura particolare per quegli aspetti culturali ed etnografici, di mentalità e tradizioni, che riportano a un mondo conosciuto, tramandato e intensamente amato, anche attraverso l’uso del dialetto che ne è potente ed espressivo linguaggio.

www.fermataspettacolo.it – Massimo Gonnelli – 22/02/2018

Nonostante da anni sia indiscutibilmente uno dei pezzi pregiati del teatro italiano, stupisce come Saverio La Ruina non goda di altrettanta gloria al di fuori della ristretta cerchia del circuito teatrale italiano. La Ruina infatti rientra tra quegli artisti che si possono ammirare spesso solo in certi teatri off, piccole sale fuori dai binari classici dello spettacolo da botteghino. Di questo un po’ ne godiamo, e inconfessabilmente preferiamo così, anche se meriterebbe molto di più. […] Una monografia, composta da quattro spettacoli dell’attore calabrese, gli è stata dedicata nei giorni scorsi dal Teatro Metastasio di Prato nell’intimo Magnolfi. Tra le perle in programma la nostra scelta cade sul pluripremiato Dissonorata […]Lo spessore drammaturgico porta in seno una vorticosa musicalità, parole contratte che scivolano via come un canto. Il dialetto calabrese stretto di La Ruina […] dischiude un mondo scomparso e atavico a chi gli si abbandona.[…]Un testo di pregevole bellezza che non rinuncia all’ironia e al surreale per condannare i crimini dell’epoca[…]Saverio La Ruina misura il gesto e le intenzioni, e con finezza estrema attinge al vero in una sublime interpretazione. Per chissà quale formula magica o alchimia, di fronte al pubblico si materializza lei, l’innocente “dissonorata”, con i segni indelebili sulla pelle, che prova gioia ancora per la vita.

www.lenius.it – Valentina Arena – 02/02/2015

In un’epoca in cui sta spopolando, in letteratura come al cinema, il fenomeno dell’autofiction, la conclusione alla quale sono giunta è la seguente: il narratore perfetto è colui che, pur attingendo alla propria esperienza, più o meno diretta, è in grado di raccontare una storia che sia di tutti, una storia in cui ognuno di noi riesca a trovare elementi in comune con la propria vita, la propria epoca, la propria civiltà. Ecco, secondo questa teoria, Saverio La Ruina è il narratore perfetto: Dissonorata e La borto sono infatti due monologhi interpretati da un uomo che parla in prima persona, da donna, di problemi prettamente femminili, eppure sono tremendamente credibili. Nel primo La Ruina dà voce a donne del sud vittime delle leggi degli uomini, che desiderano sposarsi per trovare il proprio posto nella società, per poter camminare in paese a testa alta senza essere definite “puttane”.[…] Un’ultima riflessione sul linguaggio che l’attore sceglie di adottare per questi suoi spettacoli: […] assistendo a questi due monologhi recitati invece in calabrese ho potuto apprezzare ancora una volta la forza espressiva, il colore e l’intensità del dialetto. Quella cantilena, quelle buffe e colorite forme espressive non solo hanno una musicalità che rende piacevole anche una lingua che non riusciamo completamente a capire ma “fanno emergere qui una Calabria che, anche quando fa i conti con la tragedia, combina elementi grotteschi e surreali, spesso anche comici, sempre sul filo di un’amara ironia”.

www.aftesix.it – Giacomo D’Alelio – 19/11/2009

Un uomo, che incarna una donna della Calabria, offesa dalla vita, è seduto con timida circospezione su di una sedia al centro della scena. Con gesti minimi ma esatti ci parla della sua vita di privazioni, di attesa dell’amore che non sarebbe mai arrivato, dei suoi carnefici – padre, fratello, famiglia – che la ripagano per una gravidanza prima del tempo massimo del matrimonio col fuoco “purificatore” dettato dal debito d’onore. È questo “Dissonorata”, lo spettacolo prezioso che Scena Verticale ci ha donato, in scena, accartocciato su se stesso, un gigante, Saverio La Ruina, vincitore ai Premi Ubu 2007 per la migliore interpretazione e per aver tessuto il miglior testo italiano. Da anni la compagnia fondata nel 1992 a Castrovillari (Cosenza) da Saverio La Ruina e Dario De Luca continua nella sua attività creativa e artistica, consegnando al mondo teatrale perle preziose come “Dissonorata”. […]

www.levignepiene.com – Salvatore Scuro – 03/012/2006

[…] “Dissonorata – Un delitto d’onore in Calabria” suscita sentimenti, evoca ricordi. Saverio La Ruina riesce ad entrare in relazione significativa con l’altro, in platea, scuotendolo. Lo stringe a sé o lo strattona distante. Ma gli dice qualcosa. Insomma, comunica. In calabrese, lingua impervia e nuda. Sulla “piccola” storia di una donna calabrese, di ‘na guagliona del nostro meridione, l’autore attore e regista di Castrovillari opera in profondità, sviluppando il dramma, senza mascherarlo, deteriorarlo, con soluzioni mirabolanti o, peggio, eccentriche. Il suo è un intreccio originale e dinamico di professionalità, competenza e, soprattutto, passione. Il lavoro più importante è sulla gestualità (tic e mossette) e sui microtoni di una voce che era già ricordo. Un suo ricordo, che riesce a regalare agli altri. […] assolutamente emozionante nel coinvolgimento, perché “… cu a capa vasciata a cuntà i petri pi nterra…” si può stare anche in platea. Magari con gli occhi chiusi, lasciandosi destare da un’emozione nuova. E da un messaggio diverso.

www.teatro.org – Edgardo Bellini – 13/02/2007

Compressa in un universo arcaico di regole esatte ed inviolabili, la donna “dissonorata” di Saverio La Ruina subisce il suo destino non solo attraverso la violenza esplicita delle relazioni umane, ma soprattutto per aver fatto proprio nella coscienza il codice della privazione, della rinuncia, della mutilazione dell’identità. La scabra asciuttezza della scena – una sedia, e l’autore stesso che diventa la protagonista semplicemente indossando un grembiule sopra gli abiti maschili – non riduce la drammaturgia a “narrazione”: il denso memoriale della donna non è fatto soltanto di parola, ma anzitutto di segni d’espressione, di gesti, di posture, di moti del corpo. La parola riporta una storia archetipica di “predestinazione” femminile in una comunità controllata da norme maschili. La scrittura è pacata, il ricordo rassegnato, puntellato di lenizioni; ma alla quiete del testo si oppone magistralmente il contrappunto del corpo, una danza inquieta e perpetua che smentisce continuamente la serenità del racconto, rivelando il tormento oscuro della protagonista che non riesce ad emergere nella parola. La Ruina rende meravigliosamente il gioco sublime della contraddizione. Si comprende così la scelta, che all’inizio lascia perfino sorpresi, di amplificare la voce, per consentire che l’attore si esprima in un tono sussurrato, reticente, che riproduce anche sonoramente l’effetto di cantilena ipnotica tipico di certe parlate del sud. Preziosa l’integrazione musicale di Gianfranco De Franco, seminascosto sul fondo della scena, che raccorda la narrazione con brevi frammenti sonori che sembrano esprimere, liberi da intenzioni didascaliche, ancora una volta lo scarto d’inquietudine tra il racconto e i fatti. Il pubblico si lascia catturare volentieri – ciò che non avviene di frequente – dal magnetismo della messa in scena e conclude con un applauso intenso e prolungato.

ilpickwick.it – Michele Di Donato – 22/10/2016

Un testo, un attore; e potremo già fermarci qui, parlando di Dissonorata, visto che nella compattezza drammaturgica e nella bravura scenica di chi lo interpreta – ovvero Saverio La Ruina, che ne è anche autore – è compreso tutto quel che serve a fare d’un testo teatrale e della sua messa in scena qualcosa di pregevole bellezza. […] Saverio La Ruina restituisce mirabilmente un quadro d’ambiente affrescato con voce e gesti […] Nell’assistere a Dissonorata resto incantato non solo nel seguire l’impianto vocale che La Ruina conferisce al racconto della sua Pascalina […] ma anche dalla gestualità che accompagna la postura tutta raccolta sulla sedia: mani che parlano, quelle di Saverio La Ruina, mani che sono un paesaggio mimato, uno scenario evocato, una emozionalità espressa in aggiunta. […] Bravura d’attore fuori dal comune che s’appaia degnamente ad una scrittura densa e compatta, che pur snodandosi di fatto in un lungo racconto per voce monologante, non patisce alcun calo di tensione, non c’è mai una fase in cui si abbia la sensazione di una lungaggine di troppo o di un rivolo narrativo in esubero, anzi si ascolta, si guarda, si assiste con una attenzione crescente, figlia dell’empatia che Saverio La Ruina sa instaurare tra la sua Pascalina e il pubblico. E la stessa lingua che egli adopera […] oltre a contribuire in maniera determinante a pennellare l’ambientazione di riferimento, finisce per fartela sentire, la rende tangibile, al punto che ti finisce per sembrare di avere davanti agli occhi non la scena spoglia da cui s’irradia il cunto, ma le immagini vere e proprie di un luogo evocato, con le sue persone ed i suoi angoli […] Storia intima e personale che si dipana in forma di racconto memoriale, Dissonorata affresca una condizione generale di prevaricazione verso le donne che travalica i confini locali e generazionali. […] una storia capace di farsi splendidamente teatro: un testo e un attore a cui l’applauso è tributo dovuto.

napolimonitor.it – Francesca Saturnino – 04/10/2016

Il teatro è quella cosa che fa stare circa centocinquanta persone sedute al buio in un’ex scuola media, per un’ora e un quarto, con i rumori e le luci delle auto che passano fuori e un religioso silenzio dentro. Sul palco una sedia, un attore e un musicista. E poi la lingua, le parole scolpite nell’aria, la voce, il ritmo e ancora la lingua. Non serve altro. Del resto – allestimenti, costumi, coreografie, poltrone, trucchi, intervalli, bouvette, presentazioni, felicitazioni, sollecitazioni, appannaggi, intromissioni – possiamo fare a meno: il teatro potrebbe, sarebbe bello se potesse, farne a meno. Così Saverio La Ruina […] porta in scena il suo monologo Dissonorata, a dieci anni dal debutto e dopo due premi Ubu per migliore attore e migliore drammaturgia. Dopo tanto tempo questo lavoro ancora è vivo e scotta più di tanti spettacoli visti e ritriti che hanno tanto del “resto” e così poco di teatro. […] Pasqualina è anima pura, purissima, cui La Ruina dà incredibilmente voce, portando in scena la bellezza commovente e senza strutture di un’identità in fieri, che scova gioia nella rovina degli uomini. Una voce ferma e dominata che come una cantilena cunta un cunto, «ca po’ è quasi sempre u’stessu cunto»: la storia della vita sua e di chissà quante altre donne sottomesse, “disonorate” e poi punite dalla loro stessa famiglia, assassinate o sfregiate col fuoco, come nel caso di Pasqualina. La Ruina racconta – più che raccontare mastica – le parole in un dialetto tondo e piano a metà tra il calabrese e il lucano che porta il ritmo della terra, dei campi di grano, delle stalle e del fieno, degli immensi cieli stellati. L’andamento flebile di chi non ha mai potuto alzare la voce, pure quando ti stanno stuprando, pure quando ti stanno ammazzando. Non raggiunge mai un picco, né dà enfasi alla semplicità disarmante di Pasqualina e di un mondo agreste immobile, bloccato, doppiamente assoggettato perché sei femmina. Il colore lo danno i giusti inserti di fiati e percussioni del polistrumentista Gianfranco De Franco, che segue e accompagna questo cunto dall’inizio alla fine: una sospensione onirica come dentro a un banco di nebbia, dove a un tratto ti prendono a pugni sui denti.

