ROMA – KR70M16 non è solo una sigla alfanumerica. È un grido silenzioso contro l'ultimo, più crudele degli oltraggi: la negazione dell'identità. KR indica la provincia di Crotone, 70 il settantesimo corpo recuperato, M il sesso maschile, 16 l'età. Sedici anni. Un ragazzo che aveva tutta la vita davanti, ridotto a una sequenza alfanumerica in un registro di obitorio.
Non è uno spettacolo facile. Non intrattiene, ma scuote. Non distrae, coinvolge. Non lascia indifferenti. E forse è proprio questo il suo valore più grande: in un'epoca che ha normalizzato l'orrore, che ha trasformato i morti in numeri e i naufraghi in emergenza, questo lavoro ci obbliga a fermarci. A guardare. A sentire. Al Teatro India, a Roma, in prima nazionale, dal 28 gennaio al 1° febbraio, porta sulla scena una delle tragedie più laceranti del nostro tempo.
Un incontro oltre la morte. La drammaturgia di La Ruina, scritta, diretta e interpretata dall'autore stesso assieme a Dario De Luca (solo omonimo di chi scrive) e Cecilia Foti, costruisce un ponte tra epoche e tragedie. In una dimensione visionaria, quasi surreale ma sempre profondamente umana, lo spettacolo mette in scena, tra due lapidi, l'incontro impossibile tra due anime dimenticate: una vittima della migrazione clandestina e una della Shoah. Due universi di dolore che si parlano, si riconoscono, si abbracciano nell'oblio condiviso.
Il cimitero, fisso in scena, con le onde del mare come sfondo. E’ l'unico luogo dove questi fantasmi possono finalmente rivendicare ciò che gli è stato negato: un nome, una storia, una memoria. “Dietro ogni naufragio c'è un nome che non verrà mai inciso su una lapide”, spiega La Ruina. "E senza un corpo su cui piangere non ci può essere l'elaborazione del lutto, come ci insegna la struggente supplica di Priamo, re di Troia, quando chiede ad Achille la restituzione del corpo del figlio Ettore". Il bisogno di seppellire i propri morti, di dare loro dignità, è antico quanto l'umanità stessa. E oggi, nel XXI secolo, migliaia di famiglie vivono lo stesso strazio di Priamo: non sanno dove sia sepolto il figlio, il fratello, la madre. Non possono piangere su una tomba. Non possono dire addio.
La cancellazione dell'identità. "L'insulto finale è la cancellazione dell'identità", ribadisce La Ruina. Ed è proprio questa l'identità che il teatro prova a restituire. Non attraverso documenti o indagini, ma attraverso la parola, l'arte, l'empatia. Attraverso quella magia che solo il palcoscenico sa compiere: far parlare chi è stato messo a tacere per sempre.
Lo spettacolo non rinuncia all’ironia. E’ quel sorriso un po’ amaro che nasce dall'assurdo, dalla disperazione che cerca un varco di luce. Perché anche nell'orrore, la vita reclama il suo spazio. E questi naufraghi, finalmente, tornano a essere persone: con sogni, paure, desideri. Non più numeri.
Il teatro come impegno civile. In un tempo in cui il teatro viene spesso relegato a intrattenimento o decorazione culturale, KR70M16 – Naufrago senza nome, ci ricorda quale sia la sua funzione più alta: essere specchio della società, coscienza critica, luogo di elaborazione del dolore collettivo. Essere atto di resistenza contro l'oblio, contro l'indifferenza, contro la disumanizzazione. Saverio La Ruina scava nelle ferite del presente e fa domande scomode, un invito a non voltarsi dall'altra parte.
''Con tutto quello che hai passato in due anni di viaggio terribile per venire in Europa e morire invece affogato quando eri quasi arrivato come è che non riesci a piangere?''.
''Proprio per quello'' è la risposta secca e pesante di Karamu, ragazzino che ha congelato i suoi sentimenti ed è il personaggio più poetico, interpretato con delicatezza e vivacità da Cecilia Foti, dell'ultimo poetico e profondo spettacolo ''Kr70M16 - Naufrago senza nome'', di e con Saverio La Ruina, in scena al Teatro India di Roma.
Karamu implora mettano il suo nome sulla lapide che segna dove è sepolto il suo corpo, al posto della sigla Kr70M16 (che indica il luogo del naufragio, il suo essere il 70 corpo recuperato, maschio di 16 anni).
Crede che solo così qualcuno leggendolo e passandolo di voce in voce lo faccia sapere a sua madre, che possa così uscire dall'incubo del limbo del non sapere più nulla di lui, come spiega al guardiano del cimitero, intenerito ma che dice di non poter mettere nomi in mancanza di documenti.
Il tema dell'identità, per coloro a cui viene negata anche dopo la morte, è quindi quello centrale dello spettacolo, con la necessità dell'elaborazione di un lutto e assieme all'assurdo voler valutare il peso delle sofferenze prescindendo da ogni senso di umanità. E' infatti il dottor Schwarz, interpretato dallo stesso La Ruina, psicanalista ebreo reduce dai campi, sepolto nello stesso cimitero, a ritenere le vittime della shoah le uniche a poter parlare di dolore assoluto e quindi irritato dal sentir dire di altre sofferenze terribili e morti innumerevoli, specie da un ragazzino per di più di colore che nulla può sapere. A convincerlo a cercar di aiutare Skaramuzzo, come lo chiama lui, a riuscire a piangere, è Dario De Luca che dà vita al guardiano del cimitero, che governa con partecipe, umana tenerezza in questo gioco lieve in bilico tra la vita e la morte.
Il valore dei morti e del far memoria storica, sempre guidata da chi ha più potere (Karamu chiede a Schwarz se conosce il genocidio degli Uti in Ruanda, di cui questi non ha mai sentito parlare) viene messo in crisi da questo testo visionario dall'allestimento essenziale, che ha la sua forza poetica anche nella trovata dell'uso del disegno dal vivo, altro materializzarsi di qualcosa che è e non è grazie sempre a De Luca (che firma anche le luci), scritto e interpretato con quello sguardo vivo, vero e ironico in cui fantasia e realtà si sorreggono a vicenda, proprio del lavoro di Saverio La Ruina che, dopo Roma, lo porterà a fine maggio a chiudere la tournée a quel suo Primavera dei Teatri di Castrovillari, che è il festival teatrale più notevole e vivo del profondo sud, dopo aver toccato Firenze il 26 febbraio, Milano dal 10 al 15 marzo, Bologna dal 18 Aprile.
