Riassumere i miei tre giorni a Primavera dei Teatri, il festival dei nuovi linguaggi della scena contemporanea giunto alla sua ventiseiesima edizione e andato in scena a Castrovillari dal 26 al 31 maggio 2026, non è semplice. Ma se dovessi scegliere una parola − o meglio, un verbo − per raccontarli, probabilmente sarebbe porgere.

L'ha usata Dario De Luca, che dirige la rassegna insieme a Saverio La Ruina, parlando di Le Tre Cicoriane, il suo spettacolo in dialetto calabrese. Una scelta linguistica che, per chi non appartiene a quel territorio, avrebbe potuto creare distanza. E invece no. Citando Eduardo De Filippo, De Luca ha spiegato che il segreto per farsi capire sta nel modo in cui, appunto, si porgono le parole: nel peso che si dà a una frase, nel colore che le si restituisce, nell'intenzione con cui la si consegna a chi ascolta.

Mi sono accorta, a fine festival, che quella spiegazione andava ben oltre il singolo spettacolo e finiva per descrivere un'intera idea di teatro. Perché quasi tutti i lavori incontrati a Castrovillari sembravano animati dalla stessa urgenza: consegnare qualcosa agli spettatori. Una domanda, una ferita, una storia, un dubbio. E fidarsi del fatto che, dall'altra parte, ci siano persone disposte ad accoglierli.

 

Primavera dei Teatri sembra fare proprio questo, scegliendo di interrogarsi sul ruolo della cultura in un tempo segnato da guerre, polarizzazioni e permacrisi (personale e collettiva). In questa prospettiva si inserisce Qualcuno, nessuno, centomila. Pirandello in loop di Mario Perrotta che, con protagoniste le bravissime Paola Roscioli e Dalila Cozzolino, è uno dei lavori più stimolanti visti durante il festival. Attraverso una continua reiterazione di situazioni e punti di vista, Perrotta riporta al centro una domanda che sembra diventare ogni giorno più attuale: quanto di ciò che crediamo di essere dipende in realtà dallo sguardo degli altri? Lo spettacolo trasforma il gioco pirandelliano dell'identità in una riflessione sulle conferme e le smentite che riceviamo continuamente dal mondo esterno, sulla fragilità delle immagini che costruiamo di noi stessi e sulla loro inevitabile dipendenza dal giudizio altrui.

 

Di tutt'altro segno, ma ugualmente attraversato da una forte tensione etica, è KR70M16 – Naufrago senza nome di e con Saverio La Ruina, che affronta il tema della memoria e delle tragedie collettive. Il lavoro, che vede sul palco anche Cecilia Foti e Dario De Luca, costruisce un ponte tra le vittime delle guerre, delle migrazioni e delle violenze che attraversano la storia, ricordandoci che il dolore non dovrebbe conoscere classifiche né gerarchie.

Veniamo poi a Le Tre Cicoriane, ultimo capitolo della trilogia dedicata alle fiabe calabresi di Dario De Luca. Una favola tanto oscura quanto magnetica, sostenuta da un'interpretazione di straordinaria intensità. L'uso del dialetto, lo dicevamo, si trasforma da potenziale barriera in strumento di avvicinamento, proprio grazie a quel modo di porgere le parole di cui ha parlato De Luca. Qui il tema del femminicidio è affrontato rifuggendo cliché e scorciatoie.

 

Più radicale e spiazzante è apparso Vorrei morire non so come fare dei Quotidiana.com, una sorta di teatro dell'assurdo calato dentro le inquietudini del presente. Un lavoro che procede per accumulo di paradossi, cortocircuiti e slittamenti di senso. Non sempre facile, certamente, ma interessante proprio per la sua volontà di sfidare le aspettative dello spettatore e di sottrarsi a ogni rappresentazione rassicurante.

Nell'ultima giornata del festival, Rigetto di Dino Lopardo si è rivelato uno degli spettacoli più sorprendenti dell'intera rassegna. Affrontare il tema dei disturbi alimentari senza cadere nel didascalismo o nei luoghi comuni è una sfida difficile. Lopardo la raccoglie scegliendo una strada personale, costruita su una ricerca linguistica e scenica rigorosa. Soprendente l'interpretazione di Angela Ciaburr e Claudia A.Marsicano. Il risultato è un lavoro intenso e profondamente umano che mi ha commossa. Letteralmente.

 

A chiudere quest’edizione di Primavera dei Teatri è stato Scemi del Villaggio di/con Niccolò Fettarappa e Lorenzo Guerrieri. Serratissimo nei tempi, intelligentissimo nella scrittura e interpretato da due giovani artisti di grande talento. Si ride molto, ma dietro le risate affiora qualcosa di più amaro e profondo. È uno di quegli spettacoli che, appena terminati, fanno venire voglia di ricominciarli dall'inizio.

Ecco allora cosa porto via da questa Primavera: l'idea che il teatro non serva a offrire risposte preconfezionate, ma a creare lo spazio perché certe domande possano ancora essere condivise.