www.armadillofurioso.it – Francesco Bove – 02/10/2016

L’Italia che racconta Saverio La Ruina in quel bellissimo pezzo di teatro che è Dissonorata non è tanto distante da noi. […] L’episodio è raccontato in un calabrese molto stretto ma, attraverso i gesti, il timbro e una veste lunga fino al ginocchio, si compone il rito potente del “cunto” di una contadina analfabeta, che ripercorre la propria vita in un corpo a corpo con lo spettatore. […] Ma, tornando all’incipit di questa recensione, l’Italia di Dissonorata non è tanto distante da noi se solo ricordiamo il caso di Marisa, la ragazza di Nicotera, gambizzata dal fratello in un bar, solo due mesi fa, perché “portava la minigonna”. […] Ecco, quindi, il dramma che diventa drammaturgia, il gesto atto e l’atto azione scenica. Il pubblico ha davanti a sé il corpo giovane di Pascalina, coperto a dovere, ascolta il suo flusso di coscienza e rivive, attraverso la sua voce, la sua tragedia, testimonianza di un’Italia che, in alcuni paesi, non è ancora uscita dal dopoguerra. La Ruina, però, recupera modalità di recitazione proprie della narrazione orale e ricama immagini e parole in un testo alieno da ogni connotazione psicologica ma che impone prepotentemente sulla scena […] Pascalina evocata dalla forza esoterica del teatro, è diventata, con gli anni, la figura simbolica di un monologo, oggi più che mai necessario, che valse a La Ruina due premi UBU nel 2007 (“Miglior attore” e “Miglior testo italiano”).

manginobrioches.wordpress.com – Anna Mallamo – 23/11/2013

Saverio La Ruina – calabrese di Castrovillari, pilastro di “Scena verticale”, scrittore e inveratore di “Dissonorata”, “La borto”, “Italianesi” – non è un attore e non è un drammaturgo: è una specie di miracolo tutto umano. Lui pensa personaggi come Pasqualina, la vittima designata, piccola calabrese della Calabria delle montagne, minuscola sconfinata calabrese persa in una vita secca come le pietre della strada, feroce come i lupi. Ma non li pensa soltanto: lui li scrive e poi li diventa. Pasqualina dissonorata, Vittoria squartata dall’aborto, Tonino il sarto recluso. Corpi sacrificali, tutti perciati in qualche modo, tutti feriti, col cuore e le carni a cielo aperto: prendete e mangiatene tutti (come si suol dire in scena da mille e mille e mille anni).

manginobrioches.splider.com – Anna Mallamo – 12/12/2007

Ieri sono stata a teatro. Un teatro piccolissimo, sia pure nella città teatrale dell’isola teatrale che spalanca i suoi sipari dappertutto, le sue recite tragiche o grottesche (indistinguibili, talora). Sulla scena, uomo con sedia. Questo uomo. Un uomo che diventa, da subito, col tuppuliare del pieduzzo, con la manina fessa, con la testa china, diventa Pasqualina. Diventa la montagna che divide la Calabria dalla Basilicata, il qui dal lì, Pasqualina dal diavolo, il diavolo dalla sorte. Oh come piangiamo tutti, in platea, sprofondati nelle nostre poltrone. E non so perché ho pianto, o a che punto. E’ stata una reazione incontrollabile del corpo, che reagiva al corpo di Pasqualina, al corpo vivo e caldo del sopruso, della sorte, del diavolo, del dolore. Non era pianto, era piuttosto un chiamarsi di fluidi. Mica si poteva resistere. Piangevo io, piangeva il mio guerriero medievale e motociclista accanto a me, piangeva suo fratello attore sotto i sopraccigli grossi, piangeva l’attore famoso coi mustazzi arrivato alla chetichella, piangeva la mia amica del tango con la sorella bionda che lei pure piangeva. E si andava aprendo, per tutto il tempo, come un foro, qui nel petto dell’anima, un foro rosso: potevo vederlo distintamente, appena chiudevo gli occhi o forse nemmeno. Come una bruciatura. Son uscita perciata, con questo buco grande, dai bordi rossi, qui nel petto dell’anima, e per tutta la sera e buona parte della notte lo sentivo che bruciava un poco, e attraverso ci passavano cose. Ci sono passati pensieri, interi fantasmi, alcuni morti, alcuni vivi, cioccolatini, nostalgie, grandine, oggetti. Quando sfioravano il bordo facevano un poco di fumo, un fumo leggero che mi dava le lacrime. Più tardi ho forato, la gomma posteriore destra. Ma io lo sapevo che era quel buco che si manifestava. E poi ho tirato un filo del maglione, con la spilla: s’è aperto un foro. Era quello, era la storia di Pasqualina che mi restava dentro come un malessere, un magone, un buco di bruciatura sulla pelle dell’anima. Certi dolori sono meglio delle gioie.

www.drammaturgia.it – Emanuela Agostini – 28/02/2007

A dare voce ai ricordi della “dissonorata” narratrice della propria vicenda è l’ottimo Saverio La Ruina. […] Parla un calabrese stretto stretto che incanta per la sua musicalità, rinforzata dalle flessioni che l’attore le impone colorendo di femminilità il suo timbro, senza mai forzare e caricare eccessivamente. […] Per quanto la parola sia preponderante, colpisce l’estrema padronanza del gesto che impone all’attore di rimanere seduto, composto, esprimendo in questo modo la pudicizia, la rassegnazione, la goffaggine dovuta all’inesperienza del personaggio, delegando il movimento a una “danza” delle mani, dei piedi, delle spalle, della testa, studiata, precisa, particolarmente efficace anche nel delineare la figura del seduttore. In certi momenti ci si scorda che a parlare sia un uomo, ma poi gli spunti ironici, che non abbandonano mai il racconto della tragica vicenda, fanno riemergere il punto di vista dell’attore, uno sguardo distaccato e tuttavia tenero e rispettoso verso il personaggio interpretato. Proprio questa commistione di ironia e dolcezza è l’elemento di forza del testo […]

www.teatro.org – Francesco Rapaccioni – 12/09/2007

[…] Mentre Pasqualina racconta, le dita tormentano l’orlo della scamiciata dimessa, abbassandolo sotto le ginocchia, le mani si torcono e si sfregano l’una contro l’altra, i piedi nelle povere usurate ciabatte dondolano sfiorando il pavimento o appoggiano solo la punta con movimenti ripetitivi ed ossessivi, che quasi seguono il moto della narrazione. Il suono delle parole si unisce al suono dei sassofoni e delle percussioni di Gianfranco De Franco, che dal vivo esegue le sue composizioni, perfetta e suggestiva eco del potere evocativo della parola. Saverio La Ruina interpreta con grande partecipazione emozionale Pasqualina; mantiene per tutto il tempo una posa composta e dimessa; il suo sguardo si sposta da uno spettatore all’altro, a ogni spettatore si rivolge, creando un effetto di comunicazione intima e personale. Non è dato sapere se la storia che sta raccontando sia vera oppure no, ma non importa: è inaccettabile quello che viene narrato. […] Non si scivola mai nei toni del melodramma perché la commozione è mista all’ironia, in una elaborazione drammaturgica asciutta e ficcante che ha nell’uso dello stretto dialetto un motivo di forza comunicativa, semantica, fonetica.

teatro.org – Azzurra D’Agostino – 02/02/2008

Meritati i due Ubu per questo pulitissimo e sorprendente assolo della compagnia Scena Verticale, che in una sala dell’”hinterland” bolognese ha saputo catturare per oltre un’ora un folto pubblico, intonando uno strano mantra esclusivamente in calabrese. Un netto, lindo, esaustivo e musicale spaccato di un meridione e di una condizione femminile forse passati (così tanto? e veramente?), che ha saputo riassumere la questione della violenza e delle cecità di una civiltà che vorrebbe mettersi sul bavero la medaglietta di “avanzata”. […] Ed è questo che colpisce dello spettacolo, che lo rende così delicato e al contempo capace di colpire a fondo e senza remore: l’assenza di giudizio, il mettersi in prima persona di una donna che racconta se stessa, che in un qualche modo ama la sua storia (perché è la sua storia, ed è tutto quello che ha) ma che lo fa attraverso la voce e le fattezze di un uomo. […] E l’autore con questo pezzo e questa buona interpretazione ha dimostrato di essere in grado di fare una scelta etica, oltre che stilistica, di alto profilo nello scegliere di parlare nella propria lingua e della propria storia per potersi avvicinare al parlare d’altro[…] Da sottolineare poi ulteriormente la scrittura drammaturgica, estremamente fluida, musicale, resa fruibile da un’interpretazione impeccabile.

www.eartmagazine.com – Miriam Monteleone – 03/03/2007

Una sedia. Un grembiule da donna indossato sugli abiti maschili. Un impasto linguistico che attinge all’aspro dialetto calabrese […] Musiche originali dal fascino ancestrale e dalla forte carica emotiva. Ma, soprattutto, un attore di indubbia bravura come Saverio La Ruina. Il risultato? Un piccolo gioiello teatrale, un felice esempio di teatro civile […] Un’interpretazione, la sua, sofisticata, umile e al tempo stesso umana, microfono all’orecchio da testimone oculare, reporter discreto, cronista di paese. […] Ma se la cadenza della nenia dialettale fa sorridere il pubblico che subito si affeziona alla disonorata zitella, l’ironia ha comunque un gusto amaro. […]

Dramma.it – Paolo Randazzo – 19/05/2008

[…] uno splendido, e giustamente fortunato, monologo […] Non si tratta di teatro di narrazione, ma di un monologo in cui La Ruina sa mantenere perfettamente l’equilibrio tra la verosimiglianza e la fascinazione del racconto da una parte e dall’altra una dimensione teatrale esplicitamente aperta al pubblico, dato che in scena c’è lui stesso, con la sua faccia d’attore e addosso solo un vestitino semplice da contadina e due povere ciabattine. Ed è nell’intersezione di queste due dimensioni che si rivela la reale importanza di questo lavoro: cedere alla narrazione o alla pura verosimiglianza avrebbe forse svuotato questo lavoro di ogni seria urgenza politica e necessità artistica. La narrazione e l’epica, anche quella popolare, hanno sempre raccontato fatti grandi e soprattutto fatti di uomini grandi, mentre la verosimiglianza avrebbe sollecitato nel pubblico una partecipazione simpatetica alle vicende di Pasqualina, ma la cosa si sarebbe chiusa lì dopo gli applausi. La formula sottilmente metateatrale scelta dall’artista lascia al pubblico facoltà di giudizio politico su una delle tante oscure e dolorosissime vicende della storia segreta delle donne. Una facoltà di giudizio ch’è propria della migliore tradizione del teatro contemporaneo e che ancora oggi dobbiamo imparare ad esercitare interamente nel considerare le violenze subite dalle donne.

Culturalife.it – Paola Abenavoli – 14/01/2014

Assistere ad uno spettacolo di Saverio La Ruina è sempre una grande e nuova emozione. E’, in realtà, una somma di intense emozioni che avvolgono lo spettatore, conducendolo nel viaggio che l’artista ricrea sul palco solo grazie alla sua capacità drammaturgica e attoriale (ma senza dimenticare l’apporto musicale, in scena, dal vivo, fornito dalle note di Gianfranco De Franco); è un viaggio di parole, di toni, di musicalità di frasi che superano qualsiasi ostacolo linguistico – quello che magari potrebbe porre il dialetto – per rendere una storia comprensibile a tutti. Grazie all’interpretazione, alla mimica studiatissima fin nei minimi particolari, agli sguardi, alle inflessioni, alla reiterazione di periodi, che è diventata uno stile dell’artista, consentendo di caratterizzare il personaggio e soprattutto di dare maggiore risalto a frasi che delineano una storia, una vita e, appunto, un’emozione. Tutto questo è Dissonorata, testo ormai diventato popolarissimo, pluripremiato, che ha consacrato il talento, sia come autore che come attore, di Saverio La Ruina. […] un capolavoro della drammaturgia contemporanea, ormai riconosciuto a livello internazionale.

www.artalks.net – Nicoletta Fabio – 02/02/2015

[…] Un’anima piena, ricca di sentimenti e di pensieri, anche se a volte povera di parole, quella a cui Saverio La Ruina ha saputo dar voce in Dissonorata, sul palcoscenico del Teatro Elfo Puccini[…] All’interno di una scena vuota e buia, Pasqualina sta seduta su una sedia, rannicchiata e leggermente ingobbita, con i piedi e le gambe serrati, come a proteggersi dal gelo della solitudine e dall’occhio indiscreto e inquisitorio del suo paese. Interamente in dialetto calabrese e inframmezzata dalle musiche originali scritte ed eseguite dal vivo da Gianfranco De Franco, che punteggiano i momenti di maggiore intensità, l’opera è un affresco semplice e vivo di un’epoca che, anche se cronologicamente distante da noi, rimane così sorprendentemente vicina.

www.persinsala.it – Caterina Orsenigo – 31/01/2015

Dissonarata è una sorprendente rivelazione per chi non lo conoscesse, ma un regalo a chi già era stato rapito dalla dolcezza e intensità dei suoi racconti con la possibilità di conoscere il suo mondo attraverso un percorso in più tappe. […] E il racconto è in calabrese, misto a lucano. Parlato piano, simile a una preghiera: presto lo spettatore si lascia andare al suono della lingua, fino ad accoglierla e farsi l’orecchio, finalmente, quasi, capirla. Lui porta abiti femminili, ma di una femminilità dagli occhi bassi, soffocata, coperta fino ai polsi e alle caviglie, dal sapore di sud Italia e medio oriente. Con questa lingua, questi vestiti e una gestualità curata al dettaglio, insieme potente e trattenuta, circondato da un palco buio, La Ruina dà voce a una donna che ripercorre la propria storia, fino al «giorno in cui è morta». […]La Ruina parla con dolcezza e intensità di donne, violenza e potere. Dissonorata è una della tappe, un monologo al buio, ma illuminato quanto basta da riuscire spesso a far ridere o sorridere.

www.eolo-ragazzi.it – Mario Bianchi – agosto 2014

[…] E poi Arzo ha ospitato quell’autentico capolavoro di “Dissonorata “, uno degli spettacoli più significativi di questi ultimi anni dove Saverio La Ruina ( che al Festival ha portato anche “Italianesi” monologo che racconta una storia vera: quella dei figli di italiani internati in Albania, loro terra natale, rei di essere nemici del regime salito al potere dopo la fine della seconda guerra mondiale) narra complice una sola sedia, in un dialetto pudico e sommesso, ma comprensibilissimo, al femminile, vestito di una semplicissima gonna, la storia di un delitto d’onore in Calabria.

www.bmagazine.it – Luigi Furno – 11/10/2016

[…] Saverio La Ruina – un autore-regista calabrese di origini lucane conosciuto purtroppo solo ai veri appassionati ma il cui lavoro drammaturgico, lontano dai clamori ufficiali, sta affermandosi come una delle voci più originali – affianca alla tradizione del dialetto napoletano, che ha ricevuto l’imprimatur di dialetto ufficiale del teatro nazionale, a dispetto delle antiche glorie del veneto e del milanese, il suo calabrese stretto che insieme sa di sprezzatura contemporanea e di aderenza psichica ad un territorio. […] La Ruina sceglie di non caratterizzarsi al femminile per evitare con cura la trappola del teatro en travesti e il filodrammatico, e testimonia il dramma della sua protagonista con gesti e toni equilibrati e sinottici che lasciano trasparire un lavoro di ricerca sulla traccia di una sintesi equilibratissima con l’ausilio di un lessico di rara sobrietà che non esclude una dolente partecipazione emotiva. […] La scabra asciuttezza della scena – una sedia, e l’autore stesso che diventa la protagonista semplicemente indossando un grembiule sopra gli abiti maschili – non riduce la drammaturgia a “narrazione”: il denso memoriale della donna non è fatto soltanto di parola, ma anzitutto di segni d’espressione, di gesti, di posture, di moti del corpo. La parola riporta una storia archetipica di “predestinazione” femminile in una comunità controllata da norme maschili. La scrittura è pacata, il ricordo rassegnato, puntellato di lenizioni; ma alla quiete del testo si oppone magistralmente il contrappunto del corpo, una danza inquieta e perpetua che smentisce continuamente la serenità del racconto, rivelando il tormento oscuro della protagonista che non riesce ad emergere nella parola. Un teatro che sembra perire nella propria architettura testuale ma che viene invece nobilitato da una scrittura scenica che, di contro a certi “affaccendamenti” troppo di moda ultimamente, travalica la troppo stretta categoria del teatro di testo.

www.ipool.it – Maris Lapstick (a cura di Marilù Ursi)

[…] una storia di soprusi e umiliazioni ambientata in una società arcaica eppure attualissima […] Una musicalità coinvolgente […] Saverio la Ruina costruisce una drammaturgia del suono, qui la parola sembra recuperare il valore che le era proprio nella cultura orale, coinvolgente, assoluto e archetipico mentre il corpo dell’attore diventa un fondamentale apparato straniante, epico, che entra immediatamente a far parte dell’apparato critico dello spettatore. […] una riflessione sulla condizione femminile che parte da un ragionamento quasi antropologico e si evolve in una denuncia profonda, che indaga le radici di questa condizione con una personalissima e delicata lettura di un dramma sociale.

www.metropolitanmagazine.it – Oskar P. – 25/11/2018

Saverio La Ruina è il drammaturgo vivente più immenso nel saper regalare alla platea colpi allo stomaco talmente profondi capaci di restare addosso per anni. Il suo teatro, semplice, racchiude nelle sue “storie” personaggi di una delicatezza inarrivabile, donne del sud arrese ai propri destini fatti di tragedie. Donne finite, abusate, calpestate. Vive, però, nella potenza rappresentativa del teatro. In Dissonorata (Premio UBU 2007 “Migliore attore italiano”, Premio UBU 2007 “Migliore testo italiano”, Premio Hystrio alla Drammaturgia 2010, Premio ETI – Gli Olimpici del Teatro 2007 – Nomination “Migliore interprete di monologo”, Premio Ugo Betti per la drammaturgia 2008 – “Segnalazione speciale” e Premio G. Matteotti 2007 – “Segnalazione della commissione”) la protagonista (Pascalina) è una donna del Sud che racconta la trasfigurazione di un amore in un incubo: la donna “rotta” da quello che tutti chiamano affetto subisce la violenza della propria famiglia, il suo onore macchiato dal sesso viene condannato con l’ustione del volto. Una cattiveria senza giustificazioni, una legge mai scritta per punire la libertà. Il racconto di La Ruina disegna l’innocenza della donna e le sue parole sembrano una ballata, soave, fino al momento crudele della sottomissione senza possibilità di difendersi. Dissonorata è un capolavoro, un manifesto indiscusso alla salvaguardia della libertà femminile. Le strofe della recitazione di Saverio La Ruina sono abilmente guidate dai fiati musicali del maestro Gianfranco De Franco, colonna sonora perfetta per accarezzare la vita sottile della povera protagonista.

Il monologo La Borto (Premio Ubu come Migliore testo italiano e Premio Hystrio per la Drammaturgia) è (cronologicamente) il secondo fortunatissimo esperimento sul tema, in questo racconto La Ruina, sempre nel suo dialetto calabrese melodioso e carico di gerghi radicati a rendere vive le immagini raccontate, ci presenta Vittoria, una donna data in sposa a 13 anni ad un uomo brutto che non ama da cui ha già avuto sette figli. Il meccanismo del parto non voluto e reiterato viene narrato con il solito melodioso contraltare musicale (Gianfranco De Franco, di spalle, non spia la vicenda, si limita a colorarla di note) finché la tragedia (l’aborto) appare raccontata con tanta crudezza quanta incoscienza possa concepire una mente dilaniata dalla sofferenza. Ferri arrugginiti e nessun antibiotico, il ventre della donna è ancora una volta violato, non più dalla carne ma dalla rudezza di un’altra donna che “raschia” via il feto. La donna ancora una volta vittima della società maschile rinuncia a se stessa, esprime la libertà e ne paga le conseguenze atroci. Il monologo assume livelli onirici quando la protagonista sogna un dialogo con un Cristo silenzioso che non da nessuna risposta. Le lacrime cascano nello stesso momento in cui si ride. Polvere (Premio Lo Straniero 2015, Premio Enriquez 2015 alla Drammaturgia, Premio Enriquez 2015 Miglior Attore, Premio Annibale Ruccello 2015 alla drammaturgia) non appartiene alla trilogia dei monologhi (con Italianesi, Premio Ubu come Migliore attore per l’interpretazione) di cui fanno parte Dissonorata e La Borto. In questo spettacolo La Ruina non è da solo in scena: si sveste dai panni “femminili” delle sue eroine del sud e smaschera il suo teatro anche di quel dialetto calabrese irrobustito e conclamato nella prova attoriale di Italianesi. In Polvere, La Ruina sceglie di mostrare la donna in carne, ossa e corpo (bravissima Cecilia Foti, al suo fianco) e lui disegna per sé il ruolo del Maschio. Un maschio che morde, con le parole e con le invasioni gelose da Otello del sud, la vita della sua compagna, condannata a dover subire le continue superbie paranoiche dell’uomo. Una storia, apparentemente d’amore, che si sbriciola sotto ai colpi violenti delle parole, una forma di violenza ben più nociva di quella fisica: uomo e donna racchiusi nel rettangolo amoroso di una casa-prigione si annientano a vicenda, o meglio, lui annienta lei supponendo e investigando ogni dettaglio della sua vita passata. La coppia si cela, rattrappita e ingabbiata, sotto al manto polveroso della diffidenza: uomo reo e donna succube. Antipasto crudele, nella visione di La Ruina, del culmine di tante tragedie di cronaca nera in cui spesso la donna, spenta e impolverata, subisce addirittura l’omicidio. Troppo pochi i Premi ricevuti per commisurare la potenza interpretativa, drammaturgica e sociale di questi splendori del Teatro Italiano. Saverio La Ruina è e sarà indiscutibilmente uno dei Maestri e dei vanti della nostra Italia nelle epoche a venire. Complimenti al Teatro Quarticciolo, che ha innescato questa trilogia sul “femminicidio” nel periodo della ricorrenza della giornata a ricordo di tutte le donne (repliche il 22, 23 e 24 novembre) violate dal sopruso maschilista, familiarista o sociale.

www.noteverticali.it – Luigi Caputo – 18/08/2016

Intensa drammaturgia al Teatro Morelli di Cosenza, nel terzo appuntamento della stagione More Fridays 2014-2015. Saverio La Ruina ha portato nuovamente in scena ‘Dissonorata. Un delitto d’onore in Calabria‘, l’opera che lo ha consacrato con merito nell’olimpo del teatro contemporaneo. Un monologo di teatro militante accorato e vivo, che, attraverso la storia di Pasqualina, vuole dar voce alle donne e alle loro condizioni in contesti culturali, storici e geografici solo apparentemente distinti e distanti dai nostri. […] racchiude in sé caratteri e soprusi non assenti purtroppo nel quotidiano, dove ‘femminicidio’ non è parola lontana dalle cronache, e restano troppe, purtroppo, le violenze subite da donne anche in scenari familiari di apparente serenità. […] Una scarna rappresentazione, che si fa invece eco struggente di denuncia per le assurde vicende narrate. […] La Ruina, con talento proprio di artista, esalta la sua creatura nel riprendere toni e colori di un personaggio che riesce, nella sua semplicità espressiva, a restare forte della sua ingenuità, commovente per la sua tenerezza, testimone di docile e granitico coraggio. […] Un linguaggio che diventa a volte persino comico, che commuove e che interiorizza il dolore di una creatura che non ha conosciuto la felicità. […] Grandissimo merito a Scena Verticale, per una produzione già pluripremiata (due Premi Ubu nel 2007 a La Ruina come ‘miglior attore’ e all’opera come ‘nuovo testo italiano’) che è stata riproposta con giusta attenzione, ricambiata dalla presenza e dagli applausi di un pubblico attento e commosso.

www.nuovosoldo.it – Francesco Saija – 27/11/2013

[…] non poteva mancare il bravissimo autore e attore calabrese Saverio La Ruina che in anni recenti abbiamo potuto apprezzare in “ la Borto” e “Italianesi”. Certamente La Ruina si colloca tra le presenze più importanti e moderne del teatro contemporaneo italiano. Il suo affascinante dialetto calabrese ( al confine con la Basilicata ) irrompe sulla scena e trasforma, con il suo lungo e ininterrotto lamento, il palcoscenico in altare. Una grande “liturgia”, antropologicamente perfetta, che ha al centro la donna meridionale ma potremmo dire la donna tout court nella sua dignità e nella sua sofferenza ma anche nella sua forza e nel suo coraggio. “ Dissonorata. Un delitto d’onore in Calabria” è certo un pezzo di teatro di portata universale perché la storia delle donne calabresi del secolo ventesimo o anche di oggi è la storia di tante donne che, ai nostri giorni, in tanti Paesi del mondo, che si dice globalizzato, sono vittime della legge degli uomini, i maschi-padroni.

Dirittodicronaca.it – Anna De Biasi – 13/01/2014

[…] Una donna calabrese che incarna la Calabria tutta. Una Calabria al femminile. In questa narrazione si intersecano elementi grotteschi e surreali, comici e drammatici, tipici del nostro Sud. Ambivalenti, cosi come è ambivalente la vita. Storie in cui tutti ci possiamo ritrovare. Storie di panni stesi al sole, lutti placati, mandati giù per forza, come un caffè amaro bevuto dalla vicina di sempre, rassegnate perdite, lacrime e nenie, pregiudizi ancestrali duri a morire. […]Di donne come oggetti da possedere, assoggettare, assaporare. Di donne che si ribellano, con le loro scelte. Delle donne, quelle vere, che sanno andare oltre l’orizzonte. E’ una denuncia questo spettacolo. E’ un urlo che non può essere messo a tacere. E’ l’urlo di tutte le “Dissonorate”, le “svergognate”, le nonne con il lutto di sempre, le amanti, le mamme, le donne: tutte. E’ sulla loro pelle, sulla loro carne, sulle loro macerie, che è scritta la storia.

Strill.it – Anna Foti – 14/01/2014

[…] Un monologo scritto in dialetto calabro lucano, nel 2007 vincitore del prestigioso premio Ubu come Miglior testo Italiano; una vittoria multipla per un testo animato da una efficace contaminazione linguistica in cui palpita il fascino del confine segnato tra le due regioni dal Monte Pollino. Complici l’amara ironia, l’intraducibile e peculiare sonorità, l’intensa e magistrale gestualità e l’immediatezza e la concretezza tipica delle donne del popolo immerse in una dura quotidianità, il racconto sfida bonariamente il pubblico e, nonostante il dialetto, lo raggiunge con successo. […]

Cinemavvenire.it – Francesco Luccioli – 16/05/2008

Una sedia illuminata nel mezzo di un palco buio e qualche musica appena accennata in lontananza. Non serve altro a Saverio La Ruina per catturare l’attenzione del pubblico e lasciarlo completamente senza fiato. Perché Dissonorata ha bisogno soltanto di parole, nient’altro; ottanta minuti di monologo in dialetto calabrese che toccano l’animo e lasciano un segno profondo. La storia di una donna raccontata da un uomo, un uomo che indossa i pantaloni sotto la gonna, un uomo che sa guardare con delicatezza le immagini del passato, che ne sa tratteggiare i contorni, disegnarne i volti, ritrarne i sentimenti, senza sconvolgerne la memoria, senza violarne i segreti più profondi. Un monologo che è insieme confessione e denuncia, un racconto intenso e vibrante anche e soprattutto grazie all’utilizzo di un dialetto vivo e musicale, lingua per descrivere e, insieme, per coinvolgere, lingua familiare e concreta, l’unica in grado di oltrepassare i limiti della semplice comunicazione e di raggiungere le corde del sentimento. […] Vincitore dei premi UBU 2007 quale miglior attore e miglior rivelazione italiana, Saverio La Ruina interpreta con infinita passione e mirabile decoro il dramma di Pasqualina, restituendo il senso di una tragedia insieme pubblica e privata, una tragedia ancestrale di brutale attualità. […] L’autore-protagonista parla senza fretta, dando al suo personaggio il tempo e il modo di prendere confidenza con la parola, di plasmarla secondo le proprie necessità e le proprie possibilità espressive, creando una lingua semplice e insieme immediata, ricca di ripetizioni e di immagini dalla forte carica visiva. […]

klpteatro.it – Laura Chianese – 03/02/2011

E’ Saverio La Ruina a dar corpo e voce alla protagonista, affiancato da Gianfranco De Franco, incantatore di ricordi, in un toccante monologo vincitore di numerosi premi e riconoscimenti […] Non è facile rendere interessante (senza creare un prodotto di nicchia) un testo totalmente dialettale, che non aiuta la comprensione dello spettatore con alcun movimento scenico o scenografico, se non con una gamba che ciondola penzoloni dalla sedia per tutta la durata del racconto, o con le mani nervose che si muovono per contare “i petri pi ‘nterra”. Eppure il testo fa del dialetto la sua arma vincente: la difficile comprensione rende scomoda la posizione di chi assiste, tanto da ipnotizzare. Un gioco ad armi pari tra interlocutore e ascoltatore. […] Così il monologo diventa dialogo universale. Sono esistite ed esistono tuttora donne che vivono nella paura e nella violenza, lontane da minigonne e tacchi alti (tanto da ritenere “la manica a tre quarti una conquista”), affrante e diss/onorate da mentalità bigotte e censori. Esistono nel sud Italia come in Iran o in Algeria, e allora merita onore un teatro che dà loro voce. […]

nonsolocinema.com – Carola Minincleri – 31/01/2011

Lo spettacolo Premio Ubu 2007 per il miglior testo italiano e miglior attore italiano non delude, tutt’altro: emoziona fino in fondo. Saverio La Ruina magico interprete di una Calabria non troppo lontana. […] Il personaggio intensamente disegnato da Saverio La Ruina – che mantiene un’energia possente e viva pur senza mai alzarsi dalla sedia da cui parla – è una donna commovente, intensa e ricca di sfumature […] Uno spettacolo da non perdere, grazie alla grande prova di La Ruina, capace di creare una donna deliziosa, emozionando con piccoli gesti in un corpo sempre in tensione, senza mai alzarsi dalla sedia, in una ricchezza espressiva ottenuta per sottrazione, e grazie agli interventi misurati, precisi, puliti del polistrumentista Gianfranco De Franco, che più giusto sarebbe definire un secondo ottimo attore su una scena equilibratissima, sobria ed elegante su cui si staglia tutta la forza di una tragedia. Un unico rammarico per lo spettacolo di Scena Verticale: l’ostinazione di qualche spettatore veneto nel capire parola per parola di un dialetto che non è il proprio – quando l’attore in scena compensa ogni tipo di vuoto e il tema supera ogni barriera sociale e culturale, figuriamoci linguistica – che con commenti fuori luogo rischia di rovinare il finale più poetico visto in questa stagione.

Il seme sotto la neve – Lisa Verdesi – luglio 2008

Esistono rari spettacoli che, unanimemente, piacciono al pubblico, convincono la critica, diventano piccole confezioni di culto che ad ogni replica segnano un punto positivo. Càpita a Dissonorata, di Saverio La Ruina, […] L’utilizzo del dialetto, come dimostrano anche i drammaturghi coetanei di La Ruina (Ascanio Celestini, Emma Dante, Davide Enia, Vincenzo Pirrotta…), non pone alcun limite alla fruizione del testo, anzi misteriosamente ne intensifica la forza. La magia del cunto e della fiaba si posa sulle capacità attoriali (e in questo caso ce ne sono) come un alone di stregoneria e di paganesimo antico, rassicurando e, contemporaneamente, agitando gli animi.

Persinsala.it – Serena Zunino – 24/09/2010

Al Teatro Franco Parenti, Saverio La Ruina porta in scena uno spettacolo di grande impatto emotivo per raccontare la violenza sulle donne. […] Lo spettacolo arriva dritto al cuore dello spettatore, uomo o donna che sia. Ma La Ruina ci lascia con un dubbio atroce: che il racconto sia in qualche modo autobiografico dato che al neonato viene dato il nome di Saverio? O forse ognuno di noi potrebbe essere quel bambino – o quella donna? […] Pubblico attento a ogni singola parola, gesto o movimento dell’attore mentre sui visi si susseguono espressioni di spavento, sgomento e rassegnazione.

kantor.splinder.com – Paolo Bogo – 12/02/2009

In circa un’ora, come si è visto al Teatro Civico di Caraglio sabato 7 febbraio, seduto su una sedia, indossando abiti femminili, accompagnato dalle musiche eseguite dal vivo da Gianfranco De Franco, racconta con forza straordinaria – anche grazie al dialetto pur strettissimo dell’area tra Calabria e Basilicata – la terribile vicenda di un’ingenua ragazza degli anni ’50, Pascalina. […] La Ruina riesce a comunicare stupori, emozioni e dolore al di là della comprensione letterale del testo, mostrando così il suo grande valore di attore e di drammaturgo.

Messinawebtv – Elena Rao – 15/12/2007

Si abbassano le luci alla Laudamo e sulle dolenti note suonate dal vivo dallo straordinario Gianfranco De Franco, al centro del palco, seduto su una sedia, con indosso un grembiule, una maglia che copre le braccia fino al gomito, una vestina da casalinga lunga fin sotto il ginocchio indossata sopra i pantaloni, le calze sotto i sandali, ecco Saverio La Ruina che con tutta la sua bravura mimica interpreta Dissonorata, un drammatico monologo che tiene inchiodato alla sedia lo spettatore per più di un’ora, emozionandolo e trasportandolo intimamente nella triste storia di Pasqualina […] Grandissima prova per Saverio La Ruina, autore regista e interprete di quest’opera recitata tutta in un dialetto calabrese molto stretto ma che incanta per la sua musicalità. […]

Thetamarind.eu – Cristina Carlini – 23/09/2010

[…] E’ una storia semplice, è una storia “piccola”, malgrado narri di “guai grandi”. Che però non colpiscono a pugni lo stomaco come ti aspetteresti: la dolcezza e la speranza della protagonista restano più forti di qualsiasi altra cosa. E’ una storia “piccola”. Ma è uno spettacolo grande.

www.traspi.net – Roberto Canavesi – 25/06/2007

[…] un bellissimo spettacolo-fotografia di un’Italia da cartolina dove toni tragici e comici si alternano in perfetto equilibrio, lasciando anche spazio ad una buone dose di grottesco e ad un senso del comico perennemente velato da un’amara ironia. […]Saverio La Ruina regala una straordinaria prova d’attore per intensità ed intimità di una narrazione resa ancora più forte dal linguaggio, un calabrese stretto ma non per questo poco comprensibile, che impiega poco tempo per affermarsi con tutta la sua forza e poesia. Ottanta minuti di un vibrante monologo, a tratti intervallato dai commenti musicali eseguiti dal vivo da Gianfranco De Franco, per una suggestiva serata di teatro dove passato e presente si mescolano alla perfezione […]

www.connessomagazine.it – L’informazione culturale del Nordest – Valentina Coluccia – 05/03/2007

[…] Un monologo dai tratti accoratissimi e al tempo stesso così delicati e travolgenti da superare la barriera biologica che si pone fra uomo e donna: sul palco a raccontare delle emozioni che si susseguono velocissime e quasi frenetiche è un uomo ma nelle orecchie di chi ascolta scorre la voce di una donna. Non è uomo e non è donna allora la matrice dei sentimenti che dilagano dal palco verso gli spettatori e viceversa in uno scambio pulsante di suggestioni che sconfinano spesso nella tenerezza e nell’impotenza e che arricchiscono queste facce di una stessa medaglia di un continuum emozionale che raggiunge altissimi livelli. Una perla da palcoscenico da vivere e da dedicare e dedicarsi in un atto di coraggio e doverosa introspezione verso di sé per migliorare e crescere e soprattutto – così come è compito del teatro civile – per riflettere su chi siamo e dove vogliamo andare. Calorosissimi e meritati gli applausi finali.

W.E. – writingeffort – 28/02/2007

[…] Lo spettacolo dura un’ora, forse qualcosa di più, ma è difficile distrarsi, nonostante la staticità e l’ostacolo del dialetto. Saverio La Ruina è bravissimo. Nessuna parola, nessun minimo movimento è lasciato al caso. Tutto rientra nella costruzione, nel testo perfetto (mai eccessivo, mai povero), nella magistrale interpretazione. E alla fine, al momento del commiato, quando Gracias a la vida accompagna dolcemente le luci che si abbassano, il mistero della nascita e dell’amore è più forte del dolore e della violenza, ed è difficile applaudire ad occhi asciutti. Mi piacerebbe che l’attore, e il teatro più in generale, potessero avere sempre questo effetto. Parlare di quelle cose semplici che semplici non sono, arrivando con una naturalezza umile e composta a pigiare il dito su quello che ci avvicina, piuttosto che su ciò che – in mezzo alla confusione – finisce per allontanarci.

genova.mentelocale.it – Laura Santini – 18/12/2013

[…] migliori esempi di teatro di narrazione contemporaneo, dal Vajont a Ustica di Marco Paolini, da Olivetti a Mattei di Laura Curino, fino alla preziosa drammaturgia di Saverio La Ruina dove donne e uomini ignoti della nostra Italia vanno in scena nelle loro lingue e storie, tutt’altro che eroiche (Dissonorata, La Borto, Italianesi).

www.culturaspettacolovenezia.it

[…] uno spettacolo che coinvolge a tutto tondo, in cui i gesti, le parole, la musica, le emozioni di questa riflessione sulla condizione femminile che parte dalla storia di una donna calabrese, sono concentrati nella magnetica presenza di Saverio La Ruina. Uno degli spettacoli più acclamati della stagione […]

www.paperstreet.it – Nicola Delnero – 14/02/2016

[…] una magistrale interpretazione che verte sulla musicalità delle parole (colorate da un timbro femminile), e sulla padronanza del gesto, mai improvvisato e sempre calibrato. […] Un monologo struggente.

www.messinaora.it – Martina Morabito – 23/11/2013

[…] Saverio La Ruina, autore, regista e interprete fenomenale, che appare da subito trasfigurato, assumendo le fattezze della sua protagonista. […] Le sue mani torturano un lembo del vestito, il piede sinistro dondola e il suono delle sue parole, fuso con echi musicali prodotti in scena dal polistrumentista Gianfranco De Franco, che la avvolgono con note dolcissime e strazianti insieme, scavando nell’anima del pubblico. […]

www.teatro.it – Simone Manfredini – 08/01/2012

[…] Enorme è stato il successo di pubblico che ha premiato in questo modo la scelta coraggiosa di  inserire all’interno della stagione principale un testo come Dissonorata […] Moltissimi e meritatissimi gli applausi a fine recita: Dissonorata può essere davvero definita una delle scritture più emozionanti dell’ultimo decennio, uno straordinario esempio di teatro di narrazione. Grande è stata la prova attoriale di Saverio La Ruina ed efficacissimo il contesto di buio/luce, silenzio/musica, immobilità/gesti in cui si svolge lo spettacolo, mentre l’attore, che in questo caso è anche scrittore e regista, racconta al pubblico la storia di cui è protagonista Pasqualina. […] voto *****

www.bolognateatri.net – Damiano Pellegrino – 12/04/2018

«A testa vasciata e tengo l’occhi in terra a cuntare le pietre. A testa vasciata e tengo l’occhi in terra a cuntare le pietre». Queste le parole che ritornano più volte nel corso dello spettacolo Dissonorata di e con Saverio La Ruina, uno dei fondatori di Scena Verticale e vincitore nel 2007 proprio con questo lavoro di ben due premi Ubu. Il lungo monologo, esposto per intero in un dialetto arcaico a metà tra la Calabria e la Basilicata, pare una lunghissima canzone in cui temi, intercalari e tonalità si combinano insieme e costituiscono diverse melodie. Nella scrittura del racconto, definito in apertura dalla protagonista Pasquina «nu cuntu» trascinato dal vento qua e là e rievocato nella sua memoria sempre uguale, si avverte un magma proveniente da un sapere arcaico e popolare e da uno studio antropologico a cui La Ruina attinge per costruire questo canto. Saverio affonda le mani nei luoghi profondi del meridione, veste una tunica con una decorazione simile a un arazzo, dà una voce e un corpo a Pasquina, una giovane ragazza del sud, un archetipo femminile del tutto nuovo e personale. L’interprete si cuce addosso mirabilmente l’identità di questa donna, veste i suoi abiti, si comporta come lei, in un gioco che mischia la realtà e la psicosi dell’umano. […] L’atto che La Ruina compie è quello di scavare nel corpo sgraziato e debilitato di una donna, che immaginiamo evochi il racconto sul letto di morte, quasi in età tarda, con il volto bruciato per l’offesa ricevuta. Allora ci vengono alla memoria le figure che compongono la teoria pittorica di morti, costruita mirabilmente da Joyce, per la città di Dublino: di fronte ritroviamo vittime di una paralisi che ha accecato il mondo. Pasquina, che nel racconto avrà sana e salva la sua vita e darà alla luce il figlio, pare una morta che si riversa nelle strade del suo paese, vaga nelle terre che ha abitato, si trascina con i suoi tormenti e attraverso gli occhi della morte ritorna alla vita. Alle sue spalle nella scena, i suoni del polistrumentista Gianfranco De Franco accompagnano il flusso vocale del racconto, generando sferzate, tagli e brusche cadute destinate a rompere e scomporre una possibile linearità dell’esposizione per indagare tutte le sfaccettature più oscure e segrete dell’animo umano.

www.inscenaonlineteam.net – Francesco Tozza – 22/04/2017

[…] ci piace confermare il piacere, anzi l’entusiasmo, con cui già accogliemmo Saverio La Ruina e il suo ormai celebre Dissonorata […] La lingua dolce, musicalissima (un calabrese impastato di lucano), con cui un dimesso Saverio en travesti (senza sbavature, quasi con grazia e pudore, non senza un pizzico di accorata ironia) […] ha incantato letteralmente l’uditorio; […] fino a quando le note di Violeta Parra (col suo Gracias a la vida), nello splendido finale, hanno chiuso, quasi con un soffio di speranza, il cortocircuito delle emozioni.

ammazzarelaportinaia.splinder.com – FrancoG – 01/04/2008

Senza mezze misure, senza mezze parole: straordinario Saverio La Ruina nell’interpretazione di una donna una giovane donna calabrese, immersa in una società che (forse) non c’è più, ma che certo si può ritrovare in qualche altro sud del mondo. Una storia simbolo della condizione femminile, una storia di diritti negati sin dalla nascita, salutata come una disgrazia e non una gioia.[…]

ottoetrenta.it – Silvia Rio – 22/11/2014

[…] uno spettacolo come pochi, e l’unico modo per ringraziare Saverio La Ruina è applaudire; applausi ininterrotti ed entusiasti […]

palermo24h.com – Noemi Sapienza – 15/09/2008

[…] La Ruina, con infinita dolcezza, accoglie l’anima di questa povera illusa, se ne fa portavoce, ci chiama ad uno ad uno con lo sguardo […] la replica riservata alle scuole è stata un successo incredibile, con gli studenti silenziosi e attentissimi a non perdere neppure una parola. E un uragano di applausi nel finale come nella recita per gli abbonati a cui io ho assistito.

Il Quotidiano della Calabria – Totonno Chiappetta – 06/05/2007

Dissonorata, il teatro emozionante e sublime. Sono stato a teatro l’altra sera e meno male. Ho assistito alla performance di Saverio La Ruina al teatro dell’Acquario dal titolo: “Dissonorata”, è stata una delle cose più emozionanti che abbia mai visto. Oltre che un capolavoro di linguaggio, La Ruina si supera per lo studio dei movimenti della donna consumata dalla vrigogna, uno studio così profondo che quasi ti fa pensare ad un racconto autobiografico. Una grandissima prova d’attore, emozionante, tanto che per un’ora e mezza si sta con le pelle d’oca viaggiando nel mondo agrodolce di Pasqualina nell’automobile celeste dei suoi sogni. Una prova di autentica recitazione che sublima le pause, quelle pause che favoriscono una distrazione dal dolore, indispensabile a Pasqualina Dissonorata. (…) Grazie Saverio per questo gioiello che non mi farà stancare mai di gridare: BRAVO. E grazie ancora per la tua stupenda umiltà e per lo stupore che conservi nei tuoi occhi, nonostante la tua bravura. Grazie.

Birdmenmagazine.com - Giulia Di Bella - 19/ 07/2023

Dissonorata – La colpa e la condanna di non nascere uomo

Coltivare sogni che non si sarebbero mai realizzati. Questo il destino che toccava a molte donne nate nella Calabria del dopoguerra, le stesse che Saverio La Ruina ci racconta nel suo Dissonorata. Un cunto appassionato e dolente, in scena al Teatro Fabbrichino di Prato e in tournee ormai da oltre 15 anni. Uno spettacolo che ha mantenuto nel tempo la sua carica dirompente, che squarcia il silenzio di una sala incantata dal sorriso e il disincanto di Pasqualina, sfortunata protagonista della storia.

In questo lungo monologo è proprio Saverio La Ruina a interpretare Pasqualina. Una scelta che rivela già in partenza il progetto ambizioso e la cui resa non è affatto scontata: rendere credibile la voce di un uomo, che racconta in prima persona il dramma di una donna meridionale alla metà del secolo scorso. Pasqualina nasce femmina, in un tempo e in un luogo in cui ogni padre desidera il figlio maschio: è così che, ancora senza colpa, raccoglie il suo primo, doloroso, rifiuto. Cresce in una terra aspra, ostile, che concede alle donne l’unico sogno di sposarsi a qualcuno che le renda felici, degne di esistere. E Pasqualina, obbediente in tutto, anche nei desideri, racconta quei sogni candidi e ingenui, che l’ingenerosa realtà fa presto ad infrangere.

In Dissonorata il palco è vuoto. Solo una sedia al centro della scena, su cui Pasqualina va a sedersi all’inizio dello spettacolo. Gesti compiti e occhi timidi, ora sfuggenti ora penetranti, ma sempre desiderosi di raccontare una storia che è l’eco di molte altre. Calabria, primo dopoguerra. Molti uomini sono lontani, a combattere altrove; molte donne rischiano di restare nubili, zitelle dunque reiette. Pasqualina vive in campagna, tra le pecore e lo sguardo severo di chi non tollera le donne sole, senza marito.

E allora si mette a sognarlo un marito, uno qualsiasi, e quando incontra un uomo crede subito alle sue parole. Lui le promette che la sposerà, sì, ma prima la possiederà. E il resto è presto detto: Pasqualina rimane incinta, il “promesso sposo” l’abbandona, i familiari di lei la cospargono di benzina e le danno fuoco. Vogliono bruciarla, e con quel fuoco rimuovere ogni traccia di un bambino che mai nascerà, e di un disonore che metteranno a tacere. Ma grazie a una zia della ragazza, Pasqualina e il figlio che porta in grembo riusciranno a sopravvivere e avranno un’altra, pur straziata, possibilità di riscatto…

Dissonorata è un flusso calmo e potente, accompagnato dagli intermezzi musicali di Gianfranco De Franco, che suona dal vivo incorniciando e smorzando le asprezze di un monologo accorato, sofferto. Ma ad alleggerire questa storia struggente è anche l’eloquio dolce, sussurrato, con toni persino brillanti nella loro sobrietà, di uno straordinario Saverio La Ruina che dello spettacolo è anche regista.

La Ruina anima il monologo con i movimenti tipici del cunto, composti e armoniosi; trasforma la disperazione sussurrata di Pasqualina in una danza, costretta in abiti e movenze di donna senza alcuna libertà di scelta. Dà a Pasqualina toni garbati, sommessi, delicati anche nella sofferenza più acuta; la sua voce vibra di un disincanto che non è mai rassegnazione, né al destino infausto che l’ha presa, né al giudizio di cui Pasqualina, come ogni donna di quei tempi e di quei luoghi, si faceva suo malgrado oggetto e soggetto.

La protagonista di Dissonorata racconta un viaggio esistenziale attraverso le poche possibilità che la vita le ha offerto, del suo sogno d’amore presto deluso, dei sogni irreali precipitati in una triste storia di rinunce e soprusi, di sacrifici vani e di un (non troppo) vago odore di morte. Una morte che, a tratti, sembra l’unico accesso alla libertà. C’è dolore nel cunto, nelle parole di Pasqualina. Ma c’è tanta ironia nel suo sguardo vispo, nella voce, nel modo complice con cui l’attore si rivolge al pubblico, che in silenzio non vuole perdere un solo accento della magia che si crea. 

La lingua usata è il dialetto calabrese, che sprofonda il pubblico nelle atmosfere cupe e asfissianti di un’esistenza piena di limiti, di violenza. Ma Pasqualina, pur “dissonorata”, sorride fiera mentre ci racconta di sé, della sua vita delusa e di una nuova vita – quella del bimbo che dà alla luce – che si prepara a riscattarla, a cambiare la sua sorte di donna sconfitta.

C’è bisogno di parlare di donne, di queste donne. E serve che lo facciano anche gli uomini indossando, sopra i propri abiti, i panni di chi da secoli è vessata e discriminata. Come Saverio La Ruina fa con la sua Pasqualina, e con uno spettacolo che in questi anni gli è valso prestigiosi riconoscimenti quali il Premio Ubu e il Premio ETI 2007, il Premio Ugo Betti nel 2008 e il Premio Hystrio nel 2010Dissonorata potrà continuare a incantare e a far vibrare le platee di molti teatri, fin quando, in qualunque parte del mondo, anche una sola donna sconterà la colpa di non essere nata uomo.

 

Mentinfuga.com - Gianfranco Falcone - 27/10/2021

Pascalina sa pascolare gli agnelli. Pascalina sa pascolare le pecore. Pascalina sa pascolare le vacche. Gliel’ha insegnato suo padre. È brava Pascalina a fare il suo lavoro. Pascalina vuole sposarsi. Lo vuole ma aspetta il suo turno, che prima si sposi la più grande. Poi toccherà a lei. Intanto continuerà a camminare con gli occhi bassi, a contare le pietre, perché alzando gli occhi al cielo non sia presa per una puttana, per una poco di buono.

Dissonorata: questa è la storia che ci racconta Saverio La Ruina da solo sul palco, seduto su una sedia, con una vestina da pochi soldi buttata addosso. Alle spalle, nella penombra, Gianfranco De Franco con i suoi strumenti a sottolineare i momenti più densi del monologo in scena, che ci porta a poco a poco in una storia della Calabria degli anni 70. Dove la povera Pascalina ha talmente tanto desiderio, talmente tanta paura addosso, di non riuscire a sposarsi che infrange il tabù. Si concede a un uomo che poi l’abbandonerà. Rimane incinta e l’onore familiare vuole che sia punita. Sarà il fratello a rovesciarle addosso del cherosene, di quelle che si usano per la lampada. Lei diventerà una torcia umana, con le fiamme che le divorano la carne. Ricoverata in ospedale avrà tutti contro. Si salverà. Il mento rimarrà incollato al petto per le bruciature, ma suo figlio crescerà bello e forte. Tant’è che nel finale come segno di redenzione Pascalina dirà che suo figlio Saverio è nato nello stesso giorno di Gesù.

Che il figlio di Pascalina abbia lo stesso nome di La Ruina non tragga in inganno. Non si tratta della storia di autobiografica dell’autore, ma un modo per il drammaturgo di essere accanto al suo personaggio con affetto, con amore, omaggiandolo.
Saverio La Ruina non sceglie una strada facile nella sua interpretazione. Innanzitutto sceglie la via del dialetto calabrese. Avrebbe potuto recitare anche in swahili e non sarebbe cambiato nulla, tanto è potente la sua vena interpretativa. L’attore regista riesce a definire, a delineare la giovane Pascalina e l’anziana Pascalina con toni asciutti, senza concedere nulla al narcisismo attoriale. Usa pochi gesti, poche espressioni misurate, sia per dare voce al dolore che alla felicità.

Noi spettatori siamo rapiti, trascinati. Siamo avvinti mentre assistiamo al viaggio di Pascalina, alla sua sofferenza, alla sua perdizione, al suo desiderio, e alla sua redenzione. Perché in fin dei conti quella di Pascalina è una storia di redenzione.
Assistiamo all’abuso che non è descritto, ma evocato dalla superba musica di Gianfranco De Franco e dal suo sassofono.
Non è un caso se questo attore calabrese negli ultimi anni sia stato pluripremiato a tutti livelli. La sua arte severa è di grande impatto. Non è un caso che il Teatro Menotti in questi giorni dedichi all’attore una personale, che ha visto Saverio La Ruina in scena nelle ultime sere con Saverio e Chadli vs Mario e Saleh e con DissonorataUn delitto d’onore in Calabria, e lo vedrà il 28 il 29 ottobre impegnato a interpretare La Borto, e il 30 e il 31 con Polvere – Dialogo tra  uomo e donna.

Per l’attore si tratta di un vero e proprio tour de force, che in meno di 15 giorni lo vedrà impegnato in quattro spettacoli diversi. Anche questa è la dimostrazione di una grande verve attoriale, di un protagonista che accetta la sfida insita nel portare in scena un repertorio così variegato.

Ma torniamo per un attimo alla nostra Pascalina e alla sua redenzione. La bella capacità di Saverio La Ruina è quella di non ridurre il suo personaggio a una parvenza macchiettistica, ma di averle dato definizione, personalità, corpo, tanto da avvincere anche un pubblico giovanile che alla fine della serata ha posto alcune domande all’attore, che si è offerto al dibattito condotto dal direttore artistico del teatro Emilio Russo, che ha giustamente sottolineato che il teatro continua anche dopo il teatro. È stato lì che una giovane spettatrice ha posto una domanda importante tra le tante che sono state rivolte.
Come fate voi che siete adulti a immedesimarvi in quello che è un problema che noi giovani dobbiamo comprendere. Quando il voler bene è autentico o è soltanto un apprezzamento perché l’altro ci ha fatto star bene?”. Fondamentalmente è questo l’inganno in cui cade Pascalina. Capirà soltanto in là negli anni che quel ti voglio bene pronunciato dalla persona di cui si era innamorata non era autentico bene, ma solo una sorta di ringraziamento per averlo trattato come un principe.

L’interpretazione di La Ruina mi ha portato a divagare con la memoria, tra ricordi, fatti, aneddoti privati. Ma quando il teatro, l’arte in generale, riescono a condurre su questi sentieri significa che hanno fatto scattare l’importante molla dell’identificazione e delle libere associazione. Presupposto indispensabile del buon teatro. Inoltre, se il teatro riesce a sollecitare domande nei giovani allora significa che il teatro è vivo.
Siccome sono curioso ho costretto Saverio La Ruina, per fortuna con il suo consenso, a una breve intervista incrociandolo negli spogliatoi dove ci ha raggiunto anche Cecilia Foti, sua compagna di vita e interprete di Polvere. Aveva un fazzoletto in mano, si asciugava gli occhi mentre rivolgeva al regista parole piene di affetto.
Io sono l’ennesima volta col fazzoletto. L’ammazzo. Mi fa piangere.

Chiaramente parlava delle sue reazioni allo spettacolo appena visto. Per fortuna non era un pianto triste, l’abbiamo accompagnato con un moto di simpatia. Quindi è iniziato il dialogo con il regista attore.

Non credi che in realtà ci si focalizzi troppo sul fatto che usi il dialetto calabrese? In realtà tu usi una terza lingua su cui non ci siamo soffermati, quella del teatro. Potresti parlare in tedesco o in giapponese e sarebbe lo stesso.
Ma sì, sì. A parte il fatto che il teatro italiano è fatto da queste lingue dialettali, prendiamo per esempio Carlo Goldoni.
Qualche giorno fa al Piccolo Grassi hanno dato Arlecchino servitore di due padroni con Bonavera recitato in veneziano.
Addirittura leggevo in un’intervista che una volta in Cina l’hanno fatto prima con i sottotitoli ed è andato così e così. Hanno tolto i sottotitoli e i cinesi ridevano e partecipavano.
Con lo spettacolo Dissonorata tu sollevi la questione femminile. Ma in realtà in filigrana tu sollevi la questione maschile. Non ci facciamo una bella figura e non lasci molta speranza a noi uomini. Negli altri spettacoli ne lasci di più?
Qui alla fine è una donna che comunque riemerge. Pensa alla canzone Gracias alla vida che mi ha dato gli occhi, che chiude lo spettacolo. Lei in qualche modo riesce, a suo modo, a non essere sopraffatta.
Le donne le salvi, gli uomini un po’ meno. C’è qualche speranza per gli uomini nei tuoi spettacoli? È vero lei si salva, ha un figlio e ne è orgogliosa. Tant’è che si vanta nel dire che il figlio è nato lo stesso giorno di Gesù. La mia idea è che inevitabilmente quando si parla del femminile viene poi fuori il maschile.
Devo dire che forse hai ragione. Non ho grandi speranze. Pensavo anche all’uomo di Polvere.
È bellissima l’espressione che hai usato L’uomo di polverePuò essere intesa in un duplice modo. O come L’uomo che fa da protagonista della pièce polvereOppure L’uomo che ha come caratteristica quella di essere fatto di polvere, quindi di poca sostanza, di nulla.
Esatto. In realtà poi la polvere è quella che fa perdere alla donna la visibilità, l’esatta percezione di quello che accade. Però la donna, e questo è lasciato alla sensibilità dello spettatore, potrebbe aver avuto un piccolo lampo di comprensione. L’uomo non ci arriva. Lui rimane in questa incapacità di salvezza, in questa incapacità di fare un percorso.
Mi sembra di capire che credi poco nell’uomo, di più nelle donne.
Diciamo che sono concentrato sulla donna perché in questo momento è quella che ha più bisogno di avere voce, che comunque ha il percorso più tortuoso.
Ti faccio una provocazione. Ne sei così sicuro o non è anche questo uno stereotipo? Perché l’uomo nella sua cecità, non avendo la capacità di comprendere o di aprirsi al dubbio forse è quello che ha più bisogno di tutti. Chi è veramente perso è l’uomo.
Certo. Mi fa anche una tenerezza l’uomo dello spettacolo Polvere. Tra l’altro a Milano quando ha debuttato ho capito come andare avanti. Al Teatro dell’Elfo si è alzata una donna dalla platea, e ha urlato ad alta voce all’attrice in scena “Sparagli. Sparagli”. C’era Rai Cinque che ha ripreso. 
Dovunque andiamo, comincia il tifo in sala, il fastidio, e via dicendo. Questo per dirti come viene avvertito lo spettacolo. Ci sono anche donne che alla fine della recita mi dicono “Adesso non ti riesco a salutare con tutta spontaneità perché tocchi delle corde nelle donne…”. Che tra l’altro sono molto più pesanti e dolorose di quanto si sappia. 
Alla fine facendo lo spettacolo ho scoperto che è molto diffusa, e di molto, questa violenza psicologica. Molto di più di quanto pensassi affrontando questo argomento. 
Effettivamente l’uomo non ha chances. Dici veramente una cosa vera. Se il problema nasce dall’uomo, se porta certi modelli e non riesce ad emanciparsene, è lui che ha bisogno. 
Durante la ricerca sono stato a Genova in un centro di ascolto uomini dove il responsabile era Arturo Sica, lo psicologo che ha creato questo incontri. Tutti gli uomini che erano là, che stavano facendo un percorso, quindi consci della situazione, alla fine sai che cosa mi dicevano? 
“Sì. Però lei mi ci ha portato”. Solo il più giovane, un ragazzo di 21 anni, si è totalmente dato la responsabilità di quello che aveva fatto nei confronti della compagna, e della violenza che aveva utilizzato. Questo dà speranza. 
Spesso le donne fanno delle manifestazioni per la parità di genere, le fanno loro come donne, però spesso tra di loro l’uomo non c’è. Se non coinvolgi l’uomo in tutta questa storia non ne esci. 
Certo ci sono anche donne, mamme, che si comportano con i figli, in modo da predisporli a certi comportamenti. Ma in ogni caso l’uomo deve essere coinvolto.
Quindi il problema è anche che le donne propongono degli stereotipi nei loro processi educativi.
Certo.
Ti faccio una delle ultime domande perché si sta facendo tardi e devi andare a cena dopo lo spettacolo. Non sei stanco di prendere tutti questi premi? Tra gli altri ho contato cinque premi UBU, che sono l’Oscar del teatro italiano.
Chi sono stati i tuoi maestri?
Io ho fatto la scuola di teatro di Bologna. Un incontro importante per me è stato quello con un attore meraviglioso come Jerzy Sthur, regista cinematografico e attore di Kieślowski. È un attore immenso che ha fatto delle cose anche in Italia e all’epoca strapiaceva. 
Con lui ho fatto dei laboratori lunghi. È uno che lavora veramente con il metodo Stanislavskij. Mentre noi italiani pensiamo di lavorare su Stanislavskij e poi in realtà non lo facciamo. Jerzy Sthur lo faceva veramente come mangiare e bere, ed è questo che cercava di trasmetterci. 
Un altro grande maestro è stato Eimuntas Nekrosius grandissimo regista morto giovane tra l’altro, con lui ho fatto due laboratori alla Biennale Di Venezia, che per me sono stati veramente fondamentali. Ho fatto il debutto con Leo De Berardinis a Bologna. Con lui ho imparato veramente come l’alto e il basso possono stare insieme all’interno di uno spettacolo. Poi ci sono Claudio Remondi e Riccardo Caporossi, secondo me due artisti geniali poco conosciuti con cui ho fatto tre lavori. 
Però nel momento in cui faccio questi lavori monologanti, che sono una parte importantissima della mia esperienza teatrale, io penso che i miei più grandi maestri sono stati quei vecchi affabulatori della tradizione orale che raccontano. Me li sono bevuti proprio, a cominciare da mio padre che è uno che ha questa capacità di tenerti lì per ore mentre ti racconta le cose. Per dire, Ascanio Celestini una volta è stato a Castrovillari e ha dormito a casa mia, a colazione è stato con mio padre. Ascanio è uno che parla sempre, non lo fermi mai. E eppure io l’ho lasciato con mio padre che gli raccontava le cose e quando sono rientrato dopo mezz’ora, ancora mio padre gli raccontava e Ascanio stava ad ascoltare. Questo per dire che poi alla fine è che questi sono stati i miei grandi maestri. Perché incontri delle cose che ti sembrano proprio tratte da Shakespeare. Poi chiaramente ti perdi perché c’è discontinuità. Quello che poi io cerco di fare è di avere una continuità di qualità e di costruzione della frase.
Beh la tua è una splendida scrittura. Hai preso premi importanti per la scrittura e per la drammaturgia. Mi è piaciuto molto quello che hai detto dopo lo spettacolo. Spesso chi scrive non è consapevole, è come se fosse un amanuense che trascrive storie dettate dall’inconscio o da altri. E non sa bene dove i suoi personaggi lo porteranno e dove arriveranno.
Ti dico di più. Quanto più la parte razionale non la fai prevalere e tanto più arrivano i doni che ti dà la scrittura o qualcosa che sta da qualche parte. Per me le cose più belle comunque sono arrivate nei momenti in cui in qualche modo la razionalità si è un po’ adagiata, e le libere associazioni sono andate da sole. Questa cosa me la devo ricordare perché a volte la dimentico e lì a volte non sono pienamente soddisfatto di quello che esce.

Milano Teatri - Ivan Filannino - 28/10/2021

Recensione: “Dissonorata”

 

La personale di Saverio La Ruina organizzata al Teatro Menotti di Milano non poteva non inserire in programma “Dissonorata”, spettacolo che nel 2007 portò l’artista calabrese a vincere il Premio Ubu come miglior attore e come miglior testo italiano.

L’opera si avvicina a compiere i 15 anni, ma non perde minimamente il suo splendore rimanendo una perla del teatro italiano contemporaneo. La Ruina si presenta sul palco con la tipica veste da signora di una certa età, si siede sulla sedia e, nei panni di Pascalina, inizia a raccontare la sua storia. A far tutto ci pensano le parole, i gesti e le espressioni dell’attore per un’interpretazione che merita tutti i premi ricevuti.

Il pubblico viene così catapultato in Calabria nel dopo guerra per vivere le emozioni e le paure di una ragazzina cresciuta in un’epoca e in una zona dove essere donna voleva dire essere considerata un gradino sotto, dove la nascita di un figlio maschio era una festa, quella di una femmina una sfortuna. Il cuntu di Saverio La Ruina è ipnotizzante, nella prima parte si ascolta una storia come tante di una ragazza che sogna il matrimonio, perché per la società dell’epoca solo da sposata una donna poteva essere rispettata e non più additata come “zitellona” o peggio ancora come “putt…”.

Un racconto che nella sua semplicità riesce ad attirare su di sé tutta l’attenzione necessaria, il testo è in grado di esprimere benissimo i sentimenti di Pascalina e al tempo stesso descrive un ambiente dove i genitori risultano essere i gli unici esempi di vita, dove le figlie devono sposarsi in ordine di età e soprattutto dove fare buona impressione è la cosa più importante. Con tutta la sua ingenuità la ragazza racconta l’emozioni del primo incontro con l’innamorato, poi il primo bacio e le promesse di matrimonio. Agli occhi del pubblico del 2021 però quel racconto fiabesco appare subito ingannevole e anche la musica dal vivo di Gianfranco De Franco riesce perfettamente a sottolineare come la fiaba sia prossima a trasformarsi in incubo.

Ciò che segue è un dramma familiare sconfitto solo dal miracolo di una nuova vita. Ciò che viene visto come disonore si trasforma nell’amore di una madre per il figlio. Saverio La Ruina parla di come le donne vivevano fino a qualche decennio fa nel Sud in Italia, donne vittime degli uomini con episodi che purtroppo giungono anche sui giornali dei giorni nostri. L’ultimo in ordine di tempo risale a pochi mesi fa con la morte di Saman, ragazza pakistana uccisa in Emilia dalla sua stessa famiglia probabilmente perché non accettava il matrimonio che le era stato organizzato. Quello di La Ruina è un racconto e uno spunto di riflessione, il compito di denuncia e sdegno viene lasciato a chi guarda.

L’uso del dialetto calabrese è inevitabile per questo spettacolo ma la storia rimane comunque comprensibile e i suoi richiami ironici vengono facilmente colti dalla platea. Il resto del giudizio sta nella standing ovation riservata all’attore a fine spettacolo, segno che, anche dopo quasi quindici anni, di questo racconto si continua a sentirne il bisogno.

lavocedidentro.blogspot.com - Fausto Nicolino - febbraio 2025

LO CUNTO DI PASCALINA, FEMMINA DEL SUD

La settimana scorsa, la recensione di un altro spettacolo, visto all’Off/Off, cominciava così: «La terribile storia di Saman Abbas, già raccontata dai cronisti che hanno seguito quotidianamente la vicenda, dalla sua sparizione (1° maggio 2021) fino al ritrovamento del cadavere (18 novembre 2022), è diventata nel 2023 materia per primo un libro», e poi anche per un secondo. La trascrizione teatrale della tragica vicenda della diciottenne di origine pakistana, uccisa dai suoi stessi familiari perché giudicata «colpevole» di voler amare liberamente, era stata, in pratica, già immaginata, o quasi, nel 2006 da Saverio La Ruina. Con un finale meno drammatico, Dissonorata torna per un’unica rappresentazione sul palco del Quirino proprio nel giorno in cui è stata annunciata la vendita dello stabile alla United Artist di Roberta Lucca (moglie di Geppy Gleijeses, già direttore artistico nella passata gestione).

Nel dramma di Pascalina, un delitto d’onore in Calabria, l’autore riscrive secoli di storia vissuta. Una storia tutta italiana che affonda le radici in una sottocultura che oggi diremmo di stampo islamico. Ma non è così: e ringraziamo Saverio La Ruina per avercelo dimostrato con sensibile delicatezza e maestria d’attore. Saman e Pascalina, infatti, pur appartenendo a due etnie molto diverse, sono figlie della stessa educazione. La ragazza pakistana è stata uccisa nel 2021, Pascalina (personaggio inventato, ma realistico) resta vittima di un tentativo di omicidio da parte del fratello (che s’era accordato con i genitori, come lo zio di Saman), in un anno imprecisato ma certamente durante il secondo dopoguerra, e non più tardi del 1960, in una zona montuosa della Calabria, vicino al confine con la Lucania. All’epoca – e in quei territori – l’Islam era forse soltanto un’eco che giungeva dai racconti delle guerre saracene che si tramandavano per tradizione sulle coste marine o da qualche brandello di favola delle Mille e una notte recuperata da qualche libro che pochi sapevano leggere. Eppure, nel paese di Pascalina, le donne uscivano raramente da casa e quando succedeva, pur non dovendo indossare il burka, era consuetudine che tenessero lo sguardo a terra e gli occhi impegnati a contar le pietre. Guai a guardare un uomo in faccia, guai a mostrare il viso aperto.

Attraverso le parole di Pascalina, La Ruina descrive bene il contesto nel quale si svolge la scena: il territorio dei dimenticati, il paese degli umili, la povertà per famiglia, e poi comincia il fatto. Il padre è «il re», è lui che organizza la scuola alla figlia assegnandole prima la cura degli agnelli, poi la guardia delle pecore e, una volta promossa, le affida l’alta mansione di pascere le vacche. Ecco la scuola di Pascalina! La quale, un giorno, per strada, incrocia delle coetanee che camminano con le ginocchia scoperte e le braccia nude: «Così vestite, possono fare una sola cosa!», sentenzia lei. Ecco l’educazione di Pascalina, ragazza rispettosa. Per uno sciagurato incontro, e un colpo di fulmine con un giovane con l’automobile celeste, resta incinta. L’uomo non si fa più vedere, e per salvaguardare l’onore della famiglia, il fratello è disposto a darle fuoco. La vicenda poi ha un epilogo diverso da quello che qualche anno fa è toccato alla povera Saman, ma le motivazioni che hanno portato gli uomini del nostro sud a pensare esattamente come i genitori della ragazza pakistana ci dovrebbero far comprendere che la religione, qualunque essa sia, ha poco a che fare con questo genere di delitti o di maltrattamenti. Qualcuno dice che si tratta di patriarcato, di maschilismo: può darsi, ma di base è ignoranza. E Pascalina lo ha capito e ce lo ha spiegato molto chiaramente. Il patriarcato prepotente, il maschilismo violento sono conseguenze dell’ignoranza.

Ce lo ha spiegato nella sua lingua, un idioma calabro-lucano molto stretto e tenace, rustico e colorato, ma che La Ruina ha snocciolato, sillaba per sillaba, con delicatezza vibrante, invitandoci a seguirlo in un andamento sonoro che pare scritto con crome e biscrome, in uno spartito dove ritmi e suoni segnano i momenti più toccanti e quelli più lirici. Il racconto si avvale del commento musicale di Gianfranco De Franco che annuncia, segue e interrompe lo svolgimento de lo cunto, sottolineando con acuti (al clarinetto e al sax) i silenzi drammatici dell’interprete. Purtroppo, proprio quando il fuoco divampava, il microfono dell’attore ha cominciato a gracchiare, annebbiando la comprensione. Non si vuol capire che il microfono è una sciagura, in scena, peggiore dell’ignoranza!

Un attore, un bravo attore, solo in ribalta, seduto sempre, ginocchia strette, sguardo atterrito, che sa mantenere l’attenzione del pubblico dal primo all’ultimo minuto con l’incantesimo di un linguaggio baciato dal fascino antico, un attore che riesce ad esprimersi con i più minuziosi movimenti delle dita – quanta sofferenza in quelle mani mai ferme – un attore che giustamente si posiziona appena al di fuori del sipario, tant’è che le luci di taglio proiettano sulle pareti laterali del boccascena le silhouette tipiche della lanterna magica e ne amplificano le impercettibili movenze, un interprete che riesce a costruire un’attenta regia solo con una sedia e un musicista di lato, stretto nella penombra perché il suono è soltanto un’evocazione ancestrale, un attore così, che bisogno ha del microfono? A conti fatti, solo per dissonorare il suo magnifico operato. Ma perché? Perché voler mortificare la propria opera con un apparecchio che non c’entra nulla con Pascalina, con le sue pecore e le sue incertezze, con la sua educazione e la sua lingua, e con la magia di un presepe finale tutto da immaginare nella nudità di un palcoscenico illuminato dalla povera vesticciola di una donna «disonorata» dal proprio desiderio di amare. (fn)

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Dissonorata (un delitto d’onore in Calabria), scritto, diretto e interpretato da Saverio La Ruina. Musiche originali eseguite dal vivo, Gianfranco De Franco. Collaborazione alla regia e contributo alla drammaturgia, Monica De Simone. Disegno luci, Dario De Luca. Produzione: Scena Verticale. Al teatro Quirino, serata unica.

.gagarin-magazine.it - Michele Pascarella -04/03/2025

L’arte di cesellare la quotidianità. Note su Dissonorata di e con Saverio La Ruina

 

Venerdì scorso, 28 febbraio, Saverio La Ruina ha presentato al Teatro Goldoni di Bagnacavallo il suo storico spettacolo Dissonorata. Un delitto d’onore in Calabria.

Questo monologo “popolato”, che gli è valso tra gli altri riconoscimenti anche due Premi UBU nel 2007 per il Migliore attore italiano e per il Migliore testo italiano e il Premio Hystrio alla Drammaturgia nel 2010, dà forma scenica a un’artigianale capacità di cesellare la quotidianità attraverso una messa in scena tanto minimale quanto evocativa.

Non un racconto teatrale gridato o enfatico, come sempre più spesso capita di vedere: piuttosto una confessione dolente e sommessa, che fa del proprio tono dimesso la cifra espressiva più autentica.

La Ruina narra la storia di una donna calabrese che si trova vittima di un destino ineluttabile, segnato dalla cultura patriarcale e dalla violenza sociale, ma lo fa con una grazia e una misura che evitano ogni retorica o compiacimento drammatico.

Il risultato è un’opera intrisa di una delicatezza che lascia il segno.

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LA PUREZZA DEL CORPO E DELLA VOCE

La Ruina incarna questa figura femminile con una pulizia espressiva che colpisce per la sua essenzialità.

Seduto su una semplice sedia, l’attore costruisce la propria presenza scenica attraverso minimi spostamenti del corpo e un uso sapientemente dimesso della voce.

Il corpo esattamente calibrato, la postura studiata fino al dettaglio più minuto per restituire ogni sfumatura emotiva della protagonista.

Pone al centro la parola e al contempo la travalica, costruendo un’architettura espressiva fatta di sospensioni, accenti e respiri.

La scelta di un tono anti-epico, quasi dimesso, caratterizza la drammaturgia di Dissonorata. Il racconto si sviluppa senza enfasi o eccessi, seguendo una narrazione che suggerisce più di quanto non dichiari, affidandosi a una scrittura che scava nella quotidianità senza bisogno di ridondanti sottolineature.

La Ruina si e ci immerge in un universo fatto di piccoli gesti, di parole non dette, di silenzi che raccontano quanto e più delle parole.

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LA MUSICA COME SUGGESTIONE

Le musiche originali eseguite dal vivo da Gianfranco De Franco arricchiscono lo spettacolo senza mai sovrastarlo.

Gli interventi musicali sono rarefatti, discreti, funzionali a creare un’atmosfera, a sottolineare con levità alcuni passaggi, mai a imporsi sulla narrazione.

Questo equilibrio tra parola e suono è uno degli elementi che rendono Dissonorata così efficace: tutto è calibrato, in una ricerca di sottrazione che amplifica il valore della scena.

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UN UOMO CHE INCARNA UNA DONNA

La scelta di La Ruina di interpretare una figura femminile è una delle cifre peculiari dello spettacolo.

Senza ricorrere a travestimenti o forzature, l’attore riesce a rendere credibile il suo personaggio grazie a un lavoro minuzioso sulla postura, sul tono della voce, sulle sfumature della gestualità.

Non un semplice espediente teatrale, ma una presa di posizione artistica precisa: il teatro come spazio di metamorfosi, in cui i corpi diventano veicoli di storie e identità che travalicano il genere.

La Ruina non imita una donna ma ne restituisce l’essenza, con rispetto e sensibilità.

bolognateatri.net - Damiano Pellegrino - 12/04/2018

SCOMPORRE LA MEMORIA, SCOMPORRE IL CORPO. “DISSONORATA” DI SAVERIO LA RUINA

«A testa vasciata e tengo l’occhi in terra a cuntare le pietre. A testa vasciata e tengo l’occhi in terra a cuntare le pietre». Queste le parole che ritornano più volte nel corso dello spettacolo Dissonorata di e con Saverio La Ruina, uno dei fondatori di Scena Verticale e vincitore nel 2007 proprio con questo lavoro di ben due premi Ubu. Il lungo monologo, esposto per intero in un dialetto arcaico a metà tra la Calabria e la Basilicata, pare una lunghissima canzone in cui temi, intercalari e tonalità si combinano insieme e costituiscono diverse melodie. Nella scrittura del racconto, definito in apertura dalla protagonista Pasqualina «nu cuntu» trascinato dal vento qua e là e rievocato nella sua memoria sempre uguale, si avverte un magma proveniente da un sapere arcaico e popolare e da uno studio antropologico a cui La Ruina attinge per costruire questo canto. Saverio affonda le mani nei luoghi profondi del meridione, veste una tunica con una decorazione simile a un arazzo, dà una voce e un corpo a Pasqualina, una giovane ragazza del sud, un archetipo femminile del tutto nuovo e personale. L’interprete si cuce addosso mirabilmente l’identità di questa donna, veste i suoi abiti, si comporta come lei, in un gioco che mischia la realtà e la psicosi dell’umano. Egli “ingentilisce” i suoi movimenti e la sua voce, calcola geometricamente il moto delle mani, trattiene fermo e stabile il busto esile della ragazza e accosta un tic nervoso al tendine di uno dei piedi. Ciò che ne esce è una lunga scomposizione di un corpo femminile attraverso uno studio prosodico della parola e la riproposizione di un linguaggio comune, parlato, spezzato nella sua unità e riversato pubblicamente in una modulazione costante del ritmo e della voce.

In scena La Ruina disseziona il corpo di una donna porzione dopo porzione, rinviando al destino meschino e amaro a cui è stata costretta Pasqualina, ingravidata e poi rifiutata dal suo amante prima e costretta a subire un’offesa ben maggiore dai familiari poi: il tentato omicidio con il fuoco per il disonore che la famiglia ha subito da questi fatti così scandalosi secondo le dicerie del paese. L’intera massa dei suoi ricordi viene disaggregata e disfatta per riportare alla luce lontane rievocazioni simili a lunghi e sottili fili, che formano un enorme reticolato nella mente e che rischiano di rompersi a causa dello scorrere del tempo. Nella sua memoria la città che abita non è una descrizione fedele o una rappresentazione calligrafica, ma è fatta di relazioni tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato. L’atto che La Ruina compie è quello di scavare nel corpo sgraziato e debilitato di una donna, che immaginiamo evochi il racconto sul letto di morte, quasi in età tarda, con il volto bruciato per l’offesa ricevuta. Allora ci vengono alla memoria le figure che compongono la teoria pittorica di morti, costruita mirabilmente da Joyce, per la città di Dublino: di fronte ritroviamo vittime di una paralisi che ha accecato il mondo. Pasquina, che nel racconto avrà sana e salva la sua vita e darà alla luce il figlio, pare una morta che si riversa nelle strade del suo paese, vaga nelle terre che ha abitato, si trascina con i suoi tormenti e attraverso gli occhi della morte ritorna alla vita. Alle sue spalle nella scena, i suoni del polistrumentista Gianfranco De Franco accompagnano il flusso vocale del racconto, generando sferzate, tagli e brusche cadute destinate a rompere e scomporre una possibile linearità dell’esposizione per indagare tutte le sfaccettature più oscure e segrete dell’animo umano.

accreditati.it - Daniele Poto - 07/02/2025

DISSONORATA di e con Saverio La Ruina

(Teatro Quirino – Roma, serata speciale 6 febbraio 2025)

 

Il primo epocale monologo di un teatrante calabrese che con coerenza e puntiglio racconta storie della sua terra veicolando con autenticità (e invariabili difficoltà per lo spettatore) il proprio dialetto (è di Castrovillari) nello sforzo di un’assoluta veridicità rispetto al racconto che si dipana come una triste storia del sud. Trilogia romana da non perdere.

 

Pascalina è una donna semplice che pascola le pecore e sogna il matrimonio. Aspetta il suo turno, mettendosi in coda rispetto a sorelle più grandi.  Pensa di non farcela a coronare il suo obiettivo e, incautamente, si concede prima delle nozze. Per sua sfortuna rimane incinta e infrange l’onore familiare. Facile chiamarla Buttana. Sarà il fratello a rovesciarle addosso il kerosene avvolgendola in un rogo senza pietà. La Ruina spezzetta la vicenda con tanti piccoli stacchi sottolineati e resi dolenti dal commento musicale. Straziante come il lento dipanarsi della sorte. Però Pascalina sopravvive. Ha ferite e ustioni formidabili ma ce la fa. Anche se il mento le rimane attaccato al petto riuscirà a mettere al mondo un bambino e potrà dire con orgoglio che suo figlio Saverio è nato lo stesso giorno di Gesù. Anzi, al contrario, con sommo zelo, che Gesù è nato lo spesso giorno di Saverio. Strumento del mistero della fede. Spettacolo di rara intensità emozionale in cui il rovesciamento (l’attore uomo che fa la donna) passa quasi inosservato metabolizzato dalla tensione drammaturgica. Ogni tanto, nel dramma, si riesce anche a ridere per la paradossalità della condizione femminile negli anni ’70. La donna disonorata è una cosa, è una vergogna familiare che deve essere cancellata. Scenografia spoglia, bastano due sedie per fare arte.

artistsandbands.org - Sheren Aldaher - 07/02/2025

Dissonorata: un delitto d’onore in Calabria
La trilogia di Saverio La Ruina
Roma, Teatro Quirino Vittorio Gassman, 6 febbraio 2025

Una voce che nasce nelle tenebre: la voce di Pasquina, che non solo racconta la sua storia, ma diventa il simbolo di tante donne nel mondo. Donne che soffrono in silenzio, che non hanno avuto la possibilità di raccontare il proprio vissuto o che non hanno fatto in tempo a farlo, lasciando la loro storia avvolta nel mistero. 

 

Questa potrebbe essere la descrizione dello scenario di "Dissonorata", parte della trilogia di Saverio La Ruina (il primo capitolo QUI), un monologo intenso che affronta il tema del delitto d’onore in Calabria. 
L'autore e interprete dà voce ad una donna calabrese costretta a pagare un prezzo altissimo per l’amore, vittima della mentalità chiusa del Sud e della prepotenza di due uomini. 
Il primo è il padre-padrone, che le nega il matrimonio perché, secondo la tradizione, prima devono sposarsi le sorelle maggiori. Il secondo è l’uomo che dice di amarla, forse sinceramente innamorato, ma indifferente alle conseguenze delle proprie azioni su di lei. 
Con il suo talento straordinario, Saverio La Ruina riesce a dare vita all’anima di Pasquina, alle sue gioie e sofferenze, alla sua purezza e semplicità, non soltanto attraverso l’espressione del volto, ma anche con il linguaggio del corpo. 
Durante lo spettacolo, chiunque finisce per dimenticare che l’interprete sia un uomo: l’immaginario si plasma e Pasquina prende forma come una presenza reale e tangibile. 
L’intero spettacolo è accompagnato dalle musiche di Gianfranco De Franco che, con un sapiente sottofondo musicale modulato sulle emozioni della protagonista, crea un'atmosfera intensa e coinvolgente, amplificando la profondità del racconto e immergendo lo spettatore nelle vicende della protagonista. 
"Dissonorata" invita ad una riflessione profonda sulla condizione delle donne nel mondo, con particolare attenzione ai paesi islamici e a quelli che, pur essendo stati laici, stanno assumendo sempre più connotazioni religiose, come la Siria. In molti di questi paesi, le donne vedono negati i loro diritti fondamentali: sono obbligate ad indossare il velo integrale e a vestirsi di nero per tutta la vita, anche senza essere in lutto. Per non parlare del diritto di vivere l’amore prima del matrimonio, che resta un tabù. Paradossalmente, il matrimonio non rappresenta soltanto una costrizione, ma talvolta una via di fuga, un rifugio per evitare una sorte ancora peggiore. 
Riflettere su queste tematiche è già di per sé un passo verso una possibile soluzione. Si spera in un futuro migliore per tutte, un domani libero dalla violenza e colmo d’amore.